I rifiuti da costruzione e demolizione (C&D) e l’edilizia circolare

rifiuti da demolizione e costruzione (C&D) rappresentano oltre un terzo di tutti i rifiuti prodotti in EuropaMigliorarne la gestione ed il recupero è la chiave sostenibile per un’edilizia circolare

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I rifiuti da costruzione e demolizione (C&D) e l’edilizia circolare

La costruzione e la demolizione sono tra i settori che generano in Europa i maggiori volumi di rifiuti: ogni anno se ne produce una tonnellata pro capite, oltre un terzo di tutti i rifiuti prodotti in Europa, pari a circa 500 milioni di tonnellate. Un problema di dimensioni ciclopiche che ha un impatto significativo dal punto di vista ambientale e di costi per la collettività in termini di salute e spese per smaltimenti e bonifiche.

Migliorare la gestione dei rifiuti da costruzione e demolizione (C&D), puntando su alternative sostenibili quali il recupero (riciclo e riuso), può incidere significativamente sull’economia circolare “from cradle to cradle (dalla culla alla culla) del settore edilizio. Questi obiettivi sono in linea con quelli di sviluppo sostenibile assunti dall’Unione Europea con l’Agenda 2030, e raggiungibili anche attraverso la transizione verso un’economia circolare, stabilita fin dal 2015 con il “Piano d’azione per l’economia circolare”.

Si prevede che la popolazione mondiale crescerà fino a 9,7 miliardi nel 2050. Il conseguente aumento del consumo globale avrà ripercussioni sull’ambiente insostenibili: cambiamento climatico, inquinamento, uso del suolo. Senza un cambio di rotta, entro il 2050, il livello di consumo mondiale richiederebbe le risorse di 3 pianeti terrestri. Si stima che, ai ritmi attuali, la produzione annuale di rifiuti crescerà del 70% entro il 2050. Un futuro sostenibile deve essere basato su un nuovo modello di consumo, libero da rifiuti e inquinamento, privo di costi ambientali e sociali: l’edilizia circolare.

Qualunque intervento edilizio, che sia nuova costruzione, ristrutturazione, riqualificazione energetica, restauro, manutenzione, che genera rifiuti da dover gestire. Una gestione virtuosa è un formidabile strumento di mitigazione dei cambiamenti climatici, essendo quello edilizio un settore particolarmente energivoro e inquinante.

I rifiuti del settore edilizio in Europa

Nel settore edilizio, le attività di costruzione e demolizione (di edifici e infrastrutture, nonché nella pianificazione e manutenzione stradale) generano i cosiddetti rifiuti da costruzione e demolizione (C&D) che sono la causa di oltre un terzo di tutti i rifiuti prodotti in Europa. Comprendono un’ampia varietà di materiali come cemento, mattoni, legno, vetro, metalli e plastica.

I rifiuti del settore edilizio in Europa

In termini di volume, i rifiuti da costruzione e demolizione (C&D) sono tra le fonti maggiori di rifiuti in Europa. Sebbene molti materiali siano riciclabili o riutilizzabili, i tassi di riutilizzo e riciclaggio variano notevolmente all’interno dell’Unione. Il settore edile è inoltre importante per le prestazioni ambientali degli edifici e delle infrastrutture nel loro intero ciclo di vita. Il riciclaggio dei rifiuti di costruzione e demolizione è incoraggiato da un obiettivo vincolante a livello comunitario.

Data la lunga durata di vita degli edifici, è indispensabile incoraggiare una migliore progettazione allo scopo di ridurre il loro impatto ambientale e migliorare la durabilità e la riciclabilità dei loro componenti.

Rifiuti strutturali nell'ambiente costruito
Rifiuti strutturali nell’ambiente costruito (fonte: Ellen MacArthur Foundation, 2015)

Secondo un’indagine datata 2015 della Ellen MacArthur Foundation, un’autorità nel campo dell’economia circolare, il 10-15% del materiale viene sprecato durante la fase di costruzione, mentre tra i materiali di scarto della demolizione, ben il 54% finisce in discarica: c’è ancora molto da fare affinché il recupero, inteso come riuso e riciclo, diventi parte del sistema dell’edilizia circolare.

L’unione Europea si è data degli obiettivi ambiziosi. Con la Direttiva 2008/98/CE si è prefissa di raggiungere un tasso di recupero dei rifiuti C&D pari ad almeno il 70% entro il 2020 in tutti gli Stati membri. E, stando alle statistiche ufficiali, pare che molti vi siano riusciti.

I rifiuti da costruzione e demolizione (C&D)

I rifiuti da costruzione e demolizione (C&D) sono i materiali di scarto provenienti da attività di costruzione o demolizione, prevalentemente costituiti da laterizi, murature, frammenti di conglomerati cementizi anche armati, rivestimenti e prodotti ceramici, scarti dell’industria di prefabbricazione di manufatti in calcestruzzo anche armato, frammenti di sovrastrutture stradali o ferroviarie, conglomerati bituminosi fresati a freddo, intonaci, allettamenti.

