DL Infrastrutture, sospensione del recupero dell’anticipazione nei lavori pubblici: cosa prevede 11/09/2026
Immagine generata con IA Indice degli argomenti Toggle Il mercato cresce, ma il riciclo rende pocoChi ha più profitti e perchéRifiuti urbani e rifiuti speciali: l’incontro tra l’architettura e l’universo dello smaltimentoIntervista a Francesca Moscariello, Senior Analyst di AGICIChe cosa si può fare per implementare il riciclo e integrare gli impianti di smaltimento nel contesto architettonico della città?Possiamo dire che la filiera dei rifiuti stia diventando un’infrastruttura strategica delle città contemporanee, al pari dell’energia, dell’acqua o della mobilità?Quali sono i più importanti passi avanti compiuti negli ultimi anni sul fronte del riutilizzo dei rifiuti urbani?Per molti anni gli impianti di trattamento sono stati considerati elementi da nascondere. Oggi possono diventare parte integrante del progetto urbano?In Europa esistono impianti che sono anche architetture riconoscibili. In Italia siamo pronti a questo cambio culturale?Dal rifiuto alla risorsa, dall’impianto al paesaggioIl progetto CopenHillCaso di studio – Baoshan Waste-to-Energy Center: da infrastruttura industriale a parco urbano multifunzionaleFAQ filiera dei rifiutiPerché il settore dei rifiuti è diventato un’infrastruttura strategica per le città?Perché il riciclo è meno redditizio rispetto a discariche e termovalorizzatori?Dove si stanno concentrando gli investimenti nel settore dei rifiuti in Italia?Come possono gli impianti per i rifiuti diventare parte della città invece di essere considerati elementi da nascondere?Qual è il futuro della filiera italiana dei rifiuti? Per molto tempo il rifiuto è stato qualcosa da allontanare. Dalla casa, dalla strada, dalla città. Un elemento inevitabile della vita urbana, ma da rendere il più possibile invisibile. Oggi questa prospettiva cambia. Non soltanto perché la raccolta differenziata, il riciclo e l’economia circolare hanno modificato il modo in cui guardiamo ai materiali di scarto, ma perché attorno ai rifiuti si sta costruendo una vera e propria infrastruttura industriale, economica e territoriale. È uno dei fenomeni più interessanti emersi dal convegno “Le nuove geografie del valore nell’industria dei rifiuti. Investimenti e modelli di crescita nelle filiere italiane dei rifiuti urbani e speciali”, organizzato a giugno a Milano da AGICI nell’ambito dell’“Osservatorio sull’Industria del Riciclo e dei Rifiuti di AGICI” (centro di ricerca italiano che analizza i dati economici, le strategie industriali, gli impianti e le politiche del settore dei rifiuti), dove è stato presentato il report “Il riassetto dei rifiuti urbani e le opportunità di crescita nelle principali tipologie dei rifiuti speciali”. Il mercato cresce, ma il riciclo rende poco I numeri raccontano una trasformazione che va ben oltre la semplice gestione dello scarto. Nel perimetro delle 80 aziende analizzate da AGICI, il valore della produzione è passato da circa 7,5 miliardi di euro nel 2017 a quasi 14 miliardi nel 2024. Una crescita significativa, che racconta come la filiera dei rifiuti sia diventata progressivamente un settore industriale capace di attrarre capitali, aggregazioni e investimenti. Ma è proprio osservando dove si concentra questo valore che emerge la questione più interessante. La crescita non è infatti distribuita in modo uniforme lungo la filiera. Il riciclo, pur rappresentando uno dei pilastri dell’economia circolare, rimane spesso un’attività caratterizzata da margini contenuti. Al contrario, alcune delle infrastrutture collocate a valle del processo, come discariche e termovalorizzatori, possono beneficiare di una maggiore redditività. La spiegazione va cercata nella struttura economica della filiera: il riciclo risente, infatti, dell’andamento dei prezzi delle materie prime seconde, dei costi dell’energia e di quelli legati allo smaltimento. Gli impianti che