Park Associati, Filippo Pagliani: il metodo del collettivo e la sostenibilità oltre lo slogan 01/10/2026
Indice degli argomenti Toggle Un collettivo interdisciplinare: che cosa significa e come nasce un progettoNuovo o riqualificazione: l’analisi dell’edificio e il nodo della sostenibilità realeLa decostruzione dell’ex Hotel Michelangelo e la ricerca sull’urban miningIl verde come competenza tecnica, non come decorazioneIl product design come metodo, tra ciclo lento e forza del distrettoI progetti del cuore e il lato umano del mestiereEdilizia popolare e sistemi costruttivi, tra costo e qualitàIntelligenza artificiale e formazione: un cambio di velocitàLo stallo dell’edilizia milanese e il nodo delle regoleFAQ Park Associati Chi ha fondato Park Associati e quante persone lavorano nello studio?Perché Park Associati si definisce un “collettivo interdisciplinare”?Con quali criteri Park Associati sceglie tra nuovo e riqualificazione?Che cos’è il Compass di Reinventing Heritage?Qual è la posizione di Park Associati sulla sostenibilità e sul verde in architettura?Che ruolo ha l’intelligenza artificiale nel lavoro dello studio? Park Associati nasce a Milano nel 2000. Venticinque anni dopo, quella che era una realtà di pochi professionisti conta oggi oltre cento persone e ha firmato alcuni degli interventi più interessanti del panorama milanese, dalla Torre della Permanente a Pirelli 35, fino al nuovo Main e Children Hospital di Brescia. Un momento dell’intervista Filippo Pagliani ci accoglie nell’ex fabbrica di telefoni del quartiere Città Studi trasformata nella sede del collettivo. Con lui è nata una conversazione che ha toccato il metodo di lavoro, la scelta tra nuovo e riqualificazione, il ruolo del verde e del product design, il peso dell’intelligenza artificiale e le ragioni per cui, oggi, a Milano la nuova costruzione si è fermata. Un collettivo interdisciplinare: che cosa significa e come nasce un progetto La definizione di “collettivo interdisciplinare” è la formalizzazione di una scelta fatta all’origine. Quando lo studio nasce, tra il 1999 e il 2000, Pagliani e Rossi decidono di non legare la nuova realtà ai propri cognomi, in netta controtendenza rispetto al modello dominante allora, soprattutto a Milano, dove l’identità di uno studio coincideva con il nome dell’architetto. «Il nome PARK doveva essere un termine riconoscibile che non fosse legato ai nostri cognomi», racconta Pagliani. «All’inizio è stato anche un problema, perché per tradizione molti clienti vogliono la firma del progetto, come se altrimenti mancasse. In questi anni, invece, i fatti ci hanno dato ragione: anche a livello internazionale i collettivi si esprimono attraverso nomi che non si allacciano a quello di chi li ha fondati». Da quella scelta discende un modo di lavorare che Pagliani descrive come l’esatto opposto del “mito dell’architetto solista”. La riconoscibilità dello studio non nasce da uno stile imposto dall’alto, ma da un metodo consolidato negli anni. «Se esiste un metodo, all’inizio era istintivo, poi è diventato sempre più un pensiero elaborato», spiega. «Definirci un collettivo è la cosa a cui teniamo di più, perché è il modo per far capire come si sviluppano le idee e il progetto: da un innesto di tante idee che ogni volta vengono asciugate, migliorate e decise, fino ad arrivare alla costruzione del progetto». Il punto, per Pagliani, è la natura stessa del progetto contemporaneo, diventato troppo complesso per una mente sola. Ed è qui che entra in gioco anche l’intelligenza artificiale, non come minaccia ma come amplificatore di possibilità. «Oggi il progetto è una macchina talmente complessa che ogni volta va analizzato secondo possibilità di scelta quasi infinite. Il mondo dell’intelligenza artificiale ce lo sta dimostrando: il campo di investigazione è così ampio che a un certo punto qualcuno deve prendere la decisione finale». Questo lavoro collettivo di ‘asciugatura’ del progetto è il cuore del metodo, e non dipende dalla dimensione dell’intervento. «Non è un tema di scala. Anche nel product design lavoriamo nello stesso modo. Nessuno dirà mai “questo progetto è mio”». È un atteggiamento che Pagliani definisce contemporaneo, e che lega alla propria formazione, in