I rifiuti da costruzione e demolizione (C&D)

I rifiuti C&D sono costituiti dai seguenti materiali inerti di scarto:

  • rifiuti inerti in forma compatta (cemento, mattoni, laterizi);
  • rifiuti inerti in forma sciolta (terre e rocce da scavo);
  • rifiuti inerti provenienti dalla realizzazione di fondazioni speciali.

Vengono inoltre prodotti: plastica, legno, ferro ed altri materiali di scarto sia afferenti ai rifiuti da costruzione e demolizione che ai rifiuti da imballaggio.

Sebbene la definizione di «rifiuti da costruzione e demolizione» si riferisca ai rifiuti risultanti da attività di   costruzione e demolizione in senso generale, essa comprende anche i rifiuti derivanti da attività secondarie di costruzione e demolizione fai da te effettuate nell’ambito del nucleo familiare. I rifiuti da costruzione e demolizione dovrebbero essere intesi come corrispondenti ai tipi di rifiuti di cui al capitolo 17 dell’elenco di rifiuti stabilito dalla decisione 2014/955/UE nella versione in vigore il 4 luglio 2018.

Scarica l’elenco dei rifiuti delle attività di costruzione e demolizione

La gestione dei rifiuti è un elemento chiave dell’edilizia circolare perché permette di chiudere il cerchio e, recuperando, riciclando, riutilizzando quei materiali di scarto del processo edilizio dovuti alle fasi di costruzione e demolizione (C&D), li reimmette nel circuito, evitando così di estrarre nuove materie prime vergini.

La demolizione selettiva

Il modo più efficace per poter avviare un processo eccellente di economia circolare applicata ai rifiuti prodotti dalle lavorazioni edilizie è quello della demolizione selettiva. Esso consiste nella separazione, in fase di demolizione dell’edificio, dei diversi materiali (plastiche, legno, metallo, parti in muratura).

Le varie componenti di una struttura intelaiata in legno (Platform Frame) con parete ventilata
Le varie componenti di una struttura intelaiata in legno (Platform Frame) con parete ventilata

Ad esempio, nel caso di edifici in legno realizzati con struttura intelaiata Platform frame (a intelaiatura in legno e parete ventilata), la demolizione selettiva prevede che le pareti vengano smantellate secondo fasi successive, cominciando dall’esterno verso l’interno (o viceversa):

  • parete ventilata – si tolgono prima i listelli o doghe di rivestimento, poi si staccano i montanti di supporto e la guaina adesiva
  • telaio in legno – si toglie il pannello OSB esterno e il cartongesso interno, poi si smonta il telaio separando accuratamente i travetti dai montanti

Ogni diverso materiale va poi accatastato separatamente e quindi avviato ad un processo di recupero, che
può essere riciclo o riuso.

Cessazione della qualifica di rifiuto (End of Waste)

Il concetto di end of waste (EoW) o cessazione della qualifica di rifiuto, nasce in ambito comunitario con la direttiva 2008/98/CE del 19 novembre 2008, direttiva quadro in materia di rifiuti, modificata successivamente dalla nuova Direttiva (UE) 2018/851.

Un rifiuto cessa di essere tale (End of Waste), quando è stato sottoposto a un’operazione di recupero, incluso il riciclaggio e la preparazione per il riutilizzo, e soddisfi i criteri specifici, da adottare nel rispetto delle seguenti condizioni (art. 184-ter del D.Lgs152/06):

  1. la sostanza o l’oggetto sono destinati a essere utilizzati per scopi specifici;
  2. esiste un mercato o una domanda per tale sostanza od oggetto;
  3. la sostanza o l’oggetto soddisfa i requisiti tecnici per gli scopi specifici e rispetta la normativa e gli standard esistenti applicabili ai prodotti;
  4. l’utilizzo della sostanza o dell’oggetto non porterà a impatti complessivi negativi sull’ambiente o sulla salute umana

Nel caso della produzione di aggregati per le costruzioni (inclusi quelli dedicati a usi non strutturali come riempimenti e colmate) le prime tre condizioni sono soddisfatte in modo inequivocabile al momento in cui il produttore effettua la marcatura CE sulla base delle norme tecniche europee armonizzate (CEN).