completano il ciclo, invece, operano in un mercato caratterizzato da una maggiore scarsità di infrastrutture, che consente loro di avere un più forte potere contrattuale sui prezzi. Il risultato è una nuova geografia del valore, economica ma anche fisica: il valore si concentra dove esistono infrastrutture, capacità industriale, competenze e possibilità di controllare più fasi del ciclo. Chi ha più profitti e perché È un fenomeno che sta modificando anche il volto delle imprese. Tra il 2017 e il primo trimestre del 2026 AGICI ha censito 541 operazioni tra acquisizioni, investimenti, cessioni e joint venture. Una quota relativamente ristretta degli operatori ha concentrato una parte molto consistente delle acquisizioni, alimentando un processo di consolidamento che porta alla nascita di gruppi sempre più grandi e diversificati. La direzione sembra dunque essere quella dell’integrazione: non più aziende specializzate in una sola fase, ma operatori capaci di gestire più passaggi, dalla raccolta al trattamento, dal recupero di materia alla produzione di energia fino allo smaltimento finale. Una strategia che consente di ridurre la dipendenza dalle oscillazioni di un singolo mercato e di distribuire il rischio lungo una filiera più ampia. Rifiuti urbani e rifiuti speciali: l’incontro tra l’architettura e l’universo dello smaltimento Per i rifiuti urbani, il quadro restituito dallo studio mostra un sistema ancora diviso tra recupero di materia, produzione di energia e smaltimento. Una parte significativa dei flussi entra nel mercato delle materie prime seconde; un’altra viene destinata al recupero energetico, attraverso termovalorizzazione o produzione di biometano; una quota resta destinata alla discarica. Anche nel mondo dei rifiuti speciali, dai materiali da costruzione e demolizione ai pannelli fotovoltaici, il tema è quello di una filiera che deve diventare progressivamente più capace di recuperare valore. Non solo valore economico, ma anche materia, energia, autonomia industriale e resilienza territoriale. È qui che il tema dei rifiuti incontra direttamente quello dell’architettura e del progetto urbano. Se il rifiuto diventa materia prima seconda, energia o biometano, gli impianti che ne consentono il recupero non sono più semplicemente luoghi tecnici collocati ai margini della città. Sono infrastrutture essenziali al funzionamento del territorio. E proprio la loro presenza, o la loro assenza, può modificare gli equilibri tra città, industria, paesaggio e comunità. Intervista a Francesca Moscariello, Senior Analyst di AGICI Che cosa si può fare per implementare il riciclo e integrare gli impianti di smaltimento nel contesto architettonico della città? Oltre a essere spesso reputata un “problema” (pensiamo, per esempio, a città come Roma, dove, la raccolta differenziata si attesta ancora su valori molto bassi rispetto agli obiettivi prestabiliti) la filiera dei rifiuti ha oggi un valore importante. Perché e in che cosa consiste questo valore? “Negli ultimi anni la narrazione intorno ai rifiuti è cambiata radicalmente. La loro gestione è stata a lungo considerata un problema e tutto ciò che riguardava questo settore, comprese le mansioni lavorative ad esso connesse, era spesso percepito in modo negativo. Oggi assistiamo invece a un’inversione di tendenza: sempre più spesso sentiamo affermare che i rifiuti rappresentano una risorsa. Attraverso le operazioni di recupero, infatti, i rifiuti possono essere reimmessi nei cicli produttivi sotto forma di materie prime seconde, oppure trasformati in energia, contribuendo all’affermazione di quel modello di produzione e consumo definito “economia circolare”. Oggi più che mai dobbiamo infatti fare i conti con il fatto che le risorse di cui disponiamo non sono illimitate e diventa quindi necessario ripensare il modo in cui produciamo e consumiamo: è proprio in questo contesto che emerge con forza il valore della filiera dei rifiuti. Si