Recupero di Palazzo Piomarta: il progetto per una terza vita

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Il palazzo Piomarta è certamente uno degli edifici più significativi della Vallagarina e probabilmente fra i più notevoli di tutto il trentino, non solo per il suo valore come “manufatto” ma, proprio, per la sua valenza in quanto “monumentum”, ossia “fatto urbano”, in tutta la sua consistenza storico – sociale – istituzionale – collettiva.
L’assetto originario di palazzo Piomarta prevedeva caratteri distributivi molto diversi da quelli attuali.
In sintonia con lo schema settecentesco, la distribuzione dell’edificio era organizzata attraverso una sequenza di ambienti, l’uno attiguo e comunicante con l’altro, ciascuno deputato ad accogliere funzioni o ruoli specifici nel contesto dell’organizzazione del manufatto.
La presenza della corte garantisce in quest’epoca un’occasione non già di rappresentanza, ma piuttosto di illuminazione e di servizio, con percorsi e aperture: in quest’ottica sono stati realizzati i ballatoi interni.
Essi consistevano in un piano di calpestio in pietra locale su mensoloni a sbalzo, anche essi in pietra, per consentire la deambulazione secondaria e di servizio all’interno del manufatto.
Tali elementi a ballatoio erano stati realizzati a piano terra, a piano primo e, solo sui lati minori esterni delle due corti, a piano secondo.
Ciò conduce ad almeno due osservazioni.
1) in epoca successiva gli anelli dei ballatoi dei piani terra e primo sono stati totalmente sostituiti con altri diversi per dimensioni, ruoli funzionali e tipologia strutturale;
2) dei ballatoi originali, gli unici a tutt’oggi rimasti in sede sono quelli del piano secondo: quello a sud pressoché inalterato, quello a nord con aggiunta di un tamponamento posticcio.
La fine del 1800 ha visto la sostituzione di tali ballatoi a sbalzo in pietra dei piani primo e secondo con ballatoi più larghi e di analoga collocazione ma in materiale assolutamente diverso (acciaio, ghisa e laterizio), con regime strutturale affatto diverso (appoggiati ai muri perimetrali e a sistema di colonnine in ghisa appositamente sistemate entro le corti) e, soprattutto, con intenti funzionali e distributivi di assoluta innovazione rispetto all’assetto originario dell’edificio.
Tale operazione costituiva infatti l’occasione per ripensare completamente l’intera organizzazione distributiva dell’edificio.
Dire che un siffatto ridisegno, attraverso alcune parti, dell’intero organigramma del manufatto fosse un’iniziativa poco congruente e posticcia rispetto alla tipologia originale mi pare osservazione, pur verosimile, affrettata e superficiale.
Certamente l’intento è stato quello di mutare radicalmente l’impianto distributivo, a seguito del ridisegno del programma funzionale dell’edificio: da residenza privata a luogo pubblico, ovvero quello che sarebbe diventato la sede della celebre Scuola Reale Elisabettina, una delle più feconde istituzioni didattiche dell’Impero Austro-Ungarico.
Questo evento mi induce a un’importante riflessione: è pur vero che l’iniziativa ora ricordata portò ad una alterazione delle ragioni originarie dell’edificio, anche nei suoi caratteri più fisici e materiali; ma ciò consentì all’edificio stesso di smettere i panni di una funzione aristocratica ormai passata per indossare quelli di una importante istituzione collettiva, acquisendo così un nuovo ruolo, una nuova attualità, una nuova vita non solo istituzionale ma soprattutto fisica.
I nuovi ballatoi potevano garantire, allora e per più di un secolo, il nuovo assetto distributivo capace di consentire il funzionamento dell’edificio per centinaia di utenti.
In questo momento il nostro progetto ci induce ad un analogo passaggio, non tanto però allo scopo di ritrovare un nuovo assetto, quanto piuttosto per recuperare l’originario spazio della corte senza perdere, anzi migliorando, la ricettività dell’edificio. E’ importante recuperare lo spazio delle due corti andato perduto nel momento in cui si realizzarono i tamponamenti posticci dei nuovi ballatoi. Allo stato di fatto, la scala dimensionale dei due spazi fa pensare più a spazi-cavedi che a spazi-corte.