Cessazione della qualifica di rifiuto (End of Waste)

L’operazione di recupero può consistere semplicemente nel controllare i rifiuti per verificare se soddisfano i criteri adottati caso per caso per specifiche tipologie di rifiuto. I criteri dettagliati includono:

  • materiali di rifiuto in entrata ammissibili ai fini dell’operazione di recupero;
  • processi e tecniche di trattamento consentiti;
  • criteri di qualità per i materiali di cui è cessata la qualifica di rifiuto ottenuti dall’operazione di recupero in linea con le norme di prodotto applicabili, compresi i valori limite per le sostanze inquinanti, se necessario;
  • requisiti affinché’ i sistemi di gestione dimostrino il rispetto dei criteri relativi alla cessazione della qualifica di rifiuto, compresi il controllo della qualità, l’automonitoraggio e l’accreditamento, se del caso;
  • un requisito relativo alla dichiarazione di conformità.

In mancanza di criteri specifici, continuano ad applicarsi, quanto alle procedure semplificate per il recupero dei rifiuti, le disposizioni di cui al decreto del Ministro dell’ambiente 5 febbraio 1998, e ai regolamenti dei decreti del Ministro dell’ambiente 12 giugno 2002, n. 161, e 17 novembre 2005, n.269″.

La Legge 128 del 02 novembre 2019, ha modificato l’art. 184ter del Dlgs 152/06 che disciplina la cessazione della qualifica di rifiuto. Il comma 3 ter, introdotto dalla L. 128/2019 istituisce un sistema di controlli delle autorizzazioni la cui competenza è in capo al Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente. L’ISPRA o le ARPA regionali hanno il compito di controllare a campione, “la conformità delle modalità operative e gestionali degli impianti, ivi compresi i rifiuti in ingresso, i processi di recupero e le sostanze o oggetti in uscita, agli atti autorizzatori rilasciati nonché alle condizioni previste per la cessazione della qualifica di rifiuto, redigendo, in caso di non conformità, apposita relazione.”

Il Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (SNPA), con Delibera n. 67 del 6 febbraio 2020, ha approvato le Linee Guida n. 23/2020 per l’applicazione della disciplina “End of Waste” di cui all’art. 184 ter comma 3 ter del D. Lgs. n.152/2006 (Codice dell’Ambiente) e permettere ad ISPRA ed alle ARPA Regionali di operare le verifiche sugli impianti in modo omogeneo su tutto il territorio nazionale, definendo dei “Criteri condivisi per l’attività di controllo”, quali:

  • La metodologia per la scelta del campione degli impianti da sottoporre a controllo
  • La preparazione dell’ispezione
  • L’esecuzione dell’ispezione
  • I controlli sui rifiuti in ingresso
  • I controlli sul processo di recupero
  • I controlli sui prodotti in uscita

In accordo al Regolamento UE 305/2011 (detto CPR), che fissa condizioni armonizzate per la commercializzazione dei prodotti da costruzione, anche gli aggregati di riciclo, come quelli naturali, devono essere marcati CE rispettando le caratteristiche minime fissate in funzione della destinazione d’uso.

La soluzione è l’edilizia circolare

L’edilizia circolare inizia nelle primissime fasi del ciclo di vita di un edificio. Sia la fase di progettazione sia i processi di produzione incidono sull’approvvigionamento delle risorse, sul loro uso e sulla generazione di rifiuti.

Confronto tra edilizia lineare e circolare
Confronto tra edilizia lineare e circolare

In uno studio condotto per l’Agenzia europea dell’ambiente (EEA), Ramboll ed i suoi partner (Fraunhofer ISI e l’Istituto ecologico) analizzano la relazione tra economia circolare e mitigazione dei cambiamenti climatici sviluppando un metodo per quantificare i benefici di decarbonizzazione delle azioni di economia circolare.

L’approccio, testato per il settore edile, ha rilevato che, dalla combinazione di 8 azioni selezionate di economia circolare, è possibile evitare nell’UE fino al 60% delle emissioni di CO2 relative ai materiali da costruzione rispetto a uno scenario di base, ovvero una riduzione assoluta di 130 milioni di tonnellate di CO2 entro il 2050.

Elementi di un edificio: la loro durata tipica prima che sia necessaria la sostituzione (fonte: Ramboll, 2020)
Elementi di un edificio: la loro durata tipica prima che sia necessaria la sostituzione (fonte: Ramboll, 2020)

L’analisi del ciclo di vita (LCA) di un edificio deve prendere in considerazione non solo le qualità ambientali dei materiali, ma anche la loro durata in servizio e di conseguenza la loro manutenzione e sostituzione nel tempo.

L’economia circolare mira, infatti, a promuovere un’economia che conservi il valore dei materiali, il più a lungo possibile (EEA, 2016). Ciò significa che la quantità di riciclaggio o riutilizzo non è più l’unico obiettivo: il tipo di riciclaggio e la prevenzione del downcycling sono fondamentali. Per passare a un’economia circolare, è necessaria un’azione che vada oltre la gestione dei rifiuti e un migliore riciclaggio, poiché devono essere coinvolte tutte le fasi del ciclo di vita dei prodotti.