tratta, innanzitutto, di un valore ambientale. L’estrazione e la trasformazione delle risorse naturali sono responsabili di oltre il 60% delle emissioni globali che contribuiscono al riscaldamento del pianeta. Recuperare materiali dai rifiuti significa quindi evitare, almeno in parte, nuove estrazioni, ridurre i consumi energetici e contenere ulteriori impatti sull’ambiente. Nel solo settore degli imballaggi, CONAI stima che il riciclo abbia permesso all’Italia, nel 2024, di risparmiare 12,2 milioni di tonnellate di materie prime vergini, 55 TWh di energia primaria e fino a 11,4 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente. Esiste poi un valore industriale ed economico. I materiali riciclati alimentano cartiere, acciaierie, vetrerie, fonderie e imprese attive nei settori della plastica e del legno, riducendo l’esposizione della manifattura italiana alla disponibilità e alla volatilità dei prezzi delle materie prime sui mercati internazionali. Nel perimetro analizzato dallo Studio AGICI, il valore economico del comparto è passato da circa 7,5 miliardi di euro nel 2017 a quasi 14 miliardi nel 2024. Il rifiuto, quindi, non rappresenta più soltanto l’ultimo anello del consumo, ma può diventare il primo anello di una nuova produzione. La filiera dei rifiuti non si limita più a “togliere” i rifiuti dalle città, ma è in grado di recuperarne il valore materiale, energetico e industriale”. Possiamo dire che la filiera dei rifiuti stia diventando un’infrastruttura strategica delle città contemporanee, al pari dell’energia, dell’acqua o della mobilità? “Sì, decisamente. La filiera dei rifiuti non è una rete fisica come quella energetica o idrica, ma un’infrastruttura diffusa composta da raccolta, logistica, impianti di selezione, trattamento, riciclo e mercati di sbocco, dal cui funzionamento dipendono l’igiene urbana, la continuità dei servizi essenziali e il recupero di risorse da reimmettere nel sistema economico. La sua strategicità emerge in primo luogo sul piano energetico. Alcuni degli impianti necessari alla filiera possono produrre elettricità, calore per il teleriscaldamento, biogas e biometano, contribuendo alla diversificazione degli approvvigionamenti e alla resilienza energetica dei territori, nel rispetto della gerarchia europea dei rifiuti. Una seconda ragione è geo-economica. Le città sono vere e proprie “miniere urbane”, nelle quali si concentrano sia materiali tradizionali – carta, plastica, vetro e metalli – sia materie prime critiche contenute soprattutto nelle apparecchiature elettroniche, nelle batterie e nei veicoli a fine vita. Recuperare risorse da questi flussi significa ridurre il ricorso a materie vergini e limitare la dipendenza da catene di approvvigionamento estere. La terza ragione è industriale. Una filiera del riciclo efficiente può garantire alla manifattura materiali riciclati di qualità, rafforzandone la competitività e riducendone l’esposizione alla volatilità dei mercati internazionali. In questo senso, la filiera dei rifiuti non è più soltanto un servizio a valle del consumo, ma un’infrastruttura capace di collegare consumo, produzione, energia e recupero di materiali. Come l’acqua, l’energia e la mobilità, è quindi diventata un pilastro del funzionamento e della resilienza delle città contemporanee”. Quali sono i più importanti passi avanti compiuti negli ultimi anni sul fronte del riutilizzo dei rifiuti urbani? “Più che di riutilizzo in senso stretto, nel caso dei rifiuti urbani i passi più importanti sono stati compiuti sul fronte del recupero, inteso sia come recupero di materia, sia come recupero energetico. I progressi compiuti negli ultimi anni si muovono lungo due direttrici. La prima è il consolidamento dell’eccellenza nel riciclo delle frazioni “storiche”. Nel 2024 l’Italia ha riciclato il 76,7% degli imballaggi immessi sul mercato, superando in anticipo l’obiettivo europeo del 70% fissato al 2030, con tutte le filiere allineate