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A cura di: Stefania Manfrin Indice degli argomenti Toggle Tre livelli di raccontoSette parole per ridare senso al progettoUn libro per chi costruisce e per chi pensa C’è una mattina di tardo autunno 2024, in un capoluogo di provincia con più di 170.000 abitanti. La Commissione per la Qualità Architettonica e Paesaggistica è riunita. All’ordine del giorno: tre parapetti in metallo di finestrine di sottotetto, due porte da riaprire, una pergola per rampicanti, una targa di un’attività commerciale. Sei professionisti scelti per curriculum, esperienza, visione, impegnati a giudicare interventi che «nel destino della città hanno l’incidenza di un granello di sabbia nel deserto urbano». È questa l’immagine con cui si apre il prologo di “Pensare Conoscere Fare. Un viaggio in architettura per costruire quello che ancora non abbiamo” (Pacini Editore, 2026, ISBN 979-12-5486-696-2), libro firmato da Andrea Rinaldi e Roberta Casarini*, con contributi di Sara Codarin, Maddalena Fortelli, Gabriele Lelli, Alberto Manfredini, Giovanni Manfredini, Gloria Negri, Luciano Pantaleoni, Annalisa Rabitti e Simone Sfriso. Non una provocazione retorica, ma una fotografia ad alta risoluzione di un paradosso sistemico. «Per troppo tempo abbiamo scambiato la qualità con la correttezza procedurale, la conformità con il valore, la verifica con il giudizio», scrivono gli autori. E da quel disagio parte un libro che, nelle sue 176 pagine, ha la qualità di “tenere insieme pensiero, ricerca e pratica“. Tre livelli di racconto Il volume si articola in tre sezioni — Pensare, Conoscere, Fare — che gli autori stessi definiscono «tre verbi, tre movimenti, tre direzioni che nel mestiere di architetti si inseguono, si confondono, si sovrappongono». Non esiste una linearità obbligata: si può leggere dall’inizio alla fine come un unico racconto, oppure entrare dalla parte teorica, oppure dai progetti, e tornare indietro alle idee che li sostengono. Nella sezione Pensare, il cuore teorico del volume, Rinaldi costruisce un lessico in sette parole chiave — cambiamento, tempo, appropriatezza, circolarità, leggerezza, rigenerazione, alta qualità e basso costo — che diventano lenti attraverso cui rileggere l’architettura come «atto di futuro». Ogni capitolo è corredato da un Contributo Critico che esplicita cosa si sa nella letteratura di riferimento, cosa si mette in discussione e cosa si propone: una struttura quasi accademica che però non perde mai il filo narrativo. Bloch, Bauman, Calvino, Sen, Norberg-Schulz, Prigogine, Heidegger, Lacaton & Vassal, Habraken, Aravena — la bibliografia è densa e i riferimenti sono sempre funzionali al ragionamento. La sezione Conoscere entra nel laboratorio che ha generato queste riflessioni: frammenti, dialoghi, mappe concettuali, appunti di ricerca e didattica. Fare, infine, è il banco di prova: i progetti del Laboratorio di Architettura di Reggio Emilia, raccontati non come schede tecniche ma come storie, con una doppia domanda sempre presente — «che cosa abbiamo costruito?» e, soprattutto, «che cosa abbiamo imparato costruendo?». Sette parole per ridare senso al progetto Il primo capitolo parte da una tesi che sembra semplice e invece rovescia un’abitudine consolidata: «il cambiamento, per avvenire, deve essere desiderato, non imposto». Rinaldi richiama Ernst Bloch e il concetto di Noch-Nicht, il “non-ancora” — quella dimensione del futuro già inscritta nel presente. «Ogni progetto autentico nasce da un’inquietudine, ma si regge su una volontà di trasformazione», scrive. E ancora: «La posta in gioco è etica, prima ancora che estetica». Il capitolo sull‘abitare il tempo introduce una distinzione che attraversa tutto il libro: quella tra la durata come continuità vitale e l’eternità come irrigidimento. La metafora nasce da Prigogine, il Nobel per la chimica che descrisse le “strutture dissipative”: i sistemi che mantengono il loro ordine proprio perché scambiano energia, mutano, sono attraversati dal flusso del tempo. «L’architettura deve aspirare a essere una struttura dissipativa, non qualcosa pensato come eterno. Dobbiamo smettere di confondere la durata con l’eternità». L’appropriatezza — forse la parola-cardine dell’intera sezione — viene definita come precisione situata, non risparmio. «Abbiamo confuso il più con il meglio, ora ci accorgiamo che è meglio il meno». L’architettura appropriata è «sobria nei mezzi e ambiziosa negli effetti», capace di fare «il massimo con il minimo» senza scadere nel minimalismo come moralismo. Tre principi la costruiscono: la sufficienza (fare solo ciò che è giusto), l’efficacia (la capacità delle cose di essere se stesse, di aggiungere realtà invece di consumarla) e la consistenza (la capacità di essere abitata nel tempo, di trasformarsi senza perdere carattere). Sul fronte della circolarità, il libro va ben oltre il recinto del riciclo dei