Pertanto il progetto presuppone la sequenza di alcuni ragionamenti, che si traducono in altrettanti fasi compositive:
a) La rimozione delle strutture di tamponamento dei ballatoi elisabettini sicuramente non congruenti con l’impianto a corte dell’edificio. Essi infatti, come notato, riducono notevolmente le dimensioni della corte, producendo in chi guarda uno strano ”effetto camino”, ossia la sensazione di uno spazio troppo stretto e allungato.
b) Una volta restituita alla corte la sua dimensione originaria è necessario restituirla all’uso della collettività. E’ fondamentale che le due corti diventino altrettanti spazi percorribili, fruibili, vivibili, in condizione di climatizzazione controllata. Viene dunque recuperato e valorizzato il sistema di colonnine in ghisa di epoca elisabettina, sul quale si posiziona una copertura piana trasparente con struttura in acciaio a elementi tubolari, avente medesimo modulo geometrico del sistema di colonnine.
c) Viene realizzato a piano terra un nuovo partérre in vetro opacizzato così da ottenere un piano di calpestio molto ampio in corrispondenza dei due ingressi (corte nord, corte sud). Tale partérre in vetro consente la deambulazione per tutta l’ampiezza dello spazio, restituendo al visitatore e al fruitore l’idea della corte nella sua completezza.
d) Va da sé che in questo modo si ottengono ambienti di grande interesse e suggestione: a piano interrato i due spazi, con soffitto traslucido e trasparente alla luce; a piano terra le due corti praticabili e fruibili in tutta la loro ampiezza; a piano primo, i ballatoi perimetrali si affacciano su uno spazio collettivo aperto e climatizzato; poco più sopra, la copertura trasparente, invisibile membrana fra sole, cielo e corte.
Al secondo piano, i due ballatoi originali, unici rimasti dopo l’intervento primonovecentesco, vengono recuperati e inseriti entro il circuito distributivo, attraverso la loro chiusura con pure lastre in vetro strutturale.
e) Viene in questa maniera ricostruita la continuità verticale per tutta l’altezza della corte. Mi pare interessante vedere in questa idea una sorta di sintesi fra l’originaria concezione e l’intervento elisabettino: cerchiamo di restituire alla corte l’assetto e la scala originari, pur non rinunciando all’uso, alla funzionalità e all’attualità contemporanea.
Appare utile quindi ricostruire la storia del manufatto secondo i tre punti così schematizzati, considerando entro questo ragionamento il nostro come intervento sintesi dei primi due.

I fase storica 1772
Assetto originario dei ballatoi in pietra: meno larghi degli attuali ballatoi, svolgevano un ruolo di servizio, poiché le direttrici principali di distribuzione stavano all’interno dell’edificio.
Essi erano stati realizzati a sbalzo su mensoloni e piano di calpestio in pietra bianca locale. Del tutto analoghi, per assetto e tipologia strutturale, agli unici due che oggi ancora rimangono, collocati sui lati minori esterni delle corti al secondo piano.

II fase storica 1900
Costituisce l’attuale assetto tipologico e distributivo dell’edificio: in epoca elisabettina vengono rimossi i quattro anelli dei ballatoi, a piano terra e a primo piano, e sostituiti con ballatoi più larghi (ml 2.20 circa), costituiti da solaio a voltine (acciaio e laterizio), appoggiato su colonnine in ghisa, anch’esse di nuova costruzione, con tamponamento in legno e laterizio e vetro.
E’ una fase che comporta modifiche sostanziali non solo ad alcune parti strutturali del manufatto ma, soprattutto, al suo assetto distributivo. La sostituzione e la chiusura dei ballatoi segna il passaggio del manufatto da edificio a funzione privata ad edificio a funzione collettiva.
L’intervento elisabettino segna l’ottimizzazione dell’assetto distributivo ai fini della fruizione collettiva, modificando nel contempo la tipologia stessa dell’edificio a corte.
I tamponamenti dei ballatoi riducono le due corti a spazi angusti sempre più somiglianti a cavedi molto profondi e stretti.