ai target di materiale. Il Paese è oggi tra i leader europei anche per quota di materia riciclata reimpiegata dall’industria. È migliorata anche la qualità delle filiere: carta, vetro, metalli, plastica e legno vengono sempre più frequentemente selezionati e trasformati in materie prime seconde impiegabili nei processi industriali. Anche la frazione organica non è esclusa da questo trend di miglioramento: la diffusione di impianti di compostaggio e digestione anaerobica consente oggi di produrre non soltanto compost, ma anche biogas e biometano: nel 2024 sono state trattate biologicamente circa 7,2 milioni di tonnellate di rifiuti organici. La seconda direttrice, più recente, è l’allargamento del perimetro a frazioni prima destinate quasi solo allo smaltimento. Il caso più evidente è quello del tessile: con il decreto legislativo n. 116 del 2020, dal 1° gennaio 2022 l’Italia ha introdotto l’obbligo di raccolta differenziata dei rifiuti tessili, anticipando di tre anni la scadenza europea. A questo primo intervento si aggiunge oggi la costruzione di un regime di responsabilità estesa del produttore. La direttiva (UE) 2025/1892 prevede infatti l’istituzione di sistemi EPR (responsabilità estesa del produttore) per i prodotti tessili. Crescono inoltre il recupero dei RAEE per estrarre materie prime critiche e le prime sperimentazioni di riciclo chimico, che permette di trattare plastiche e tessili non riciclabili meccanicamente”. Il vostro studio parla di “nuove geografie del valore”. Che cosa significa concretamente per il territorio italiano? Dove si stanno spostando oggi gli investimenti e perché? “L’espressione descrive due dinamiche simultanee. La prima riguarda la distribuzione territoriale degli investimenti, che risultano fortemente concentrati nel Nord: Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna raccolgono la gran parte delle operazioni censite tra il 2017 e il 2026, accentuando il divario con il Centro-Sud. Anche gli investimenti sostenuti dal PNRR hanno contribuito a questa evoluzione, determinando, soprattutto nel trattamento dell’organico, una capacità impiantistica concentrata in alcune aree settentrionali e una crescente competizione per l’approvvigionamento dei flussi. La seconda dinamica, più profonda, riguarda il modo in cui il valore si distribuisce lungo la filiera. Lo studio mostra che la maggiore capacità di generare margini non si concentra necessariamente nel riciclo in senso stretto, ma nelle fasi a valle. Nel modello dei rifiuti urbani, discarica, cartiera e termovalorizzatore intercettano insieme circa due terzi del valore generato, mentre gli impianti dedicati al solo riciclo presentano marginalità generalmente inferiori al 10%. La ragione risiede in una combinazione di fattori. Discariche e termovalorizzatori sono infrastrutture difficilmente sostituibili, non uniformemente distribuite sul territorio e caratterizzate da elevate barriere autorizzative e industriali: la loro scarsità può quindi rafforzarne il potere contrattuale. È questa logica economica a spingere gli operatori verso una maggiore integrazione verticale, con l’obiettivo di controllare più fasi della catena, dalla raccolta al trattamento finale, e a favorire la nascita di veri e propri gruppi ambientali-industriali. Le “nuove geografie del valore” riguardano quindi sia la concentrazione territoriale degli investimenti sia la diversa distribuzione della redditività tra le varie fasi della filiera”. Per molti anni gli impianti di trattamento sono stati considerati elementi da nascondere. Oggi possono diventare parte integrante del progetto urbano? “Sì, ma per diventare parte integrante del progetto urbano gli impianti devono prima smettere di essere percepiti come corpi estranei. Per molti anni sono stati collocati ai margini e nascosti alla vista non soltanto per ragioni tecniche, ma anche perché associati a degrado, inquinamento e rischio. Una percezione alimentata dalla