  • la prevenzione della generazione di C&DW – la prevenzione è al vertice della gerarchia dei rifiuti, come descritto nella Direttiva quadro sui rifiuti (WFD) dell’UE;
  • la riduzione delle sostanze pericolose nei C&DW – questo deriva dalla definizione di prevenzione dei rifiuti nell’articolo 3 della WFD
  • il recupero di almeno il 70 per cento dei C&DW generati entro il 2020 – questo compare anche nella WFD;
  • la riduzione delle emissioni di gas serra derivanti dalla gestione di C&DW – un ampio obiettivo di politica ambientale.

Reimpiego dei rifiuti: gli aggregati riciclati

Per aggregati riciclati s’intende quei prodotti che usano i materiali provenienti da attività di recupero e lavorazione di rifiuti speciali non pericolosi inerti derivanti dalle operazioni di costruzione e demolizione (C&D) o costituiti da materiali di scarto derivanti da processi artigianali/industriali e trasformati in materia prima secondaria mediante idonea operazione di recupero eseguita presso appositi impianti (autorizzati ai sensi del Capo IV del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152.

Reimpiego dei rifiuti: gli aggregati riciclati

Qualunque rifiuto inerte, indipendentemente dalla sua origine (quindi dal suo codice CER), può costituire un aggregato riciclato o artificiale, se correttamente sottoposto ad un processo di recupero.

Principali codici CER di rifiuti recuperati per farne aggregati riciclati e artificiali

L’utilizzo di aggregati riciclati, in alternativa a quelli naturali, comporta una serie di vantaggi:

  • riduce il consumo di suolo (minore attività di cava e materiali prelevati dall’ambiente);
  • consente il recupero dei rifiuti inerti (materiali da demolizione) che costituiscono in Europa e in Italia un terzo di tutti i rifiuti prodotti, evitando così la formazione di discariche o peggio il fenomeno dell’abbandono dei rifiuti nell’ambiente con i relativi costi sociali che la cosa comporta;
  • caratteristiche tecniche equiparabili, se non superiori, agli aggregati naturali (la presenza di polvere di cemento nell’aggregato di recupero determina un miglioramento delle prestazioni nel tempo per fenomeni di presa);
  • costi più bassi degli aggregati naturali.

Sono materie prime secondarie ecologiche rivolte all’architettura sostenibile o bioedilizia o per soddisfare ad esempio i requisiti previsti dagli appalti pubblici verdi rispondenti ai CAM, in alternativa agli aggregati naturali prodotti con i metodi tradizionali utilizzando materie prime di cava.

I rifiuti speciali e l’amianto

Quando si gestiscono Rifiuti Contenenti Amianto (RCA) è sempre necessario procedere ad una corretta identificazione e classificazione di tali rifiuti. Nel Codice dell’Ambiente (Dlgs. 152/2006), all’allegato D parte IV, vengono identificate ed inserite nel Catalogo Europeo dei Rifiuti otto tipologie di RCA, tutte classificate come rifiuti pericolosi e contrassegnate C.E.R. (rifiuti pericolosi), identificati con apposito asterisco.

I rifiuti speciali e l’amianto, identificativo C.E.R

I metodi di bonifica dei rifiuti contenenti amianto (RCA) prevedono due possibilità di gestione. Possono essere:

  • smaltiti in discariche (secondo le modalità indicate dai D.Lgs. 36/2003 (Allegato I), D.M. 13/3/2003, D.M. 3/8/2005, D.M. 27/9/2010 (Allegato II) o
  • avviati a recupero (secondo le modalità indicate dal D.M. 248/2004 (Allegato III).

La normativa prevede che i rifiuti di amianto o contenenti amianto possono essere conferiti direttamente a smaltimento definitivo in discarica (dedicata o dotata di cella dedicata):

  1. per rifiuti pericolosi
  2. per rifiuti non pericolosi:
  • per i materiali da costruzione contenenti amianto (MCA) individuati dal codice 17.06.05*;
  • per le altre tipologie di rifiuti contenenti amianto, purché sottoposti a processi di trattamento ai sensi di quanto previsto dal D.M. n. 248 del 29 luglio 2004 e con valori conformi alla Tabella 1, verificati con periodicità stabilita dall’autorità competente presso l’impianto di trattamento.

Nonostante l’amianto sia considerata una sostanza pericolosa, la normativa prevede che per i materiali da costruzione contenenti amianto (MCA) – individuati dal codice 17.06.05* – un trattamento analogo ai rifiuti non pericolosi. Possono pertanto essere destinati a smaltimento in una comune discarica, purché dotata di apposita cella dedicata. Altrimenti (ed è la via preferibile), possono essere avviati a recupero, per mezzo di specifici trattamenti che rendono innocuo il materiale, annullandone la pericolosità.