III fase storica 2000
L’intervento proposto è quello di restituire alle due corti non solo le proprie dimensioni ma piuttosto la propria identità spaziale originaria; al contempo, di restituire le corti stesse alla fruizione collettiva.
Rimuovendo il posticcio e ingombrante sistema di tamponamento e recuperando, valorizzandolo, invece il bel sistema strutturale di elementi verticali in ghisa di fine ottocento, viene posizionata su quest’ultimo una copertura trasparente piana, in acciaio e vetro, allo scopo di coprire e climatizzare lo spazio e corte fino al piano secondo escluso, senza togliere continuità alla verticalità originaria degli spazi medesimi.
Oltre a ciò, a piano terra viene realizzato un ulteriore parterre pedonabile in vetro strutturale, al fine di consentire la deambulazione dei fruitori per tutta l’estensione delle corti in corrispondenza proprio del piano di ingresso. Tale struttura, pensata in vetro, non presenta idealmente discontinuità delle corti da terra a cielo. Ne consegue, tra l’altro, la realizzazione di due ambienti a piano interrato di grande interesse e suggestione, aventi per soffitto una superficie opaca trasparente.
I due ballatoi originali collocati al secondo piano rimangono inalterati, salvo venire tamponati con lastre in vetro, al fine di garantirne l’integrazione distributiva con gli ambienti interni e nel contempo la conservazione dell’assetto formale.
Appare evidente come questa “terza fase storica” costituisca per molti versi una sintesi filologica delle prime due: ne costituisce una prosecuzione ideale, recupera lo spazio originario mantenendo, anzi migliorando, l’ assetto distributivo elisabettino, condizione imprescindibile per una fruizione collettiva del manufatto.

L’assetto distributivo
Entro il ragionamento più sopra sviluppato appare determinante una questione: le scelte, necessariamente di progetto, che conducono alla definizione di un assetto distributivo pertinente e idoneo al fabbisogno manifestato dalla Committenza e, attraverso essa, all’utenza finale.
L’obiettivo è raggiunto attraverso un’analisi di un ideale lay-out, capace di definire da un lato le funzioni inerenti e sinergiche con quella universitaria, dall’altro la loro strutturazione migliore entro un comparto che, per quanto rivisitato, presenta vincoli distributivi non trascurabili.
Certamente l’obiettivo principale è quello di fare in modo che il palazzo nobiliare del 1772 risulti capace di accogliere la nuova funzione universitaria, non solo nel suo momento rappresentativo ma, e soprattutto, nel suo momento logistico funzionale; che esso diventi, in sostanza, una “macchina” capace di dare risposta alle attuali esigenze di una funzione complessa come quella didattica – collettiva – universitaria.
L’edificio del palazzo dell’istruzione consiste essenzialmente di quattro livelli.
Ai piani terra e primo sono state riservate la funzioni comportanti il maggior grado di promiscuità e di affollamento: aule per le lezioni, seminari, attività laboratoriali; al piano seminterrato vengono organizzati spazi di biblioteca e di studio nonché aree di segreteria e di riposo, mentre il piano secondo è riservato a spazi di ricerca, studioli, funzioni di segreteria. Vi sono altri due livelli minori; il piano interrato (ove si pensa possa essere collocato un laboratorio di psicologia) e il piano ammezzato. In corrispondenza dei due vani scala laterali vengono posizionate gli ascensori e un cavedio; attigui, trovano collocazione i servizi. Tale scelta comporta la formazione di due veri e propri nuclei distributivi e di servizio, coerenti con lo stato attuale.
Androne di ingresso, scalone nobile, aula magna sono spazi fruibili sia dall’università, sia in condizioni di totale autonomia.

IL “Monumentum” e la “macchina” universitaria
Fra le questioni essenziali che hanno condotto alla definizione del progetto ve n’è una a mio giudizio essenziale, la cui lettura porta a comprendere le ragioni di gran parte delle scelte progettuali.