scarsa conoscenza del loro funzionamento e da uno stigma storico che tende a confondere gli impianti regolari con fenomeni completamente diversi, come gli smaltimenti abusivi, i traffici illeciti e i roghi della Terra dei Fuochi. Questi ultimi sono riconducibili soprattutto all’illegalità, agli smaltimenti incontrollati e alle carenze nei controlli, non al funzionamento ordinario di infrastrutture autorizzate e correttamente gestite. Si genera così un circolo vizioso: la mancata accettazione ostacola la realizzazione degli impianti, mentre il deficit impiantistico accresce la dipendenza da territori lontani e rende la gestione dei rifiuti più costosa e fragile, rafforzando ulteriormente la sfiducia dei cittadini. Il passaggio dalla logica del NIMBY – “non nel mio giardino” – a quella del PIMBY – “per favore nel mio giardino” – non può però avvenire attraverso la sola comunicazione. Servono trasparenza, controlli credibili, qualità architettonica, coinvolgimento della comunità e, soprattutto, benefici riconoscibili per il territorio. A Brescia, ad esempio, il termovalorizzatore è collocato in prossimità della città e rappresenta la principale fonte di calore della rete di teleriscaldamento. Nel 2025 ha prodotto il 63% dell’energia termica immessa nella rete, mentre una quota crescente è derivata dal recupero di calore di scarto da altri processi industriali. La città, quindi, non si limita a ospitare l’impianto, ma beneficia direttamente dell’energia che produce. Quando un’infrastruttura restituisce al territorio un valore concreto e visibile, opera in modo trasparente e prevede forme effettive di partecipazione della comunità, smette di essere percepita come un corpo estraneo e può diventare parte integrante del progetto urbano”. In Europa esistono impianti che sono anche architetture riconoscibili, luoghi pubblici o elementi identitari del paesaggio. In Italia siamo pronti a questo cambio culturale? In parte, ma non ancora in modo diffuso. In Europa esistono già esempi maturi di impianti concepiti non soltanto come infrastrutture tecniche, ma come elementi riconoscibili della città. Il caso più celebre è CopenHill, a Copenaghen: il termovalorizzatore ospita sul tetto una pista da sci aperta tutto l’anno, percorsi per camminare e correre, una parete di arrampicata e spazi accessibili al pubblico. La scelta progettuale è molto chiara: non nascondere la funzione industriale dell’edificio, ma trasformarla in un’infrastruttura energetica, ricreativa e identitaria. L’impianto produce ogni anno elettricità per circa 30.000 abitazioni e calore per circa 72.000 abitazioni della capitale danese. CopenHill – Image by Laurian Ghinitoiupm Anche in Italia esistono esperienze che si muovono in questa direzione. A Peccioli (Pisa), ad esempio, la discarica è stata integrata nel paesaggio attraverso installazioni di arte contemporanea ed è diventata parte di un più ampio progetto di sviluppo locale. I proventi contribuiscono a sostenere servizi, opere pubbliche e iniziative culturali, mentre circa 900 azionisti partecipano alla società di gestione, caratterizzata da un ampio azionariato diffuso. Sarebbe però prematuro affermare che l’Italia abbia già compiuto lo stesso salto culturale dei Paesi del Nord Europa. Queste esperienze restano eccezioni, mentre prevale ancora la tendenza a considerare gli impianti come presenze da allontanare o rendere invisibili. La differenza non è soltanto tecnologica o architettonica: riguarda il rapporto di fiducia tra infrastruttura e comunità. Perché il cambiamento diventi strutturale servono impianti ben progettati e controllati, dati ambientali accessibili, processi decisionali trasparenti e benefici riconoscibili per i territori. Solo così queste infrastrutture potranno entrare, come già avviene in alcune esperienze europee, nella normale architettura della città”. Dal rifiuto alla risorsa, dall’impianto al paesaggio Il quadro restituito dal lavoro di