particolare nei cinque anni in cui ha lavorato con Renzo Piano. «È un processo troppo complesso per pensare che ci sia una mente unica a generare un progetto, di qualsiasi dimensione essa sia». Nuovo o riqualificazione: l’analisi dell’edificio e il nodo della sostenibilità reale Negli ultimi anni il lavoro dello studio si è concentrato su due grandi filoni: il recupero dell’esistente e la costruzione ex novo, spesso su committenza pubblica. Alla domanda su quando convenga recuperare e quando demolire, Pagliani mi risponde che si tratta di «un tema molto delicato, sul quale continuiamo a scontrarci. Se il cliente ti lascia libertà d’azione e il progetto non è vincolato dal punto di vista urbanistico, in teoria la scelta è aperta. Ma spesso è la stessa consistenza dell’edificio a decidere». La decisione, insomma, parte da un’analisi tecnica preliminare dell’edificio, che verifica se la preesistenza è in grado di accogliere una nuova trasformazione. L’esempio più concreto arriva dagli edifici degli anni Sessanta, molti dei quali oggi tecnicamente inadatti a una seconda vita. «Durante il secolo le sezioni degli edifici si sono progressivamente ridotte. Arrivati agli anni Sessanta, gli interpiani sono così bassi che il rapporto tra solaio e pavimento non ti lascia quasi più spazio per gli impianti. Rimetterli in funzione come uffici, secondo gli standard di oggi, diventa quasi impossibile. È stata questa la scelta obbligata, per esempio, sull’ex Hotel Michelangelo a Milano». Su questo punto Pagliani fa una distinzione che spesso nel dibattito pubblico si perde. Mantenere un edificio è di per sé più sostenibile che demolirlo e ricostruirlo, ma la formula “l’edificio esistente è l’edificio sostenibile” è più che altro uno slogan che non sempre regge alla prova dei fatti. «Se tieni in piedi un edificio hai già prodotto in casa una buona parte della sostenibilità, perché eviti un atto di demolizione e ricostruzione. Però non è sempre valido». La circolarità dei materiali, aggiunge, è oggi tecnicamente possibile, ma ha un costo «che aumenta tantissimo, perché hai un processo in più: un altro cantiere per demolire e poi tutto il tema della separazione dei materiali». La decostruzione dell’ex Hotel Michelangelo e la ricerca sull’urban mining Un caso in cui questa strategia è stata portata avanti è proprio quello dell’ex Hotel Michelangelo di piazza Duca d’Aosta, oggi al centro del progetto MI.C che ridisegnerà anche piazza Luigi di Savoia, davanti alla Stazione Centrale. Per evitare la demolizione tradizionale, lo studio ha lavorato con l’azienda bergamasca Despe attraverso un processo di decostruzione controllata. «Con quel sistema costruiscono una struttura che ingloba tre piani dell’edificio e lavorano come cantieri in quota, demolendo in modo parziale e permettendo di recuperare tutto il cemento, il ferro, il vetro. Abbiamo decostruito l’intero edificio recuperando i materiali». Da quel recupero è nato anche il lavoro portato alla Biennale Architettura 2025 di Venezia, l’installazione Resourceful Intelligence alle Corderie dell’Arsenale, sviluppata con Accurat e il Politecnico di Milano: le piastrelle in clinker della facciata dell’ex Michelangelo, insieme ai vetri rigenerati di Palazzo Missori, sono state rimesse in circolo come prototipi di facciata, in un ragionamento sulla città come giacimento di materiali. «Abbiamo recuperato le piastrelle che ricoprivano la facciata, le abbiamo rimesse nei forni e gli abbiamo dato una nuova vita. Su questo si può lavorare molto, nell’ottica di dare un impulso all’idea di circolarità e di recupero». L’installazione Resourceful Intelligence – ph. Nicola Colella Diverso è il discorso quando si sceglie di mantenere l’edificio esistente trasformandolo, tema a cui lo studio ha dedicato il volume Reinventing Heritage, nato per i venticinque anni di attività non come monografia ma come progetto di ricerca. «Abbiamo analizzato quindici nostri progetti di recupero e da lì abbiamo costruito una teoria», spiega Pagliani. Al centro c’è uno strumento che lo studio ha chiamato Compass, una matrice che colloca ogni intervento nell’incrocio tra la trasformazione del corpo dell’edificio e quella della sua funzione, l’hardware e il software. «Ci siamo