Il Campanile di Giotto, capolavoro del gotico italiano e simbolo fiorentino, è al centro del primo restauro che ne interessa l’intera struttura, all’esterno come all’interno. Layher Italia ha progettato e fornito le opere provvisionali del cantiere, realizzate con un sistema multidirezionale alto 84 metri e concepite per garantire la sicurezza degli operatori, contenere al minimo gli ingombri e preservare la muratura storica senza alcun ancoraggio.

Il primo restauro integrale del Campanile di Giotto
Mai prima d’ora il Campanile di Giotto era stato oggetto di un intervento esteso all’intero monumento: i numerosi lavori che si sono succeduti nel tempo, documentati a partire dal 1939, avevano infatti riguardato soltanto porzioni circoscritte della torre. Oggi, l’avanzato degrado dei rivestimenti esterni in marmo bianco, Verde di Prato e rosso di Cintoia ha reso il restauro necessario e non più rinviabile per mettere in sicurezza la torre campanaria.
Promosso e interamente finanziato dall’Opera di Santa Maria del Fiore, con un investimento superiore ai 7 milioni di euro, l’intervento si svolgerà sotto l’alta sorveglianza della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Città metropolitana di Firenze e le province di Prato e Pistoia e avrà una durata stimata di cinque anni.
Il primo passo è stato l’allestimento del cantiere, progettato dall’Opera insieme a Tecno System Appalti (TSA) e Layher e completato in poco più di quattro mesi: i lavori procederanno ora per fasi, dalla sommità verso terra, restituendo progressivamente alla vista della città le porzioni di monumento già restaurate.

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Un’icona del gotico tra storia e tecnica costruttiva
Con i suoi 89,20 metri di altezza, il Campanile è il terzo edificio più alto di Firenze, preceduto soltanto dalla Cupola del Brunelleschi e dalla Torre di Palazzo Vecchio, con le quali condivide il ruolo di riferimento identitario della città. La costruzione prese avvio nel 1334 sotto la guida di Giotto; alla sua morte, sopraggiunta tre anni più tardi, il cantiere passò all’allievo Andrea Pisano, che completò il terzo livello arricchendolo di rilievi e sculture, mentre fu Francesco Talenti a concludere l’opera nel 1359, conferendole l’aspetto che conosciamo oggi.
Dal punto di vista costruttivo la torre si articola su sei piani progressivamente alleggeriti, impostati su una pianta quadrata di circa 15 metri per lato e su murature che arrivano a 330 cm di spessore. Queste sono composte da un paramento interno in pietraforte, a conci squadrati e giunti molto sottili, e da un rivestimento esterno in marmo, collegati da un nucleo murario di elevata qualità costruttiva, mentre una malta di calce particolarmente tenace contribuisce alla solidità dell’insieme.
Le fondazioni, che si estendono oltre il perimetro del fusto fino a circa 15,17 metri per lato, scendono fino a 7,50 metri di profondità, la stessa quota delle fondazioni della Cattedrale. All’interno, una scalinata di 414 gradini accompagna i visitatori attraverso tre logge sovrapposte fino alla terrazza sommitale.
Il cantiere come primo atto del restauro
Per l’Opera di Santa Maria del Fiore la progettazione delle opere provvisionali non rappresenta un semplice adempimento logistico, ma la prima vera operazione di restauro. Come sottolineano l’Arch. Samuele Caciagli, responsabile dell’Ufficio Tecnico dell’Opera, e l’Arch. Daniela Chiesi, coordinatrice della sicurezza del cantiere, la qualità di un intervento monumentale dipende strettamente da quella della cantierizzazione, chiamata a tutelare non solo l’integrità fisica del bene ma anche il decoro visivo dell’intero complesso. Le opere provvisionali diventano così una sorta di stazione diagnostica permanente, un laboratorio in quota in cui il restauratore lavora a diretto contatto con la superficie lapidea e può verificare puntualmente le mappature del degrado, calibrando con precisione le metodologie d’intervento.
Anziché imporre al monumento una struttura rigida e invasiva, il progetto ha puntato su una “pelle tecnologica” capace di seguire le asimmetrie e la ricchezza decorativa della torre, con livelli operativi pensati, anche grazie alla professionalità delle maestranze impegnate nel montaggio, per offrire la massima ergonomia e ridurre l’affaticamento fisico degli operatori. Una distribuzione elettrica capillare e un sistema di illuminazione naturale e artificiale, studiato per eliminare il più possibile le zone d’ombra, consentono inoltre di cogliere correttamente le variazioni cromatiche e le texture dei materiali lapidei, riducendo i tempi morti e garantendo un ambiente di lavoro ordinato e funzionale.