AGICI porta a una conclusione che riguarda tanto l’economia quanto il progetto: il settore dei rifiuti è una risorsa che si sta consolidando e sta attirando investimenti. Ma la vera sfida non consiste soltanto nel costruire più impianti o nel rendere più efficienti quelli esistenti. Consiste nel ripensare la filiera come un sistema industriale e territoriale nel quale ogni passaggio contribuisca a generare valore. Il punto più delicato resta quello del riciclo. Se il recupero di materia è uno dei pilastri dell’economia circolare, ma le attività che lo rendono possibile rimangono esposte a margini ridotti e alla volatilità dei prezzi, il rischio è che la crescita economica della filiera continui a concentrarsi soprattutto nelle fasi finali del processo. Rendere il materiale riciclato più competitivo, riconoscere economicamente i benefici ambientali del recupero e garantire una dotazione impiantistica adeguata diventano quindi condizioni necessarie per spostare davvero il baricentro dell’economia circolare. Per l’architettura, nel frattempo, si apre una partita altrettanto interessante. Le infrastrutture del rifiuto occupano spazio, modificano il paesaggio, producono energia, movimentano materia e stabiliscono relazioni con le comunità. Non sono semplicemente edifici tecnici: sono pezzi di città. La domanda, allora, non è più soltanto dove mettere i rifiuti. È come progettare i luoghi nei quali quei rifiuti cambiano natura: da scarto a materia, da materia a energia, da problema a risorsa. È in questo passaggio che le nuove geografie del valore possono diventare anche nuove geografie urbane. E che un’infrastruttura a lungo rimossa dallo sguardo può finalmente entrare nel progetto della città contemporanea. Il progetto CopenHill CopenHill, progettato da BIG – Bjarke Ingels Group insieme a SLA, AKT, Lüchinger+Meyer, MOE e Rambøll, è un impianto di termovalorizzazione dei rifiuti trasformato in una vera e propria infrastruttura pubblica. Inaugurato nel 2019 a Copenaghen, il progetto occupa circa 41.000 m² e combina la produzione di energia con attività ricreative e spazi verdi. Image by Rasmus Hjortshoj Sulla copertura dell’impianto è stata realizzata una pista da sci artificiale di 9.000 mq, affiancata da un percorso per escursionismo e corsa, mentre una delle facciate ospita una parete per arrampicata alta 85 metri. L’impianto trasforma ogni anno circa 440.000 tonnellate di rifiuti in energia elettrica e teleriscaldamento per circa 150.000 abitazioni. L’architettura rende visibile questa infrastruttura industriale e la integra nella vita quotidiana della città. Il progetto nasce dal concetto di “sostenibilità edonistica”, secondo cui la sostenibilità non deve significare rinuncia, ma può migliorare la qualità della vita. CopenHill trasforma quindi un’infrastruttura necessaria ma tradizionalmente nascosta in un nuovo spazio pubblico per sport, socialità e svago. La copertura verde di circa 10.000 mq, progettata da SLA, ospita alberi, arbusti e vegetazione, contribuendo alla biodiversità, alla riduzione del calore e alla gestione delle acque meteoriche. Caso di studio – Baoshan Waste-to-Energy Center: da infrastruttura industriale a parco urbano multifunzionale Il Baoshan Waste-to-Energy Center di Shanghai, progettato da Ballistic Architecture Machine (BAM), trasforma un’ex area industriale occupata da un altoforno in un nuovo polo urbano multifunzionale, combinando gestione dei rifiuti, produzione energetica, paesaggio, educazione e attività pubbliche. Baoshan Waste-to-Energy Center Il progetto interessa un masterplan di 355.000 mq, all’interno del quale il complesso industriale di 128.000 mq viene integrato in un sistema paesaggistico di 110.000 mq. L’elemento più significativo della trasformazione è il parco pensile di 4 ettari, che ricopre e nasconde gran parte delle attività industriali, trasformando la copertura dell’impianto in uno spazio pubblico destinato al tempo