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Il risultato del ‘Rapporto nazionale sull’economia circolare in Italia’ 2020, messo a punto da Enea e Circular economy network (Cen). Ora il primato dell’Italia, in prima linea nella lotta contro l’usa e getta (in particolare della plastica), è a rischio per la crescita di altri Paesi. Una spinta incoraggiante arriva dalla bio-economia che in Europa ha fatturato 2.300 miliardi di euro con 18 milioni di occupati, e che in Italia fa registrare un fatturato di oltre 312 miliardi di euro. Secondo Edo Ronchi “la transizione verso l’economia circolare è sempre più urgente per la mitigazione della crisi climatica. Per rendere operativo il Green deal bisogna arrivare a 3mila miliardi di euro”. a cura di Tommaso Tetro L’Italia è al vertice dell’economia circolare; batte, e di molto, sia la Germania che la Francia. E’ questo il risultato principale che emerge dal ‘Rapporto nazionale sull’economia circolare in Italia’ 2020, messo a punto da Enea e Circular economy network (Cen) – la rete promossa dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile e da 14 aziende e associazioni di impresa – da cui si evince che il consumo di materiali cresce a un ritmo doppio di quello della popolazione mondiale. Ora però il primato dell’Italia, che è in prima linea nella lotta contro l’usa e getta (in particolare della plastica) è a rischio, perché gli altri Stati stanno continuando a crescere mentre noi mostriamo ‘stanchezza’ e abbiamo rallentato. Ma una spinta, e un segnale incoraggiante, arriva dalla bio-economia che, secondo gli esperti, cresce di valore e aumenta anche il suo peso complessivo: in Europa ha fatturato 2.300 miliardi di euro con 18 milioni di occupati nel 2015; in Italia, l’insieme delle attività legate alla bio-economia, fa registrare un fatturato di oltre 312 miliardi di euro. Il consumo di materiali e risorse Secondo il documento ogni abitante della Terra utilizza più di 11mila chilogrammi di materiali all’anno; un terzo di questi diventano in poco tempo rifiuti e finiscono per essere smaltiti in discarica, mentre soltanto un altro terzo è ancora in uso dopo 12 mesi. E’ enorme l’uso di risorse che facciamo: il consumo di materiali cresce a un ritmo doppio di quello della popolazione mondiale. L’unica chiave per superare questo tipo di sistema, “responsabile di buona parte della crisi climatica e ambientale, a cominciare dall’invasione dell’usa e getta”, è l’economia circolare, quella che riusa i prodotti, ricicla i rifiuti creando nuova materia prima (seconda), e non spreca le risorse. Economia circolare, medaglia d’oro all’Italia Nella classifica per indice di circolarità l’Italia è prima tra le cinque principali economie europee. Si tratta del valore attribuito secondo il grado di uso efficiente delle risorse in cinque categorie: produzione, consumo, gestione rifiuti, mercato delle materie prime seconde, investimenti e occupazione. L’insieme di questi dati ci premia. Siamo al primo posto; al secondo la Germania e al terzo la Francia, rispettivamente con 11 e 12 punti in meno. L’Italia è però sotto pressione per via della crescita veloce della Francia e della Polonia, che nell’ultimo anno hanno guadagnato 7 punti la prima e 2 la seconda. Quanto all’occupazione, siamo secondi con 517mila posti di lavoro; al primo posto si piazza, in questa sezione la Germania con 659mila. In proporzione, però, nel nostro Paese gli impiegati in questi eco-settori dell’economia rappresentano il 2,06% del totale; un valore che è comunque superiore alla media Ue che è dell’1,7%. “Nell’economia circolare, l’Italia è partita con il piede giusto e ancora oggi si conferma tra i Paesi con maggiore valore economico generato per unità di consumo di materia – dice il presidente del Circular economy network, Edo Ronchi – ma oggi registriamo segnali di un rallentamento, precedente anche alla