Rifiuti C&D: stato dell’arte e prospettive

Secondo l’indagine ISPRA (Rapporto rifiuti speciali 2026), il settore edilizio si conferma il principale motore della produzione di rifiuti speciali: la produzione totale di rifiuti da operazioni di costruzione e demolizione, escluse le terre e rocce e i fanghi di dragaggio, è pari a 90,4 milioni di tonnellate (il 52,5% del totale nazionale). Il tasso di recupero, calcolato sulla base dei dati di produzione e gestione dei rifiuti da costruzione e demolizione, si attesta, nel 2024, al 82.4%, al di sopra dell’obiettivo del 70% fissato dalla Direttiva 2008/98/CE per il 2020.

Andamento della percentuale di preparazione per il riutilizzo, riciclaggio e delle altre forme di recupero di materia, escluso il backfilling, dei rifiuti da operazioni di costruzione e demolizione, anni 2016 – 2019
Andamento della percentuale di preparazione per il riutilizzo, riciclaggio e delle altre forme di recupero di materia, escluso il backfilling, dei rifiuti da operazioni di costruzione e demolizione, anni 2016 – 2019 (fonte: ISPRA)

Secondo Legambiente però i dati sono gonfiati, perché le statistiche ufficiali si basano sul Modello unico di dichiarazione ambientale (Mud), dalla cui compilazione sono esonerate, oltre ai costruttori, le aziende con meno di 10 dipendenti. E aggiunge che “larga parte dei rifiuti da demolizione e ricostruzione oggi finisce in discarica e siamo ben lontani dall’obiettivo del 70% di recupero fissato al 2020 dall’UE.

Il rapporto Cave 2025 di Legambiente, fotografa una situazione piuttosto allarmante. Sebbene il numero di cave autorizzate in Italia sia in diminuzione (3.378, -20,7% rispetto al 2021), complice la crisi del settore edilizio, si registra un significativo aumento dei prelievi per sabbia e ghiaia34,6 milioni di metri cubi annuali (+18,5% rispetto al 2021). Sempre rispetto al 2021, quasi raddoppiati anche i volumi di calcare estratto (51,6 milioni di metri cubi, +92,5%). È noto come l’attività estrattiva di cava abbia in termini ambientali, un impatto estremamente elevato, a volte devastante, soprattutto in contesti ambientali dall’alto valore paesaggistico come l’isola d’Elba, le Alpi o i parchi naturali.

La soluzione, che spesso non viene applicata a causa dei maggiori costi e tempi, esiste ed è semplice: basterebbe applicare la pratica della demolizione selettiva all’intero settore delle costruzioni. Così facendo, si può arrivare a recuperare il 99% di materiali, da riutilizzare e trasformare creando nuove imprese nei territori. Trasformando i rifiuti provenienti dalla siderurgia e dall’agricoltura in materiali da usare nei sottofondi stradali e nella creazione di mattoni. Si possono creare intere filiere di materiali e isolanti ad impatto zero, come avviene in Sardegna, o rifare centinaia di km di superfici stradali, piste ciclabili, aeree aeroportuali, con materiali riciclati al 100%.

Il report di Legambiente raccoglie esempi virtuosi di gestione sostenibile delle cave, di recupero e riutilizzo di ma­teriali, e di innovazione in chiave circolare. Tra questi, la demolizione selettiva dell’Ospedale “Misericordia e Dolce” di Prato, con il recupero del 98% dei materiali, e il progetto “Corti di Medoro” di Ferrara, che ha riciclato oltre il 99% dei rifiuti. Altri casi mostrano come le cave dismesse possano rinascere come spazi verdi e culturali: il Parco delle Cave di Brescia e quello di Marco Vito a Lecce, fino all’Eden Project in Cornovaglia. In tema di esempi virtuosi, Legambiente ha anche stretto una partnership con Fassa Bortolo. Si tratta di esempi diffusi in varie parti d’Italia che fanno capire quanto il settore abbia ampi margini di miglioramento e prospettive di innovazione.

Affinché il settore edile sia davvero sostenibile, occorre che il sistema arrivi ad un completo e totale sistema di recupero dei rifiuti, chiudendo così finalmente il ciclo di vita degli edifici secondo i principi dell’economia circolare. Strumenti digitali quali il BIM, insieme ai Criteri Ambientali Minimi degli appalti pubblici verdi (GPP), e l’ausilio della prefabbricazione e del sistema costruttivo a secco (magari in legno), sono sicuramente un’ottima base per lo sviluppo dell’edilizia circolare, ma perché la sostenibilità sia globale, occorre uno sforzo in più.

