La rivoluzione digitale dell’edilizia: il BIM o Building Information Modeling

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L’industria delle costruzioni è alle prese con un mutamento epocale, una rivoluzione digitale che sta cambiando la maniera tradizionale del progettare: il BIM o Building Information Modeling.La rivoluzione digitale dell’edilizia: il BIM o Building Information ModelingIndice degli argomenti:

Dopo aver trattato il tema del BIM negli appalti pubblici, oggi ci addentriamo nelle viscere di quella che è considerata la più importante rivoluzione degli ultimi tempi e che presto diverrà lo standard universale dell’industria delle costruzioni: dal 2025 infatti, sarà obbligatorio per tutte le nuove opere realizzate.

Il Building Information Modeling in pochi anni ha rivoluzionato il settore dell’architettura, dell’ingegneria e delle costruzioni (AEC) attraverso l’uso della tecnologia dell’informazione, aumentando la produttività, l’efficienza, la qualità e la sostenibilità del costruito. Il BIM consente una progettazione integrata, coinvolgendo le diverse figure professionali (architetti, ingegneri, costruttori) attraverso l’intero ciclo di vita di un’opera architettonica, in ottica di economia circolare, “from cradle to cradle” (dalla culla alla culla): progettazione, costruzione, funzionamento e dismissione/riuso/riciclo.

Ricordiamo che l’edilizia, in Europa, è responsabile del 40% del consumo energetico, del 36% delle emissioni di gas climalteranti e del 33,5% dei rifiuti totali generati da tutte le attività economiche (Eurostat 2016) dovute principalmente alle attività di costruzione, utilizzo, ristrutturazione e demolizione. La digitalizzazione dell’edilizia, assieme alle politiche di efficienza energetica, appalti verdi e comunità energetiche mirano ad accelerare il processo di decarbonizzazione dell’economia entro il 2050 (obiettivo UE).

Che cos’è il BIM (Building Information Modeling)?

Come definito dal NIBS (National Institute of Building Sciences), il Building Information Modeling è “una rappresentazione digitale delle caratteristiche fisiche e funzionali di una struttura, una risorsa di conoscenza condivisa di informazioni che costituisce una base affidabile per qualsiasi decisione lungo il suo ciclo di vita, dalla ideazione alla demolizione“.

Il BIM, dunque, non è un software, né un elaborato 3D, ma è piuttosto un insieme di tecnologie, processi e metodi che permettono a diversi soggetti interessati di progettare, costruire e gestire in modo collaborativo un’opera in un ambiente virtuale.

Il BIM è la rappresentazione virtuale dell’edificio, un’accurata riproduzione digitale di ogni singolo componente, che consente attività di controllo e analisi lungo tutto il processo edilizio, permettendo di estrarne quei dati e documenti necessari durante le fasi progettuali, esecutive e di gestione.

Nhs Office Complex, Los Angeles, USA
Nhs Office Complex, Los Angeles, USA (Paastudio)

La peculiarità del BIM è avere in un singolo modello 3D, una vasta mole di informazioni e documenti, che identificano perfettamente ogni elemento, legandolo in modo univoco, alla sua controparte reale.

Così per una parete possiamo conoscere le informazioni circa le sue caratteristiche fisiche (peso, massa, densità), meccaniche (resistenza a compressione, trazione, urto), energetiche (dispersione termica, trasmittanza, permeabilità al vapore) produttive (azienda, costi), suddivise per componente intero (finestra, porta…) o per materiale (mattone, cemento, legno, isolante…).

Queste informazioni possono essere sfruttate per una moltitudine di analisi e verifiche sul modello virtuale: analisi energetiche, sostenibilità e impatto ambientale oppure verifiche strutturali, computi metrici per la stima dei costi, cronoprogrammi delle lavorazioni, la fase di cantiere e di gestione dell’opera, senza tralasciare le previsioni dei futuri interventi di manutenzione e dismissione.

Prima di addentrarci negli abissi della progettazione informatica, facciamo una piccola digressione storica alla scoperta del disegno digitale, dalle origini ad oggi.

Storia ed evoluzione del disegno digitale: dal CAD al BIM

Inizialmente era il CAD. Sebbene il termine Computer-Aided Design fosse già apparso nel 1959, è solo nel 1963 che prende vita, grazie a Ivan Sutherland che, in occasione della tesi di dottorato di ricerca al MIT, sviluppa il software Sketchpad, primo prototipo di interfaccia grafica che dà avvio all’era del disegno digitale.