Non c’è alcun dubbio sull’importanza storico-monumentale che riveste il palazzo dell’istruzione di Rovereto; come non vi sono dubbi sul valore “conservativo” che debba rivestire qualsiasi intervento attinente. Si tratta di recuperare infatti, come già affermato, non solo un manufatto di importante valenza architettonico-artistica, ma anche un edificio in quanto elemento urbano fortemente radicato nel contesto sociale, storico, collettivo della città. Questa è una considerazione che, in ogni fase dell’iter progettuale, non è mai stata persa di vista.
E’ tuttavia da tener presente, con altrettanta determinazione, il fatto che il progetto mira a realizzare entro il palazzo un impianto universitario che necessita di adeguati apparati, talvolta complessi, da quello distributivo a quello tecnologico, da quello funzionale a quello manutentivo.
La risposta a queste esigenze non può passare solamente attraverso un processo di puro recupero conservativo, pena la inadeguatezza del progetto stesso e del manufatto alle nuove esigenze. Questo passaggio diventa pertanto decisivo: se da un lato deve essere certificato il rigore filologico e scientifico del recupero del palazzo, con altrettanto rigore e serietà deve essere affrontato il problema delle dotazioni da fornire, pena il non consentire al manufatto di riappropriarsi di una nuova vita che gli consenta di rientrare a pieno titolo nel circuito delle funzioni e delle esigenze della città contemporanea. In altre parole, sarebbe parziale e sterile una lettura dell’intervento che vedesse nel progetto solo l’occasione di restituire splendore alle strutture e all’architettura settecentesca.
In realtà il progetto diventa fecondo e attuale soltanto nel momento in cui si pone come capace di rileggere l’edificio secondo una matrice contemporanea, in grado di riavviare il processo interlocutorio fra edificio stesso e funzioni collettive.
Solo in questo caso la storia è vista dal progettista non come una ingombrante ingessatura, ma come una “operante” opportunità, e una occasione capace di porre le basi per una straordinaria quanto necessaria autorigenerazione.
Detto ciò, e credendo profondamente in ciò, riteniamo che la strada debba essere percorsa con grande rigore e secondo un metodo a cui siano estranei facili entusiasmi e approssimative logiche di progetto.
In realtà, si pone la necessità di pensare al progetto come a una musica con un duplice motivo conduttore, da intendersi l’uno come edificio in quanto “monumentum”, l’altro come edificio in quanto “macchina”.
E qui è bene spiegarsi. La pratica del recupero conservativo deve essere applicata al manufatto in tutto il suo rigore. Ma non basta. Accanto a ciò occorre pensare a qualcosa di “altro”, a qualcosa di “applicato” al “monumentum”, qualcosa cioè che si faccia carico del nuovo (degli impianti, delle attrezzature, delle nuove tecnologie), capace di mantenere la propria identità di qualcosa d’”altro” rispetto al manufatto e per ciò stesso esalti e rafforzi la conservazione del manufatto stesso. Ciò implica evidentemente la possibilità, tutt’altro che secondaria, di disgiungere i tempi del monumentum dai tempi della macchina. Consideriamo infatti che la prima debba possedere una scala temporale assolutamente più lunga e definitiva rispetto alla seconda, la quale, proprio per il fatto di essere così concepita, risulta disponibile a continui aggiornamenti e modificazioni, proprio in funzione dell’esigenza di continui aggiornamenti della “macchina” università.
Le dotazioni di impianti, attrezzature, elementi tecnologici e quant’altro sono pensate come “staccate” dal manufatto, applicate in quanto “altro” da esso, attraverso la messa a punto di opportuni paramenti esterni alle strutture storiche e capaci di contenere tutti i vari apparati tecnologici che l’organismo richiede per il suo adeguato funzionamento.
Vengono predisposti “cursori” esterni alle murature, di contenimento dei sistemi impiantistici; vengono predisposte canalizzazioni esterne, pavimenti attrezzati, controsoffitti “radianti”.
