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A cura di:La Redazione Quale futuro per l’industria del cemento in Italia? Se ne è parlato a Made Expo, alla presenza del Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, il Sanatore Alessandro Morelli, con i rappresentanti delle principali associazioni del settore: Federbeton, GBC Italia, Assimpredil, Federacciai e Federcostruzioni. Perché, sebbene il settore oggi sia in salute, con 36.000 addetti, circa di 2.700 imprese e un fatturato 2022 di oltre 13 miliardi di euro, il futuro risulta incerto. La sfida della decarbonizzazione L’intera filiera delle costruzioni – incluso il comparto del cemento – si trova ad affrontare le sfide della decarbonizzazione. Per ottenere una produzione sempre più sostenibile e per raggiungere il target di neutralità carbonica al 2050 sono già stati pianificati ingenti investimenti, stimati in 4,2 miliardi di euro. A questi si aggiungono costi operativi extra di circa 1,4 miliardi annui. Tra le azioni messe in campo, ci sono l’utilizzo di combustibili secondari, lo sviluppo di tecnologie per la carbon capture e la spinta sulle energie rinnovabili. I risultati ottenuti nei primi due anni (la strategia è stata definita nel 2019) soni positivi. L’uso di combustibili alternativi (CSS) è cresciuto, passando dal 20% al 22,5 (anche se la media europea è al 53% e c’è quindi ancora molta strada da fare). Mentre è aumentato il ricorso a materiali sostitutivi al clinker, riducendo il rapporto clinker/cemento. Secondo gli esperti, però, è necessario un approccio di sistema per recuperare i ritardi e riuscire a rimanere competitivi, raggiungendo gli obiettivi europei di decarbonizzazione entro il 2050. I prezzi del cemento extra EU spingono l’import La competitività è proprio l’aspetto su cui bisogna soffermarsi: mentre l’industria italiana del cemento investe nel percorso di decarbonizzazione, i produttori di cemento extra EU hanno costi di produzione inferiori e propongono quindi prezzi più bassi al mercato. Basti pensare che il cemento prodotto fuori dall’Europa, da Paesi comunque vicini e affacciati al Mediterraneo, può arrivare a costare il 30% in meno rispetto al cemento made in Italy. Ecco il perché dell’impennata delle importazioni, cresciute del 30% nei primi 7 mesi del 2023 e più che triplicate negli ultimi 3 anni. Oltre a mettere a rischio la competitività delle imprese italiane, questa tendenza rischia di “vanificare” anche gli sforzi ambientali del settore: si calcola che le emissioni di CO2 legate alle importazioni siano aumentate del 23%. Nel nostro Paese, però, il settore non può permettersi di interrompere la produzione: questo causerebbe una contrazione del Pil del 4,1%. Ecco perché, secondo Federbeton, l’industria del cemento non deve essere lasciata sola in questo percorso di trasformazione. È positivo che nel nuovo Codice degli Appalti ci sia un riferimento ai materiali edilizi di provenienza europea, ma sarebbe auspicabile dare indicazioni vincolanti alle stazioni appaltanti allo scopo di valorizzare il Made in Italy, anche in vista dei progetti da realizzare legati al PNRR. Consiglia questa notizia ai tuoi amici Commenta questa notizia
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