«L’obiettivo è stato quello di realizzare un cantiere che non alterasse l’equilibrio statico del Campanile di Giotto e non ne nascondesse la bellezza – spiega Caciagli – utilizzando materiali e attrezzature ideati per essere integralmente recuperati e riutilizzati in cantieri futuri».

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Le opere provvisionali Layher: 84 metri progettati intorno al monumento
La sfida affidata a Layher Italia consisteva nell’individuare una configurazione capace di raggiungere quote molto elevate e di assicurare un accesso sicuro alle aree di lavoro, contenendo al tempo stesso l’occupazione del suolo e le interferenze visive con il monumento, senza ricorrere ad alcun ancoraggio.
Per rispondere alle richieste della committenza, l’ufficio tecnico di Layher Italia ha messo a punto una soluzione su misura basata sul sistema multidirezionale Allround Lightweight (LW), che sviluppa un’altezza complessiva di 84 metri. Gli spostamenti verticali degli operatori sono affidati a una scala a rampe in alluminio che sale fino a quota 76 metri, affiancata da un ascensore dedicato al trasporto di persone e materiali.
Per non compromettere la leggibilità architettonica del Campanile, la struttura è stata dimensionata in modo da occupare il minor spazio possibile: su tre dei quattro lati l’ingombro è stato fortemente ridotto, mentre la principale infrastruttura di accesso è stata concentrata sul lato rivolto verso la Cattedrale, dove è stato possibile garantire condizioni operative adeguate. Il risultato è una riduzione dell’ingombro a terra fino al 75% rispetto alle configurazioni tradizionali, un dato particolarmente significativo in una piazza come quella del Duomo, costantemente attraversata da cittadini e visitatori.
Nessun ancoraggio alla muratura storica
Uno degli aspetti più rilevanti del progetto riguarda la tutela della materia originale: le opere provvisionali non sono vincolate direttamente al Campanile e si stabilizzano senza forare la muratura né sfruttare le buche pontaie. La stabilità complessiva è affidata a una configurazione strutturale studiata ad hoc, con costolature di irrigidimento disposte a intervalli regolari di circa dieci metri e collegamenti tra le diverse facciate, soluzione resa possibile dalle elevate capacità portanti dei componenti impiegati.
L’attenzione al monumento ha guidato anche la gestione delle aperture, come racconta Daniele Berlanda, direttore generale di Layher Italia: «In un intervento di questo tipo, la struttura provvisionale deve essere al servizio del restauro senza diventare protagonista. La sfida è stata individuare una soluzione che garantisse sicurezza e piena operatività ai restauratori, riducendo al minimo l’impatto visivo e fisico del cantiere. Abbiamo lavorato con l’Opera Santa Maria del Fiore e con TSA per mantenere libere le finestre e le aperture non interessate direttamente dagli interventi, così da consentire ai visitatori di continuare a fruire degli spazi e delle visuali dal monumento, con la minore interferenza possibile».
Allround Lightweight: leggerezza e componenti interamente riutilizzabili
Il cantiere del Campanile dimostra come un sistema standard possa tradursi in una risposta specifica anche nei contesti più complessi. L’Allround Lightweight rappresenta l’evoluzione più leggera del sistema multidirezionale modulare Layher: grazie all’impiego di acciai ad alta resistenza e all’ottimizzazione dei processi costruttivi e produttivi, il peso dei singoli elementi si riduce fino al 10% rispetto alle versioni standard, mentre sull’intera struttura il risparmio di peso raggiunge circa il 32% rispetto ai sistemi classici.
L’Opera ha scelto il sistema modulare in acciaio Layher per la sua flessibilità e per la capacità di adattarsi alle geometrie variabili e alle sporgenze della torre: a differenza delle tradizionali opere provvisionali a tubi e giunti, questa soluzione permette di realizzare piani di lavoro calibrati sulle esigenze dei restauratori, che possono così muoversi in libertà e in sicurezza.
Anche il tema della sostenibilità ha orientato le scelte progettuali. La struttura è composta esclusivamente da componenti standard, circa 35.000 elementi tutti riutilizzabili, configurati in base alle caratteristiche del cantiere: un approccio che consente in futuro il completo reimpiego dei materiali ed elimina la necessità di produrre pezzi dedicati o di consumo, con benefici tanto sul ciclo di vita dei componenti quanto sulla gestione logistica dell’intervento.

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Progettazione digitale in BIM con LayPLAN CAD
L’intero sviluppo della struttura provvisionale si è basato su strumenti digitali e sulla modellazione tridimensionale in ambiente BIM tramite il software LayPLAN CAD, che ha permesso di definire in anticipo la geometria delle opere provvisionali, verificarne ingombri e pesi, organizzare le sequenze di montaggio e smontaggio e programmare gli approvvigionamenti.