Sebbene, infatti, il settore edilizio abbia una gestione piuttosto virtuosa dei rifiuti, arrivando a recuperare oltre l’80% dei materiali, lo stesso non può dirsi per altre attività produttive e materie, ove i risultati di recupero sono molto più limitati. Occorre abbandonare i combustibili fossili, investire nelle energie rinnovabili, nell’efficienza degli impianti e della climatizzazione, in materiali e processi costruttivi sostenibili e tracciabili, nel riciclo e riuso di tutti i rifiuti e nella prevenzione, oltre alla progettazione di prodotti che siano facilmente riparabili.

Rifiuti: il flagello della società dei consumi

I rifiuti sono il flagello della società dei consumi. Un modello di vita che spinge ognuno di noi a consumare sempre di più, ad acquistare continuamente beni e servizi, anche non necessari ma derivanti da desideri indotti, a discapito di altri che diventano presto rifiuti. Ogni cittadino italiano produce in media 508 kg di rifiuti urbani all’anno (ISPRA, 2024). Forse per questo, è più opportuno definirla la società dei rifiuti.

Il capitalismo su cui è fondata la nostra società dei consumi spinge tutti noi a consumare di più senza curarsi delle conseguenze. Una di queste, è appunto il rifiuto, lo scarto, l’oggetto che, anche se ancora usabile o comunque recuperabile o riparabile, perde di valore al cospetto del nuovo prodotto che diventa il fulcro del rinnovato desiderio. In un ciclo costante ed eterno. Questa logica crea a livello globale una valanga di rifiuti che si riversano continuamente nell’ambiente, dall’aria, all’acqua alla terra, fino al cibo. Inquinamento e sostanze nocive che tornano a noi sottoforma di cibo che mangiamo, acqua che beviamo, aria che respiriamo. È un modello di società insostenibile per l’ambiente: già adesso, a livello globale, le risorse che il Pianeta è in grado di rigenerare in un anno vengono esaurite dall’uomo in appena quattro mesi. Stiamo cannibalizzando le nostre terre.

Che ci crediate o no, i cambiamenti climatici esistono. E le lunghe e torride estati, sempre più bollenti e durature, siccità e corsi d’acqua in sofferenza, ne sono una prova lampante. Le tendenze degli ultimi anni vanno consolidando nuovi tristi primati ambientali. Probabilmente abbiamo già valicato il punto di non ritorno, circa il surriscaldamento terrestre.

Rifiuti è sinonimo di emissioni. Nel 2022, la Banca mondiale ha stimato emissioni di gas serra derivanti dalle attività di gestione dei rifiuti solidi in circa 1,28 miliardi di tonnellate di anidride carbonica (circa il 5% delle emissioni globali), destinate a raggiungere, secondo i ritmi attuali, 1,84 miliardi di tonnellate di anidride carbonica equivalente entro il 2050. A testimonianza dell’urgenza e del potenziale impatto, è significativo che 156 Paesi abbiano riconosciuto il potenziale di mitigazione climatica derivante da una migliore gestione dei rifiuti e della plastica, includendo il settore dei rifiuti nei loro Contributi Nazionali Determinati (NDC). Tra le misure prioritarie figurano il compostaggio, la cattura del metano e il riciclo.

Diversa è la spazzatura che, per dimensioni di produzione e difficoltà di recupero, rappresentano un flagello per il Pianeta. In primis quelli derivanti da perdita e spreco alimentare: la FAO stima che circa un terzo del cibo prodotto per il consumo umano viene perso o sprecato tra la lavorazione, lo stoccaggio, il trasporto, la distribuzione e il consumo (mentre 1 persona su 3, al mondo, soffre la fame). Se lo spreco alimentare fosse un Paese, rappresenterebbe la terza maggiore fonte di emissioni di gas serra a livello mondiale (fino al 10% delle emissioni globali di gas serra).

I rifiuti di plastica sono onnipresenti nell’ambiente, nel cibo e nell’acqua: ogni anno se ne producono 353 milioni di tonnellate (dati 2019) e 11 milioni entrano nell’oceano mettendo in pericolo la vita degli animali. Molti di questi si degradano in particelle minuscole, le cosiddette microplastiche e nanoplastiche, che possono penetrare ovunque, persino nei tessuti, sangue e organi umani.

Anche i RAEE (rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche) sono un problema per il pianeta che, tuttavia, possono diventare una grande opportunità se gestiti bene. Ogni anno, se ne producono 62 milioni di tonnellate (anno 2022). Attraverso pratiche corrette di smaltimento e riciclo possono diventare risorse preziose per le materie prime critiche che contengono: dal riciclo dei RAEE, potremmo avere 7,6 mila tonnellate di materie prime critiche.