crisi del coronavirus, mentre altri Paesi si sono messi a correre: in Italia gli occupati nell’economia circolare tra il 2008 e il 2017 sono diminuiti dell’1%. E’ un paradosso che, proprio ora che l’Europa ha varato il pacchetto di misure per lo sviluppo dell’economia circolare, il nostro Paese non riesca a far crescere questi numeri”. “Il Rapporto conferma come l’Italia sia ai primi posti tra le grandi economie europee in molto settori – mette in evidenza il direttore del dipartimento sostenibilità dei sistemi produttivi e territoriali dell’Enea, Roberto Morabito – tuttavia, l’andamento temporale degli indicatori mostra purtroppo un peggioramento per il nostro Paese. Stiamo pericolosamente rallentando e se continuiamo così corriamo il rischio di essere presto superati dagli altri Paesi, che invece nel frattempo stanno accelerando. Serve un intervento sistemico con la realizzazione di infrastrutture e impianti, con maggiori investimenti nell’innovazione e, soprattutto, con strumenti di governance efficaci, come per esempio l’Agenzia nazionale per l’economia circolare”. L’Italia utilizza al meglio le scarse risorse destinate alla tecnologia. Inoltre ha un buon indice di efficienza: per ogni chilogrammo di risorse consumate riesce a generare 3,5 euro di Pil; a fronte di una media europea che si ferma a 2,24 euro. Il punto – viene spiegato dal rapporto – è che viene penalizzata dalla scarsità degli investimenti e dalle criticità in campo normativo e burocratico. Mancano ancora la Strategia nazionale e il Piano di azione per l’economia circolare, due strumenti che potrebbero servire al Paese anche per avviare un percorso di uscita dai danni economici e sociali prodotti dall’epidemia del coronavirus. Lo sviluppo della bio-economia La bio-economia cresce di valore e peso complessivo: in Europa ha fatturato 2.300 miliardi di euro con 18 milioni di occupati nell’anno 2015. In Italia l’insieme delle attività connesse alla bio-economia registra un fatturato di oltre 312 miliardi di euro e circa 1,9 milioni di persone impiegate. I comparti che contribuiscono maggiormente al valore economico (63%) e occupazionale (73%) della bio-economia sono l’industria alimentare, delle bevande e del tabacco e quello della produzione primaria (agricoltura, silvicoltura e pesca). Sono settori rilevanti e attività che hanno un ruolo fondamentale nel rapporto con il capitale naturale. Negli ultimi cinquant’anni l’intervento umano ha trasformato significativamente il 75% della superficie delle terre emerse. Il 33% dei suoli mondiali è degradato; in tutta Europa in media ogni anno un’area di 348 chilometri quadrati viene cementificata. La bio-economia è allora fondamentale a patto che sia rigenerativa, basata su risorse biologiche rinnovabili, e utilizzata difendendo gli ecosistemi, senza compromettere il capitale naturale. Da questo punto di vista è essenziale la tutela del suolo, delle foreste, delle risorse marine nello sviluppo di una bioeconomia rigenerativa e sostenibile. “La transizione verso l’economia circolare e la bioeconomia rigenerativa è sempre più urgente e indispensabile anche per la mitigazione della crisi climatica. Oggi esistono importanti strumenti normativi a livello europeo ma vanno incoraggiati – osserva Ronchi – per rendere operativo il Green deal occorre almeno il triplo delle risorse stanziate: bisogna arrivare a 3mila miliardi di euro. Per raggiungere questo obiettivo serve un pacchetto di interventi molto impegnativi: una riforma dei regolamenti alla base del Patto di stabilità per favorire gli investimenti pubblici; una nuova strategia per la finanza sostenibile in modo da incoraggiare la mobilitazione di capitali privati; una revisione delle regole sugli aiuti di Stato; la revisione della fiscalità e la riforma degli stessi meccanismi istituzionali dell’Unione europea”. 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