La condivisione delle informazioni progettuali tra Layher Italia, l’Opera di Santa Maria del Fiore e TSA, impresa incaricata dell’installazione delle opere provvisionali, ha reso più efficace il coordinamento delle attività, consentendo di governare con maggiore precisione le esigenze del cantiere e di limitare le possibili interferenze durante le fasi operative.
«Il valore di Layher non risiede soltanto nei prodotti, ma soprattutto nelle competenze che permettono di combinarli per rispondere a determinate esigenze progettuali – aggiunge Berlanda –. Il nostro ufficio tecnico lavora al fianco dei partner e dei soggetti coinvolti nell’intervento per individuare la configurazione più adatta, mettendo a disposizione esperienza applicativa, conoscenza dei sistemi e strumenti di progettazione. In questo caso, l’obiettivo era valorizzare le prestazioni dei nostri componenti standard attraverso una soluzione capace di rispondere alle esigenze di un cantiere monumentale particolarmente delicato».
Sicurezza in quota e monitoraggio continuo del monumento
Sul Campanile la sicurezza è stata pensata come un sistema articolato, nel quale le protezioni fisiche si integrano con una rigorosa gestione delle procedure, con l’obiettivo di tutelare allo stesso tempo il bene monumentale e le persone che vi lavorano. Oltre a parapetti integrati, tavole fermapiede e reti anticaduta di tipo YS classe A2, il cantiere è dotato di reti anticesoiamento nei punti più critici, in particolare in prossimità degli elevatori, e di mantovane di protezione in quota, mentre protocolli dedicati regolano la gestione del rischio vento e la riorganizzazione dei turni di lavoro in caso di stress termico.
Sul fronte della sorveglianza, il perimetro è presidiato da un impianto antintrusione personalizzato, integrato con videosorveglianza TVCC e sensori volumetrici, e l’accesso avviene tramite sistemi di controllo elettronico. Il Piano di Sicurezza e Coordinamento (PSC) è stato concepito come uno strumento dinamico, aggiornato costantemente sulla base dei sopralluoghi, e può contare sulla presenza fissa di personale qualificato, tra cui addetti antincendio e al primo soccorso.
Elemento strategico della cantierizzazione è infine il sistema di monitoraggio strutturale sviluppato e recentemente potenziato grazie alla collaborazione scientifica con il Dipartimento di Ingegneria Civile e Ambientale (DICEA) dell’Università degli Studi di Firenze. Per superare i limiti dei controlli dinamici episodici è stato adottato un approccio di Structural Health Monitoring (SHM) continuo, basato su una rete capillare di inclinometri biassiali, piezometri e sensori di temperatura: un vero e proprio “sistema nervoso” che restituisce in tempo reale lo stato di salute della torre e l’effetto delle strutture provvisionali, così che ogni scelta possa poggiare su evidenze scientifiche.
Layher Protect: un cantiere attento allo spazio urbano
La riduzione dell’impatto non si limita alla struttura in elevazione. Anche la delimitazione a terra è stata studiata per separare in modo più efficace le aree operative dagli spazi pubblici di Piazza del Duomo: al posto delle consuete pannellature in legno o acciaio è stato impiegato il sistema di protezione Layher Protect, che organizza le recinzioni con elementi progettati appositamente per il cantiere, riutilizzabili e dotati di accorgimenti che contribuiscono a contenere la diffusione delle polveri e ad abbattere il rumore di ben 26 dB.
Un ruolo determinante lo ha svolto anche l’organizzazione logistica: la calibrazione delle quantità di materiale necessarie, la pianificazione delle consegne e la possibilità di reimpiegare i componenti nelle diverse fasi dell’intervento concorrono infatti a ridurre le interferenze con una delle aree più frequentate e riconoscibili di Firenze.
Un montaggio riprogrammato per proteggere i falchi pellegrini
Tra gli aspetti più singolari di questo cantiere c’è l’attenzione riservata alla fauna che abita il monumento. Dalla metà degli anni Duemila una coppia di falchi pellegrini si è stabilita sugli edifici del complesso del Duomo, scegliendo proprio le cavità e le buche pontaie del Campanile per nidificare. Poiché il periodo riproduttivo della specie coincideva con i tempi di allestimento del cantiere, l’Opera, in accordo con la Lipu e con esperti del settore, ha avviato una mappatura fotografica di tutte le 149 buche pontaie della torre per verificare l’eventuale presenza di nidi, individuando una femmina in cova all’interno di una buca situata sulla sommità del lato ovest.