accorti che ogni progetto ha una collocazione esatta: quanto incidi sul corpo dell’edificio e quanto ne trasformi la funzione. Ci sono progetti che mantengono la funzione originale e altri che si trasformano completamente, da uffici a residenza». Il verde come competenza tecnica, non come decorazione Il verde, tema sempre più presente nel dibattito su comfort e adattamento climatico, per Park è parte integrante del progetto: una competenza interna allo studio, non affidata a consulenti esterni. La scelta di internalizzarlo è nata da una constatazione pratica. «Attivare sempre consulenti esterni per ragionare sul verde ci sembrava eccessivo», racconta Pagliani. La soluzione è stata assumere una figura con un profilo insolito: non una paesaggista, ma una botanica, Marianna Merisi. «Ha una formazione da botanica pura. Abbiamo affrontato il problema all’inverso: partiamo dalla pianta giusta al posto giusto. Se metti le piante sbagliate perché quel luogo climaticamente non le accetta, hai in testa solo un paesaggio estetico, un mood, ma non funziona». Attorno a quella competenza si è poi strutturata un’unità che unisce il disegno del paesaggio alla botanica, e che oggi consente allo studio di verificare i risultati nel tempo, con una logica quasi da monitoraggio. «La natura è lenta, ha bisogno di crescere e maturare. Pochi mesi fa abbiamo iniziato una campagna fotografica sui nostri progetti che avevano già due o tre anni, proprio per vedere come sono cresciuti». Un esempio è il dry garden previsto per Palazzo Sistema, il nuovo edificio pubblico della Regione Lombardia, concepito con specie a basso fabbisogno idrico e minore manutenzione, in risposta a un clima che cambia. Palazzo Sistema – @Viz by Park Sul verde, però, Pagliani chiarisce di non riferirsi al modello degli edifici alberati in quota: «Non riusciamo a cavalcare quel filone perché ci rendiamo conto che non è esattamente sostenibile. Sono molto più attento agli aspetti legati al livello zero della città, non alla città in quota». Il riferimento è alla gestione: irrigazione, potatura, manutenzione di un giardino sospeso hanno costi che pesano nel tempo. L’Architetto più che sul verde in facciata, insomma, concentra l’attenzione su quello a terra, nello spazio pubblico. «Toglierei tutte le macchine dal centro: alberi ovunque, non macchine». Il product design come metodo, tra ciclo lento e forza del distretto Da circa cinque anni Park ha strutturato il product design come un’attività autonoma, con un dipartimento dedicato guidato da un responsabile e da un piccolo nucleo di persone che affiancano i due soci. Lo Studio è passato da collaborazioni episodiche — dagli oggetti per Driade alle lampade, fino alla collezione Nebbia disegnata per Deltalight — a un lavoro organizzato, con l’obiettivo di controllare progetto, costi e qualità. Ma il principio resta lo stesso dell’architettura: «Anche nel product design lavoriamo un po’ nello stesso modo. Nessuno dirà mai che quel progetto è suo». La sorpresa, racconta Pagliani, è stata scoprire quanto quel mondo sia lento. «Uno pensa che l’architettura sia lenta, che il mondo della costruzione sia lento. Il mondo dell’industrial design è di una lentezza che non avrei mai immaginato». La ragione, spiega, sta nella difficoltà di introdurre modalità nuove nel ciclo produttivo dell’industria, con tempi che si dilatano: un prodotto finito impiega in media due o tre anni per entrare a regime. A questo si aggiunge la marginalità ridotta, che impone volumi elevati per rientrare, soprattutto parlando di prodotti dal prezzo unitario contenuto: «Prima di generare dei numeri veri devi produrre tantissimo. È un mondo difficile, perché c’è molta competizione». In questo quadro, la forza competitiva del design italiano è per Pagliani una questione di filiera. «Più che la creatività italiana, è la Brianza a essere unica: la concentrazione di capacità produttiva in un unico distretto, con un raggio d’azione di cinquanta chilometri. A livello mondiale, è ancora un unicum». I progetti del cuore e il lato umano del mestiere Alla domanda su quali progetti gli abbiano dato più emozione, Pagliani non indica i più grandi, ma quelli che hanno segnato un’esperienza collettiva. Il primo è The