Tutto quanto finalizzato a escludere quasi totalmente la compromissione dell’edificio storico, a parte alcuni punti di passaggio, di fori, aperture, canali, manomissioni, quant’altro necessario all’alloggiamento di una complessa impiantistica. Questi elementi “esterni”, in quanto “altro” dal monumentum, se ne distinguono in quanto a finiture e materiali: soffitti radianti e cursori esterni sono pensati come pannellature in acciaio inox satinato, proprio per trasmettere la logica del contrasto del nuovo rispetto all’antico. Immaginiamo, proprio per questa differenziazione, la grande disponibilità di tali paramenti e di tutta l’impiantistica ad essere modificata, manutenuta, sostituita anche nei brevi periodi, mentre pensiamo al manufatto in quanto antico come a un organismo dotato di un altissimo grado di permanenza tipologica e strutturale, incapace di essere “disturbato” dalla contingenza delle attrezzature.
Solo con un siffatto ragionamento si esalta la logica “conservativa” con cui affrontare l’antico, pensandolo completamente separato dalla logica contingente e “attuale” delle attrezzature tecnologiche.
Dal punto di vista prettamente funzionale si è cercato di assecondare al meglio le esigenze specifiche di una destinazione universitaria, quali la necessità di spazi collettivi, la flessibilità delle aule, la facile manutenzione dei materiali e degli accessori, la protezione e invulnerabilità di elementi tecnologici e di servizio. In questo senso il progetto redatto prevede ampie halls e open spaces, fruibili liberamente dai vari utenti e aule di varie dimensioni e metrature, dotate di un supporto impiantistico protetto e sicuro.
L’impostazione razionale della gestione degli spazi non presenta infatti corridoi o spazi di risulta, prevede l’eliminazione di elementi accessori, quali gli oscuri, di difficile manutenzione e scarsa utilità in un edificio universitario, anche in sintonia con il recupero filologico dei paramenti di facciata e la presenza di bocchette impiantistiche a pavimento in ogni aula. Le esigenze di spazi di deposito e archiviazione, nonché di locali tecnici proprie di un edificio di questo genere trovano riscontro nelle ampie superfici di sevizio presenti in ognuno dei 4 piani e in tutto il piano ammezzato.
La natura dell’edificio e le sue peculiarità tipologiche sono rispettate e sottolineate anche da speciali vani porta che, sfruttando i grandi spessori dei muri storici, ancora in buono stato e in ottime condizioni in quanto umidità (come risulta dalle specifiche analisi effettuate), definiscono i punti di accesso ai vari locali e mediano tra le esigenze attuali del passaggio e il rispetto delle antiche cornici in pietra.
La fruibilità degli spazi e la facilità conoscitiva dell’impianto sono favoriti dall’organizzazione simmetrica e dalla presenza di vani scala e ascensori in punti strategici e coerenti con le aree di risalita dell’antico impianto.
I sistemi di risalita e di spazi di servizio posti nelle ali settentrionali e meridionali del palazzo permettono, insieme allo scalone d’onore e al contiguo ascensore, un immediato accesso ad ogni parte dell’edificio ed un notevole agio nella sua fruizione.
Il legame con l’esterno che nei due fronti principali si colloca a quote di calpestio differenti viene risolto attraverso un preciso disegno del giardino che viene reso direttamente accessibile anche dalle ali laterali dell’edificio attraverso l’apertura dei grandi portali ad arco del fronte ovest ora tamponati con muratura.

Spazi esterni
L’asse storico nord-sud di corso Bettini su cui si colloca il fronte principale di Palazzo Piomarta, la vicina presenza del nuovo polo museale, la storica presenza del teatro Zandonai e il parco urbano a nord del palazzo non possono non partecipare alla definizione di un sistema di relazioni in cui la nuova sede universitaria di Rovereto svolge un ruolo da protagonista.
Il parco, il museo, il teatro e l’università: la rete di rapporti e interessi, di legami culturali e di scambi critici che naturalmente si instaurerà confermerà la vocazione di Corso Bettini, quale asse storico di penetrazione, ad essere luogo di strutture culturali.
Il progetto tiene dunque conto della presenza del nuovo museo, il cui ingresso posto di fronte al grande portone in pietra dell’ala settentrionale su corso Bettini, determina un asse di collegamento non solo fisico, ma anche ideale con l’università e il Palazzo Piomarta. Proseguendo su quest’asse, il forte dislivello con la quota di calpestio del giardino interno del palazzo, viene superato attraverso una gradinata che obliqua si allarga verso sud accompagnata da un suggestivo piano inclinato in pietra capace di sottolineare il fronte settentrionale del palazzo e offrirgli il necessario respiro.