libero, all’educazione e all’interazione sociale. BAM supera il modello tradizionale del semplice impianto industriale, concependo l’edificio come una sorta di “montagna artificiale” permeabile, nella quale architettura e paesaggio si fondono. La struttura industriale non viene semplicemente rivestita o mascherata, ma diventa parte di un nuovo ambiente urbano accessibile e fruibile. Baoshan è concepito dallo studio BAM (con sede a Beijing, Shanghai e Hong Kong) come un prototipo di transizione: un modello capace di ridurre l’impatto ambientale dell’infrastruttura, contrastare la percezione negativa associata agli impianti per rifiuti e superare la logica NIMBY attraverso la loro apertura alla collettività. L’obiettivo è dimostrare come un’infrastruttura tecnica possa evolvere in un nuovo spazio civico multifunzionale, anticipando una possibile trasformazione futura degli impianti industriali all’interno della città. La trasformazione è anche funzionale: accanto agli impianti di incenerimento con recupero energetico e di digestione anaerobica, il complesso ospita un Museo dei Rifiuti, una WTE Experience Hall, spazi espositivi e ricreativi e un sistema di percorsi pubblici. Il museo e gli spazi esperienziali rendono visibile il funzionamento dell’infrastruttura, trasformando un processo normalmente escluso dalla vita urbana in un’occasione di educazione ambientale e sensibilizzazione pubblica. Il progetto costruisce quindi una nuova relazione tra infrastruttura, spazio pubblico e paesaggio: un impianto destinato alla gestione dei rifiuti diventa contemporaneamente parco, museo, luogo educativo e landmark urbano. La multifunzionalità non è dunque un elemento accessorio, ma il principale strumento attraverso cui l’infrastruttura industriale viene reintegrata nel tessuto della città. FAQ filiera dei rifiuti Perché il settore dei rifiuti è diventato un’infrastruttura strategica per le città? Perché la filiera dei rifiuti non riguarda più soltanto la raccolta e lo smaltimento, ma comprende il recupero di materie prime seconde, la produzione di energia, biogas e biometano e il reinserimento dei materiali nei cicli produttivi. La sua efficienza contribuisce quindi alla resilienza ambientale, energetica e industriale dei territori. Perché il riciclo è meno redditizio rispetto a discariche e termovalorizzatori? Il riciclo è maggiormente esposto alla volatilità dei prezzi delle materie prime seconde, ai costi energetici e a quelli di trattamento e smaltimento. Discariche e termovalorizzatori, invece, sono infrastrutture più difficili da sostituire e spesso caratterizzate da una capacità insufficiente rispetto alla domanda, fattore che può aumentarne la redditività. Dove si stanno concentrando gli investimenti nel settore dei rifiuti in Italia? Gli investimenti risultano fortemente concentrati nel Nord, in particolare in Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna. Questa concentrazione riguarda sia le operazioni industriali sia la capacità impiantistica e contribuisce ad accentuare il divario con il Centro-Sud. Come possono gli impianti per i rifiuti diventare parte della città invece di essere considerati elementi da nascondere? Attraverso una progettazione architettonica di qualità, trasparenza sui dati ambientali, controlli credibili, coinvolgimento delle comunità e benefici concreti per il territorio. Esperienze come Brescia e Peccioli mostrano come un impianto possa essere integrato nel territorio e restituire valore alla comunità. Qual è il futuro della filiera italiana dei rifiuti? La tendenza è verso una maggiore integrazione industriale e verticale: gli operatori stanno cercando di controllare più fasi della filiera, dalla raccolta al trattamento e al recupero. La sfida sarà rendere economicamente più solide anche le attività di riciclo, così da trasformare sempre più il rifiuto in materia, energia e valore per il territorio. 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