Il montaggio delle opere provvisionali è stato quindi riprogrammato per non disturbare la riproduzione, e la cova si è conclusa con la nascita di tre pulli che, una volta cresciuti, hanno preso il volo. Una vicenda che conferma come la sostenibilità di un cantiere di restauro vada valutata nel suo insieme, tenendo conto del rispetto del monumento, della vivibilità dello spazio urbano e della gestione quotidiana delle attività operative.

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Il progetto di restauro: conoscenza, diagnostica e conservazione
«L’intervento di restauro è finalizzato alla conservazione e alla salvaguardia dell’integrità del monumento, attraverso un’attenta fase preliminare di conoscenza, rilievo e diagnostica», afferma l’Arch. Beatrice Agostini, responsabile dell’Ufficio Restauri dell’Opera. Il rivestimento esterno e gli elementi architettonici e decorativi del Campanile sono infatti realizzati con litotipi differenti, ciascuno con proprie caratteristiche petrografiche e specifiche forme di degrado.
Il materiale più degradato è il Verde di Prato, una serpentinite con struttura a grandi cristalli che la rende vulnerabile alle sollecitazioni meccaniche, agli sbalzi di temperatura e alle variazioni di umidità: la pietra tende così a scagliarsi e a separarsi. Il marmo bianco, anch’esso metamorfico ma a grana fine e quindi più resistente, soffre soprattutto le piogge acide, che trasformano lo strato superficiale in gesso e generano croste nere, con una progressiva perdita di coesione e dei dettagli scolpiti. La marna rossa, detta rosso di Cintoia, presenta invece imbiancamenti, polverizzazione ed esfoliazione, oltre a evidenti differenze di colore tra gli elementi originali e quelli sostituiti in passato.
Allo stato di degrado contribuiscono diversi fattori: inquinamento atmosferico, piogge acide, radiazione solare, attività biologica, vibrazioni, variazioni di temperatura e umidità e le modalità con cui sono stati realizzati gli ancoraggi. Oltre alla presenza di muschi, alghe e cianobatteri, si rilevano lesioni, fratture e microfratture che richiederanno ulteriori verifiche, anche per valutare il comportamento sismico della torre. Le condizioni più critiche riguardano le facciate nord e ovest, che nel corso del Novecento non sono mai state oggetto di restauri significativi.
L’intervento partirà da un’approfondita fase di conoscenza: verranno aggiornate le mappature dello stato di conservazione, rilevate le fessurazioni e avviata una campagna di indagini diagnostiche in situ e in laboratorio. In parallelo si procederà alla depolveratura, alla rimozione e catalogazione degli elementi instabili, a stuccature provvisorie e a preconsolidamenti mirati per ciascun tipo di pietra. Seguirà la pulitura, preceduta da prove per individuare le tecniche più efficaci e rispettose delle patine storiche, insieme alla rimozione delle stuccature non compatibili e degli elementi metallici non più idonei, che saranno sostituiti o trattati con materiali durevoli come acciaio inox e fibra di vetro. Sono previsti infine il consolidamento dei materiali lapidei ed eventuali interventi strutturali per riparare le lesioni presenti da tempo.
Per reintegrare lacune e giunti saranno impiegate malte a base di calce e polveri di marmo, calibrate per colore e granulometria. La sostituzione degli elementi in marmo sarà limitata ai casi in cui l’originale non possa essere conservato o rappresenti un rischio per la sicurezza. A fine lavori, dove compatibili e necessari, verranno applicati trattamenti protettivi idrorepellenti e consolidanti. L’intero intervento segue un approccio che punta a conservare la materia originale, garantire la compatibilità dei materiali e rendere riconoscibili le parti restaurate.

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Layher Italia, competenze al servizio del restauro monumentale
L’intervento sul Campanile di Giotto si inserisce in un percorso di collaborazione tra Layher Italia, l’Opera di Santa Maria del Fiore e TSA che negli anni ha interessato diversi cantieri dedicati alla conservazione e alla manutenzione del patrimonio monumentale fiorentino. A Firenze Layher aveva già realizzato l’opera provvisionale per il restauro dei mosaici della cupola del Battistero di San Giovanni, mentre più di recente ha fornito il sistema Allround Lightweight per il restauro della Basilica di San Domenico a Bologna.
In progetti di questa natura il risultato nasce dall’integrazione di competenze diverse, che mettono in dialogo le esigenze della committenza, il know-how del produttore dei sistemi provvisionali, l’esperienza dell’impresa incaricata del montaggio e il coordinamento delle lavorazioni di restauro: è proprio questo confronto a permettere alle opere provvisionali di rispondere alle necessità operative senza compromettere il valore e la fruibilità del bene storico.