materiali. Circolare è prima di tutto «un cambio di paradigma mentale, uno spostamento radicale dal possesso all’uso, dall’oggetto alla relazione». La città circolare è una città porosa, dove ogni gesto progettuale ritorna nel sistema. Il concetto biologico di “adiacente possibile” — formulato da Stuart Kauffman — viene assunto come metodo: non creare dal nulla, ma ricombinare l’esistente per espandere le possibilità della vita. E da qui si apre il tema dell’abitare come servizio: «Un edificio pensato per essere aggiornato negli impianti, adattato nella distribuzione interna, riconfigurato negli usi, diventa una piattaforma che accompagna i cicli della vita degli abitanti». La leggerezza viene trattata come metodo, non come estetica. Tre dimensioni: leggerezza mentale (la chiarezza, la cortesia dell’architettura verso l’intelligenza di chi la abita), leggerezza strutturale («la natura è rigorosamente leggera perché non può permettersi lo spreco») e leggerezza temporale (la capacità di immaginare l’edificio non come un monolite ma come un telaio disponibile). «Costruire leggero significa dire: “Io preparo loro una base robusta e libera affinché tra cinquant’anni le persone possano vivere la loro vita, non la mia”». È un atto di umiltà. È l’opposto dell’archistar che firma ogni maniglia. La rigenerazione viene smontata e ricostruita con grande rigore critico. La parola «sembra aver perso qualsiasi peso specifico: quando può dire tutto, finisce per non dire niente. Un po’ come “sostenibile”». Rinaldi propone una soglia operativa verificabile: un intervento rigenera davvero solo quando produce insieme aumento dell’accesso, degli usi, della cura, della reversibilità e dell’equità. Il riferimento a Lacaton & Vassal è esplicito: «non demolire mai, non sostituire, aggiungere». Ogni edificio esistente è «un serbatoio di struttura, di energia incorporata, di memorie, su cui innestare nuove possibilità». Il capitolo conclusivo della sezione teorica — progettare ad alta qualità e basso costo — porta tutto questo in cantiere. «È relativamente facile costruire architetture ad alta qualità estetica con budget molto elevati, così come lo è costruire a basso costo senza preoccuparsi della qualità della vita delle persone. Oggi, in architettura, oscilliamo pericolosamente tra questi due estremi, per giungere alla sintesi peggiore: costruire ad alto costo e bassa qualità». Il costo reale viene rappresentato come un treppiede — spazio, tempo, società — e la formula operativa si condensa in una frase: capire prima di spendere. Un libro per chi costruisce e per chi pensa Pensare Conoscere Fare non è un manuale nel senso tradizionale, ma è più utile di molti manuali. Non è un saggio accademico, ma è più rigoroso di molti saggi. È, come lo definiscono gli stessi autori, «un manuale disordinato, un kit di viaggio per imparare a cambiare». E la parola “cambiamento” è il filo che attraversa ogni capitolo, ogni progetto, ogni pagina della bibliografia. La sezione Fare è il test di realtà che trasforma la teoria in conoscenza verificabile. I progetti del Laboratorio di Architettura — dalla residenza ad alta efficienza energetica di Trento Trieste 13 al complesso scolastico di Pontenuovo a Ravenna, dal recupero dell’ex officina bus in viale Trento Trieste a Reggio Emilia alla palazzina M delle ex Reggiane trasformata in studentato — vengono raccontati con la stessa onestà intellettuale del resto del libro: non come vetrine di soluzioni perfette, ma come luoghi in cui i principi si sono misurati con budget risicati, cantieri difficili, burocrazia, esigenze contraddittorie. Il libro interessa chi progetta, ma anche chi governa il territorio, chi insegna architettura, chi decide come investire risorse pubbliche nel costruito esistente. Perché la domanda che lo percorre da cima a fondo non è tecnica: è politica. «Per troppo tempo abbiamo scambiato la qualità con la correttezza procedurale, la conformità con il valore, la verifica con il giudizio». E finché questa confusione regge, le commissioni continueranno a discutere il destino di pergole e targhe mentre la città invecchia “a norma”. Scheda libro Pensare Conoscere Fare. Un viaggio in architettura per costruire quello che ancora non abbiamo Autori: Andrea Rinaldi, Roberta Casarini Con i contributi di: Sara Codarin, Maddalena Fortelli, Gabriele Lelli, Alberto Manfredini, Giovanni Manfredini, Gloria Negri, Luciano Pantaleoni, Annalisa Rabitti, Simone Sfriso Editore: Pacini Editore Anno: 2026 ISBN: 979-12-5486-696-2 Pagine: 176 *Andrea Rinaldi è il fondatore del Laboratorio di Architettura di Reggio Emilia, docente e progettista con venticinque anni di attività tra didattica universitaria e pratica professionale. Roberta Casarini cura la sezione Fare del volume, dedicata ai progetti realizzati dallo studio. Consiglia questa notizia ai tuoi amici Commenta questa notizia
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