Anche il settore della moda, amplificato dal fenomeno della fast fashion, produce una mole gigantesca di rifiuti. Si stima che l’industria della moda sia responsabile del 10% delle emissioni globali di carbonio e che la produzione tessile sia responsabile di circa il 20% dell’inquinamento globale delle acque pulite dovuto ai prodotti chimici e additivi utilizzati nella tintura e finissaggio (per realizzare una singola maglietta di cotone sono necessari 2.700 litri di acqua dolce, che equivale al il fabbisogno di acqua potabile di una persona per 2,5 anni).

Se aggiungiamo l’uso dei combustibili fossili, rifiuti tossici come l’amianto e i PFAS e altri inquinanti nocivi immessi in natura, le emissioni di gas serra nell’ambiente diventano ancor più preoccupanti. Ridurre i consumi, gli sprechi, e orientarsi verso principi di riuso e riciclo, oltre che su prodotti sostenibili e riparabili, equivale a ridurre la quantità di rifiuti nell’ambiente. E, di conseguenza, a limitare l’inquinamento e mitigare i cambiamenti climatici. Con effetti positivi sulla salute e sul futuro di tutti noi.

L’immondizia è il flagello dell’umanità: la gran parte di essa finisce dispersa nell’ambiente, incenerita o abbandonata, lontana da logiche di riuso e riciclo. Gli obiettivi sostenibili dell’Agenda 2030, le politiche green dell’Europa, la mobilità sostenibile, le energie rinnovabili, un consumo attento e consapevole, risparmio ed efficienza energetica, sono le chiavi per salvare il Pianeta e noi tutti. La crescita dei rifiuti urbani e la loro gestione, è strettamente legata a questioni di giustizia sociale e ambientale a livello globale, come dimostrano i numerosi collegamenti con gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile: Goal 3 (Salute e benessere), Goal 6 (Acqua pulita e servizi igienico-sanitari), Goal 11 (Città e comunità sostenibili), Goal 12 (Consumo e produzione responsabili), Goal 13 (Lotta contro il cambiamento climatico), Goal 14 (La vita sott’acqua), Goal 15 (La vita sulla terra).

Le previsioni dell’ONU (Global Waste Management Outlook 2024)) non sono incoraggianti. I 2,1 miliardi di tonnellate di rifiuti urbani prodotti nel 2022, sono destinati a diventare 3,8 miliardi nel 2050 e, solo una minima parte viene riciclata. L’immondizia è un’invasione silenziosa. I rifiuti sembrano non riguardarci, semplicemente perché non ne vediamo gli effetti a casa nostra. In Europa e nei Paesi sviluppati, le città e l’ambiente sono sempre puliti e ordinati. Ma basta spostarci un po’ più in là, tra Africa, Indonesia per capirne la portata devastante per l’umanità.

FAQs Rifiuti edilizia

Cosa si intende per rifiuto edile?

Per rifiuto edile s’intende quello derivante dalle attività edilizie di demolizione e costruzione, ristrutturazione, riqualificazione energetica, manutenzione, nuova costruzione, restauro.

Quali sono i principali rifiuti prodotti nei cantieri?

I principali rifiuti prodotti nei cantieri sono principalmente materiali inerti (cemento, mattoni, ceramiche), legno, metalli e plastica.

Qual è la gestione dei rifiuti da costruzione e demolizione?

La corretta gestione dei rifiuti da costruzione e demolizione prevede che, al termine dei lavori, le effettive produzioni di rifiuti e la loro destinazione (riutilizzo, recupero, smaltimento, trasporto) devono essere documentate attraverso il documento “dichiarazione di produzione rifiuti” che va allegato al titolo abilitativo edilizio (Cila, Scia o PdC). Già in fase di progettazione, è buona pratica effettuare una stima della quantità dei rifiuti prodotti dalle lavorazioni previste.

Per garantire la corretta gestione dei rifiuti da costruzione e demolizione e assicurare la tracciabilità del ciclo di vita lungo il trasporto e lo smaltimento, esiste un documento obbligatorio, Il Formulario di Identificazione dei Rifiuti (FIR).

Come vengono classificati i rifiuti da costruzione e demolizione?

I rifiuti da costruzione e demolizione vengono classificati in pericolosi (come l’amianto) e non pericolosi

Qual è la differenza tra rifiuti pericolosi e non pericolosi?

La differenza tra rifiuti pericolosi e non pericolosi consiste nei diversi obblighi di trattamento. I rifiuti speciali pericolosi sono quei rifiuti generati dalle attività produttive che contengono al loro interno un’elevata dose di sostanze inquinanti. Per questo motivo occorre renderli innocui, cioè trattarli in modo da ridurne drasticamente la pericolosità.

Chi è responsabile dello smaltimento dei rifiuti edili?

Il responsabile dello smaltimento dei rifiuti edili è la l’impresa che si occupa delle lavorazioni. Il direttore dei lavori, ove previsto, deve assicurarsi che lo smaltimento dei rifiuti edili avvenga in regola, allegando al petitolo edilizio, la “dichiarazione di produzione rifiuti”.