La scalinata in ciottoli e pietra conduce contemporaneamente al parco pubblico e al nuovo giardino del Palazzo Piomarta.
Dall’asse est-ovest di provenienza dal museo, la direzione passa ora sull’asse nord sud che segnato ancora dagli alberi storici è ora accompagnato da due specchi simmetrici d’acqua corrente, ottenuti attraverso una lama d’acqua di 2 cm carichi di un recupero concettuale della storica presenza dell’acqua nella città di Rovereto.
L’acqua e le ampie isole in pietra disegnano geometrie razionali e spazi composti attraverso i quali il giardino duro dialoga idealmente con il giardino all’italiana e le potenzialità della pietra.
Al centro dei grandi riquadri, isole di pietra sull’acqua e isole di ciotoli sulla pietra, nuovi alberi composti scandiscono il percorso sul retro, da via del Teatro ai Giardini Milano, si accompagnano ai vecchi alberi e da essi si distinguono per forma e dimensione.
Un altro filare, più fitto, sul lato sud segna il passaggio in discesa dall’antico portone meridionale di Corso Bettini al nuovo giardino. Si forma così un’ideale triangolazione tra questa piazza “d’acqua”, la piazza verde (il parco urbano limitrofo) e la piazza urbana (polo culturale prospiciente), a cavallo dell’importante asse storico roveretano.
Al lento movimento in discesa dal Corso al piano del giardino si oppone la forte impennata verde del terrapieno di confine con il giardino delle vicine scuole tecniche: là dove ancora permangono gli antichi alberi del precedente parco del Palazzo Piomarta il nuovo giardino si ferma e conclude, pur lasciando un segno dell’antica estensione, del suo valore e della sua bellezza.

Analisi tecnologiche e rilievo tecnico critico
Il rispetto per il manufatto storico e la sua valenza urbana sono stati gli elementi fondamentali dell’approccio progettuale che è stato preparato e preceduto da un attento rilievo del palazzo.
L’importanza architettonica ha reso necessaria una serie di studi e ricerche appositamente eseguite allo scopo di verificare, conoscere, approfondire la storia e i caratteri del costruito.
La ricerca storica e bibliografica è stata accompagnata da una approfondita sequenza di analisi specifiche svolte sul posto al fine di verificare lo stato dell’immobile in tutte le sue parti: murature, intonaci, solai, coperture, rivestimenti, conoscere lo stato del degrado e delle eventuali patologie in atto, rilevare la presenza di elementi non visibili o modificati nel tempo.
Tutto ciò allo scopo di definire un approccio il più rispettoso possibile del manufatto, delle sue peculiarità e delle sue ricchezze, basato su una conoscenza approfondita e precisa di ogni sua componente.
Accanto al rilevo metrico, sono state eseguite ispezioni endoscopiche e verifiche della presenza di umidità e di sali solubili nelle strutture murarie del piano seminterrato, indagini termografiche all’infrarosso effettuate in vari punti chiave, analisi dei lapidei naturali e artificiali e delle pellicole pittoriche presenti nell’edificio e verifiche della presenza di prodotti del degrado.
Ai piani superiori dove sono visibili decorazioni pittoriche su alcuni soffitti, sono state eseguiti appositi saggi stratigrafici e analisi degli intonaci e delle pellicole pittoriche dei soffitti, allo scopo di constatare lo stato di conservazione di quest’ultime, l’originalità e la qualità dei materiali.
Queste analisi si aggiungono al rilievo tecnico critico effettuato stanza per stanza in modo da definire per ogni locale una scheda capace di fornire le informazioni materiche, del degrado e relative alle indagini specifiche. Tale serie di schede sono fondamentali non solo per la conoscenza del manufatto ed un conseguente approccio progettuale consapevole, ma per un altrettanto valido e razionale approccio al progetto esecutivo che a partire da esse, svilupperà la serie di interventi di recupero e consolidamento la dove possibili e necessari e la serie di nuovi trasformazioni la dove la macchina universitaria li prevede e li richiede.

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