Cube, il piccolo padiglione-ristorante itinerante realizzato per Electrolux, che tra il 2011 e il 2012 ha viaggiato tra Bruxelles, Milano, Stoccolma e Londra, comparendo in luoghi scenografici come piazza Duomo. «Pur essendo una piccola cellula, è stata un’esperienza incredibile per velocità e modalità. Un racconto bellissimo, che ci ha portato a vivere emozioni ed esperienze totalmente inaspettate». The Cube in Piazza del Duomo a Milano – ph. Andrea Martiradonna Il secondo è la sede Salewa a Bolzano, che ha rappresentato un salto di scala e insieme un banco di prova del metodo corale. «È stato il progetto che più di tutti ha rappresentato una crescita collettiva, e che ci ha portato in una scala che non avremmo mai immaginato». La sede Salewa a Bolzano – ph. Nicola Colella A questi Pagliani affianca i due interventi per Luxottica a Milano, ricordati come esperienze straordinarie anche per il rapporto con una committenza fuori dal comune, e guarda con particolare aspettativa all’ospedale di Brescia: «Sulla carta oggi è un progetto pazzesco». Nella nostra chiacchierata è emerso in diversi passaggi il lato umano del lavoro dello studio, coerente con il modo in cui Park definisce la propria missione, “arricchire le vite”. Non è un caso che il vocabolario del metodo — il “corpo” dell’edificio, la sua trasformazione — resti sempre legato alle persone che quegli spazi li vivono, dal ristorante temporaneo all’ospedale, dove la posta in gioco è la cura. Edilizia popolare e sistemi costruttivi, tra costo e qualità Guardando ai prossimi dieci anni, Pagliani individua nel rapporto tra costo, qualità e velocità della costruzione la vera variabile. È qui che colloca anche il nodo dell’edilizia popolare. «È inutile parlare di edilizia sociale a basso costo se non si riesce a costruire a basso costo mantenendo la qualità. Se per costruirla ti costa come l’edificio alto-borghese, il discorso non regge». Su questo lo studio sta sperimentando sistemi costruttivi diversi. A Milano, nell’operazione delle Altane di Lambrate sviluppata in collaborazione con CCL – Consorzio Cooperative Lavoratori, la strategia è separare la parte “calda” ed efficiente dell’edificio da elementi agganciati all’esterno, una reinterpretazione dei vecchi ballatoi. Le Altane di Lambrate – Viz by Park In via Pichi a Milano si è lavorato con una costruzione a secco in struttura metallica; a Saronno, su una torre di ventiquattro piani, le pareti perimetrali portanti prefabbricate hanno permesso di accelerare il cantiere e ottimizzarne i costi. «La strada continuerà a essere quella: ottimizzare il costo della costruzione aumentando il più possibile la qualità del progetto. È l’unico modo per rispondere al mondo dell’edilizia, perché se i costi restano troppo alti il processo si blocca». Intelligenza artificiale e formazione: un cambio di velocità Se nel metodo l’intelligenza artificiale allarga il campo delle possibilità progettuali, sul fronte della formazione Pagliani ne osserva gli effetti con maggiore criticità. Docente universitario da oltre vent’anni, racconta di dover riscrivere i propri corsi continuamente. «Quello che insegnavo l’anno scorso non è quello che insegno quest’anno, perché sta andando tutto molto veloce per via dell’intelligenza artificiale. Se guardo alle cose che insegnavo dieci o quindici anni fa, è preistoria». Un’osservazione riguarda anche l’atteggiamento delle nuove generazioni, che a suo dire hanno perso parte dello slancio di un tempo. «Una volta gli studenti aggredivano il foglio, arrivavano distrutti la mattina. Oggi mi sembrano tutti più riposati, più livellati». Il tema, oltre che gli strumenti, riguarda la formazione stessa, e il divario tra ciò che si impara sui banchi e ciò che serve nella professione. «Quando un neolaureato arriva qui, c’è solo da imparare. L’università, ahimè, fa molta fatica a dare quelle basi». Lo stallo dell’edilizia milanese e il nodo delle regole Pagliani non fa giri di parole quando descrive lo stato di salute del settore, senza attenuazioni. La rigidità dei modelli economici degli operatori — quello che chiama “effetto Excel” — si somma oggi a un quadro normativo incerto, con un effetto paralizzante. «Prima della crisi urbanistica, l’Excel aveva margini