Crisi clima, in Italia i danni arrivano a 210 miliardi negli ultimi 40 anni

Il nuovo rapporto Censis e Confcooperative ritrae un Paese costretto a pagare “un conto salato che di fatto cancella il Pnrr, e pesa quanto 10 Manovre finanziarie”. Nel 2022 si sono persi 17 miliardi, quasi l’1% del Pil; con l’agricoltura che è il settore più colpito. Sono a rischio una piccola e media impresa su 4.

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Crisi clima, in Italia i danni arrivano a 210 miliardi negli ultimi 40 anni

I danni della crisi climatica e dei disastri naturali arrivano a 210 miliardi in Italia in poco più di 40 anni. Una fotografia quella scattata dal nuovo rapporto Censis e Confcooperative che ritrae un Paese costretto a pagare “un conto salato che di fatto cancella il Pnrr, e pesa quanto 10 Manovre finanziarie”.

Lo studio – dal titolo ‘Disastri e climate change, conto salato per l’Italia‘ – si concentra sull’impatto dei disastri naturali e dei cambiamenti climatici sull’economia del Paese dal 1980 al 2022. E che racconta per esempio di come proprio nel 2022 si siano persi 17 miliardi, quasi l’1% del Pil; con l’agricoltura che è il settore più colpito: dove sono stati bruciati 900 milioni di produzione, pari a una riduzione dell’1,5%. Per via della situazione sono “a rischio una piccola e media impresa su 4; e nelle zone vulnerabili il rischio di fallimento aumenta del 5%”.

Dei 210 miliardi di danni “ben 111 sono determinati dagli effetti dei cambiamenti climatici“: 57,1 miliardi per alluvioni; 30,6 miliardi per ondate di calore; precipitazioni intense per 15,2 miliardi; siccità, incendi boschivi e ondate di freddo per 8,2 miliardi; poco meno di 100 miliardi, sono imputabili a terremoti, eruzioni, frane e altri fenomeni geofisici.

Guardando agli ultimi anni “parliamo di 42,8 miliardi solo dal 2017 al 2022. Nel 2022 è costato quasi l’1% del Pil, pari a 17 miliardi circa: un importo poco inferiore a una Manovra finanziaria”. Una piccola media impresa su 4 è “minacciata, perché localizzata in Comuni a rischio frane e alluvioni, dove la probabilità di fallire è del 4,8% più alta”. Inoltre “queste imprese realizzerebbero un risultato economico inferiore del 4,2% e una dimensione d’impresa, in termini di addetti, inferiore alle imprese localizzate in territori non esposti a rischi di frane e alluvioni”.

L’agricoltura, poi, è “il settore economico che risente di più le conseguenze dei cambiamenti climatici. Buona parte del risultato negativo è da imputare alla diffusa siccità e alla carenza di precipitazioni. Quasi tutte le tipologie di coltivazioni hanno subito un duro contraccolpo: la produzione di legumi (meno 17,5%), l’olio di oliva (meno 14,6%), i cereali (meno 13,2%), anche ortaggi (meno 3,2%), piante industriali (meno 1,4%), vino (meno 0,8%). Il comparto zootecnico ha subito una riduzione della produzione pari allo 0,6%”.

Dal punto di vista territoriale, “la flessione di produzione ha avuto una maggiore incidenza nel Nord Ovest (meno 3,5%) e nel Sud (meno 3%), mentre al Centro non si è registrata alcuna variazione. Se si guarda al valore aggiunto, la tendenza negativa appare particolarmente evidente nel nord Ovest con un meno 7,6%. Al Sud il valore aggiunto si riduce del 2,9%”. Quello che viene messo in evidenza è che “negli ultimi 40 anni un terzo del valore dei danni provocati da eventi estremi nella Ue è stato ‘pagato’ dall’Italia”.

Ed allora, osserva Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative, “la cura del territorio non è un costo ma un investimento”.

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