Quando è obbligatorio il formulario di identificazione dei rifiuti (FIR)?

Il formulario di identificazione dei rifiuti (FIR) è obbligatorio in presenza di Rifiuti speciali, come quelli edili di costruzione e demolizione. Il FIR garantisce la completa tracciabilità dei rifiuti, lungo il processo di gestione, smaltimento o recupero. Esso deve contenere tutte le informazioni riguardanti le caratteristiche del rifiuto, origine, tipologia e quantità, i cod. CER e la classe di pericolo, i dati identificativi del produttore e del detentore (anche se coincidono) e i dati identificativi del trasportatore e del destinatario del rifiuto.  Il FIR deve essere redatto in quattro esemplari, compilato, datato e firmato dal produttore o dal detentore dei rifiuti e controfirmato dal trasportatore.

Come funziona la tracciabilità dei rifiuti da cantiere?

La tracciabilità dei rifiuti da cantiere, assicurata dal formulario di identificazione dei rifiuti (FIR), permette il monitoraggio dell’intero ciclo di vita del rifiuto edile: gestione, trasporto, smaltimento o recupero. Oltre all’identificazione dei soggetti coinvolti (produttore, trasportatore, destinatario o impianto di trattamento).

Dove si possono conferire macerie e materiali di demolizione?

Scarti edili, macerie e materiali di demolizione, si possono conferire in appositi impianti di trattamento, recupero e riciclaggio dei rifiuti inerti, imprese iscritte all’Albo Nazionale Gestori Ambientali.

Quali materiali possono essere recuperati e riciclati?

Attraverso appositi processi di separazione, come la demolizione selettiva, i diversi materiali (plastiche, legno, metallo, parti in muratura) possono essere avviati a recupero e riciclaggio. Dalle parti in muratura, tramite frantumazione e vagliatura si possono ricavare materiali secondari per sottofondi stradali e opere.

Quali sono le sanzioni per lo smaltimento illecito dei rifiuti edili?

La non corretta gestione dei rifiuti edili, come lo smaltimento illecito e l’abbandono, è punita, a seconda dei casi, con sanzioni amministrative e penali. È il Testo Unico dell’Ambiente (dlgs 152/06) a stabilirne i confini.

Come smaltire amianto, vernici e altri materiali pericolosi?

In Italia i rifiuti pericolosi, come amianto, vernici e solventi, non possono essere smaltiti nelle normali discariche. Vanno conferiti in appositi impianti autorizzati a smaltire rifiuti pericolosi.

Quali codici CER/EER si applicano ai rifiuti da costruzione?

I rifiuti sono classificati, secondo l’origine, in rifiuti urbani e rifiuti speciali e, secondo le caratteristiche di pericolosità, in rifiuti pericolosi e rifiuti non pericolosi. La corretta attribuzione dei Codici dei rifiuti e delle caratteristiche di pericolo dei rifiuti è effettuata dal produttore.

Il codice C.E.R (Codice Europeo Rifiuti), sostituito da EER (Elenco Europeo dei Rifiuti), composto da 6 cifre, è il principale strumento di classificazione dei rifiuti. La prima coppia di numeri ne identifica la categoria: 17 è per i rifiuti da costruzione e demolizione (incluso il terreno scavato da siti contaminati). I rifiuti pericolosi sono identificati con apposito asterisco.

Quando è necessario il deposito temporaneo in cantiere?

Il deposito temporaneo di rifiuti deve essere realizzato solo presso il luogo in cui gli stessi sono stati prodotti, ovvero in cantiere. Questo si rende necessario quando occorre accumulare una certa quantità di rifiuto prima del trasporto.

Il deposito del rifiuto può durare un massimo di 3 mesi dalla sua produzione, poi scatta l’obbligo di conferire i rifiuti alle operazioni di trattamento, recupero o smaltimento. Tale durata può prolungarsi fino ad un anno se i rifiuti non superano certe volumetrie (30 m³ per i rifiuti non pericolosi e/o 10 m³ per i rifiuti pericolosi). I rifiuti non possono essere accorpati o mischiati, ma vanno separati per categorie CER.

Quali documenti devono accompagnare il trasporto dei rifiuti?

Il trasporto dei rifiuti deve essere accompagnato dal formulario di identificazione dei rifiuti (FIR), che ne permette il monitoraggio dell’intero ciclo di vita: gestione, trasporto, smaltimento o recupero.

Come ridurre la produzione di rifiuti nei cantieri?

La produzione di rifiuti nei cantieri può essere ridotta attraverso pratiche virtuose di gestione, come la demolizione selettiva: i diversi materiali (plastiche, legno, metallo, parti in muratura) vengono separati e avviati a recupero e riciclaggio.

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