Renzo Piano sbarca a New York. Il nostro migliore prodotto di esportazione nel campo dell’architettura sta per lasciare il segno anche nella città-simbolo degli Stati Uniti. Sarà, infatti, proprio l’architetto genovese a realizzare la nuova sede del New York Times, un colosso di 55 piani e 300 metri di altezza. Piano ha sbaragliato concorrenti della portata in Foster e Gehry in un concorso internazionale che ha visto gareggiare le migliori firme dell’architettura mondiale. Proponiamo, di seguito, l’intervista effettuata a Renzo Piano da Curzio Maltese e apparsa su Repubblica. Cominciamo con la curiosità più ovvia. Come mai un teorico della leggerezza in architettura e non solo: anche nell’arte e nella vita si mette a costruire un grattacielo nel cuore di Manhattan, una città dell’informazione per mille giornalisti e tremila impiegati? «Anzitutto perché mi piace sperimentare, assai più che fare teoria, e l’occasione era unica. E’ vero, ho costruito in tanti anni un solo grattacielo, la torre di Sydney, e non per caso. Ma non credo di essermi smentito. Al contrario, ho provato a portare la leggerezza laddove è più difficile e sorprendente, quasi impossibile. L’avventura di costruire un grattacielo “leggero” è quasi una sfida alle leggi di gravità». Agli americani è piaciuta questa fedeltà a un concetto di architettura europea, «normale», sostenibile, si sono scatenati in richiami al Rinascimento, nel ritratto di un «umanista italiano» alla Brunelleschi. «A parte i paragoni impossibili, c’è che soltanto ora gli americani cominciano a guardare al futuro di New York e a immaginarsela anche diversa. Finora l’avevano soltanto protetta dalle mode, a ragione. Per esempio, dalla confusa moda del postmoderno. Ma ora volevano qualcosa di nuovo, un grattacielo “trasparente”, contro l’imponenza dei grattacieli newyorkesi, funzionale all’idea di un grande strumento democratico com’è un giornale» Come è cambiata, se è cambiata, la simbologia del grattacielo? «E’ cambiata moltissimo. New York è una città romantica, la più romantica delle città, nel senso che è nata nel sogno romantico di salire verso l’alto. Era possibile, utile e facile perché l’isola è di roccia, di scisto, il famoso Manhattan shist, quindi basta tagliare la roccia e le fondamenta reggono qualsiasi cosa. Ma accanto all’utilità era forte il valore simbolico di potenza economica. Così sono sorti l’Empire, il Chrysler, gli altri grattacieli neogotici, bellissimi ma inaccessibili, come cattedrali o torri medievali. Il grattacielo, oltre alla funzione di dirigere verso l’alto l’espansione della città, serviva a dare l’immagine di un potere assoluto, quindi se vogliamo arrogante, fallico, gerarchico. Rispecchiava l’ideologia e l’utopia di un potere economico dalla crescita illimitata, governato da vertici lontani, superiori e misteriosi, protetti da torri che riflettono l’esterno ma nascondono tutto dell’interno». Lei si è divertito insomma a rovesciare la simbologia di un potere. La nuova sede del Times è tutto meno che un edificio inaccessibile, pesante e misterioso. E’ una specie di gigante dall’apparenza fragile, con la testa fra le nuvole. «Il potere dell’informazione si fonda sulla trasparenza, è un potere democratico. Quindi il progetto era in sintonia con l’idea del committente, un grattacielo che non fosse simbolo di potere e tantomeno di consumo, ma del rapporto di fiducia, familiarità e trasparenza che lega l’informazione ai cittadini» Questa è la filosofia del progetto, ma nella pratica? «Ho usato qualche trovata. Per esempio l’uso della ceramica bianca, il più antico, resistente e in certo senso ecologico dei materiali. Permette di assorbire la luce, risparmiare energia per riscaldare e soprattutto raffreddare l’edificio e di rispecchiare l’atmosfera, la natura» Sembra di sentirla parlare della fondazione culturale in Nuova Caledonia, dove gli alisei soffiano fra le canne dei palazzi e li fanno «cantare». Ma a New York che c’entra la natura? «Perché no? New York è anche natura, è una foresta pietrificata che cambia colore con il tempo, diventa blu dopo un temporale, s’infiamma la sera. La possibilità di riflettere l’atmosfera, di respirare nel paesaggio, era importante» C’è, credo, una novità assoluta nella concezione dell’edificio. Noi siamo abituati dai film americani, da Billy Wilder ai fratelli Coen, a pensare il grattacielo anche come il racconto dell’ascesa sociale: più si fa carriera e più si sale di piano, fino alla stanza del presidente, in cima. Qui è quasi il contrario, il potere sta in basso. «Sì, qui la storia è cambiata. Il cuore di un giornale dev’essere sulla strada, affacciato alla vita di tutti i giorni. La Bakery, la fabbrica del giornale, è dunque in basso, con l’ufficio centrale visibile a tutta la redazione. E mentre l’edificio sale, si svuota, si smaterializza. Fino a lasciare negli ultimi piani un enorme spazio per un grande giardino di betulle, che circonda una sala riunioni». Gli Stati Uniti sembrano essere diventati la sua nuova seconda patria, dopo la Parigi degli esordi. Nelle università americane si studiano le città europee più di quanto si faccia in Europa. Il tutto mentre in Italia si cercano risposte «americane» ai problemi delle nostre vecchie città. Non è paradossale? «E’ un curioso gioco di specchi. Noi guardiamo all’America che guarda sempre di più all’Europa. Oggi mi capita di lavorare in America come mai prima nella vita, da Boston a Chicago, da New York a San Francisco, Dallas, Atlanta, e l’aggettivo che sento più spesso nelle conversazioni e nelle riunioni di lavoro è european. Lo usano per tutto come sinonimo di coltivato, raffinato, intelligente. Se sapessero come noi europei siamo più consumisti di loro. Vogliono progetti nuovi perché guardano al modello umanistico della città europea, imprevedibile, mista, complessa. Sono affascinati dalla complessità, quanto l’Europa insegue la semplificazione, non soltanto in architettura. La verità è che si prendono il meglio, come sempre, in cambio di robaccia. Come fanno gli imperi» Consiglia questa notizia ai tuoi amici Commenta questa notizia
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