per correggersi. Oggi o stai dentro a quei numeri o niente, e molto spesso quei numeri non sono sostenibili. Il risultato è che il mondo della costruzione si è fermato: sono pochissimi quelli che stanno andando avanti a costruire. Se guardi a quello che si sta facendo realmente in questo momento, la situazione è drammatica». La radice, per Pagliani, è a monte, in una macchina amministrativa che definisce “inceppata” e in una legge urbanistica troppo vecchia. «Serve una revisione strutturale del sistema. Regalare al cittadino un beneficio fiscale al 36% per rimettere l’intonaco sulla facciata non è la risposta». Il ragionamento tocca gli incentivi dedicati al recupero del patrimonio privato — dal bonus ristrutturazione ai suoi possibili ridimensionamenti — di fronte a una città «piena di case che cadono a pezzi» e a famiglie che spesso non hanno modo di intervenire. La conclusione allarga lo sguardo al Paese: la previsione è che, in un mercato bloccato, cresceranno soprattutto recuperi e ristrutturazioni, mentre restano aperti i grandi nodi strutturali, dalla dipendenza energetica dell’Italia all’impatto ambientale di infrastrutture come i data center. Sui grandi progetti pubblici in cui è impegnato lo studio, dall’ospedale di Brescia a Palazzo Sistema, Pagliani resta realista: guarda all’ambizione dei progetti tenendo conto dei tempi lunghi della macchina pubblica. Ed è proprio qui che il metodo del collettivo mostra il suo senso, nella capacità di tenere insieme oltre cento persone e competenze diverse, senza che nessuno rivendichi la firma. FAQ Park Associati Chi ha fondato Park Associati e quante persone lavorano nello studio? Park Associati è stato fondato a Milano nel 2000 dagli architetti Filippo Pagliani e Michele Rossi. Oggi il collettivo conta oltre cento persone e ha sede in una ex fabbrica nel quartiere di Città Studi. Perché Park Associati si definisce un “collettivo interdisciplinare”? Perché fin dalla fondazione lo studio ha rifiutato l’autorialità del singolo architetto, scegliendo un nome non legato ai cognomi dei fondatori. Il progetto nasce da un processo corale in cui molte idee vengono confrontate e “asciugate” fino alla decisione finale, applicato a ogni scala, dall’urbanistica al product design. Con quali criteri Park Associati sceglie tra nuovo e riqualificazione? La scelta dipende da vincoli urbanistici, volontà della committenza e soprattutto da un’analisi tecnica dell’edificio esistente. Molti immobili degli anni Sessanta hanno interpiani troppo bassi per ospitare gli impianti richiesti oggi, rendendo la ricostruzione quasi obbligata. Quando il recupero è possibile, la circolarità dei materiali è praticabile ma comporta costi più alti. Che cos’è il Compass di Reinventing Heritage? È uno strumento metodologico sviluppato nel volume Reinventing Heritage, pubblicato per i venticinque anni dello studio. Il Compass è una matrice che classifica gli interventi di recupero in base a due assi: la trasformazione fisica dell’edificio (hardware) e il cambiamento della sua funzione (software). Qual è la posizione di Park Associati sulla sostenibilità e sul verde in architettura? Lo studio distingue la sostenibilità reale dallo slogan. Il verde è trattato come competenza tecnica interna, partendo dalla scelta botanica delle specie adatte al clima e a bassa manutenzione, e non come elemento decorativo. La priorità è la qualità del verde a terra, nello spazio pubblico, più che i giardini sospesi in facciata, di cui Pagliani sottolinea gli elevati costi di gestione. Che ruolo ha l’intelligenza artificiale nel lavoro dello studio? Nel metodo progettuale l’IA amplia enormemente il campo di indagine e le possibilità di scelta, rendendo ancora più necessaria una decisione finale consapevole. Sul piano della formazione, Pagliani ne osserva l’accelerazione dei tempi e alcuni effetti di appiattimento sull’atteggiamento delle nuove generazioni. L’intervista con Filippo Pagliani di Park Associati fa parte del format “Uno al mese — Voci dall’architettura che cambia“, un itinerario tra gli studi che progettano la città di domani iniziato a settembre con la visita presso Lombardini22. Consiglia questo approfondimento ai tuoi amici Commenta questo approfondimento