CAD: Ivan Sutherland mostra il funzionamento di Sketchpad (1963)
Ivan Sutherland, giovane studente del MIT, mostra il funzionamento di Sketchpad (1963)

Una prima definizione, antenata e precursore del Bim, è stata introdotta nel 1974, da quello che è considerato il padre spirituale: Chuck Eastman. Egli, mettendo in evidenza i forti limiti del disegno tradizionale informatico (cad), adoperato fino ad allora per descrivere un edificio, introduce una nuova modalità di rappresentazione grafica: il BDS o Building Description System.

Il BDS è stato avviato per dimostrare che una descrizione computerizzata di un edificio potrebbe replicare o migliorare tutti i punti di forza attuali dei disegni come mezzo per la progettazione, la costruzione e il funzionamento degli edifici, nonché eliminare la maggior parte dei loro attuali punti deboli. La nostra premessa era che si potesse sviluppare un database informatico che consentisse la descrizione geometrica, spaziale e di proprietà di un numero molto elevato di elementi fisici, disposti nello spazio e “collegati” come in un edificio reale. Una caratteristica importante del modello BDS è la sua capacità di generare disegni. Da questo database unico, il progettista può richiedere qualsiasi pianta o sezione, prospettiva o esploso e ricevere documenti di dettaglio costruttivo di alta qualità, in tempi brevi e con costi contenuti. Tutti i disegni prodotti dallo stesso database sarebbero automaticamente coerenti”.

Che cos'è il BIM

Nonostante le tenui dissonanze formali, la descrizione di BDS fornita da Eastman corrisponde incredibilmente a quella più odierna di BIM o Building Information Modeling, arrivata solamente 18 anni più tardi, nel 1992 ad opera di Nederveen e Tolman (“Modeling Multiple Views in Buildings”, 1992). Il merito di Laiserin (a cui viene spesso attribuita la paternità del BIM) è quello di averne condensato l’acronimo in modo definitivo.

Nel 1987 Graphisoft Archicad ha sviluppato il concetto di “edificio virtuale”. Nel 1994 viene fondata la IAI – International Alliance of Interoperability (USA), per uno sviluppo integrato di applicazioni, che creano il primo standard di scambio, l’IFC – Industry Foundation Classes. Due anni dopo, nel 2005, lo IAI cambia nome in BuildingSmart.

Dal 2007 gli Stati Uniti, pionieri del disegno digitale, richiedono l’uso del BIM per tutti i grandi progetti che ricevono finanziamenti pubblici. L’Europa ci arriva solo nel 2011, trainata dall’UK (sull’esempio di Norvegia e Finlandia) che redige il Piano Nazionale per l’utilizzo del BIM in tutti i progetti pubblici, con l’obiettivo di raggiungere il livello 2 nel 2016.

Evoluzione del quadro normativo del BIM

In Europa, la normativa incentivante all’uso del BIM nel settore delle costruzioni avviene solo negli ultimi anni. Esclusi i Paesi Scandinavi, pionieri insieme agli Stati Uniti della rivoluzione digitale dell’edilizia, il resto dei Paesi europei si affida allo spirito d’iniziativa delle politiche nazionali.

Il Regno Unito già dal 2011 ha rilasciato un piano per imporre l’uso del BIM e metodi di appalto collaborativo su tutti i progetti finanziati con fondi pubblici. L’obiettivo? Ridurre sprechi e costi.

L’Europa segue da vicino la politica visionaria dell’UK. Il 2014 è l’anno della svolta: ha inizio un radicale processo di riforma degli Appalti Pubblici, condiviso da tutta l’Unione Europea. Vede infatti la luce la Direttiva appalti (D 2014/24/UE) che al comma 4 dell’art.22, introduce l’uso del BIM negli stati membri: “Per gli appalti pubblici di lavori e i concorsi di progettazione, gli Stati membri possono richiedere l’uso di strumenti elettronici specifici, quali gli strumenti di simulazione elettronica per le informazioni edilizie o strumenti analoghi.”

Evoluzione del quadro normativo del BIM

In Italia il BIM è introdotto nel 2016 dal Nuovo Codice Appalti (Dlgs 50/2016) che, all’art.23, disciplina l’introduzione di metodi e strumenti elettronici, nella progettazione di opere pubbliche: “La progettazione in materia di lavori pubblici si articola, secondo tre livelli di successivi approfondimenti tecnici, in progetto di fattibilità tecnica ed economica, progetto definitivo e progetto esecutivo ed è intesa ad assicurare: la razionalizzazione delle attività di progettazione e delle connesse verifiche attraverso il progressivo uso di metodi e strumenti elettronici specifici quali quelli di modellazione per l’edilizia e le infrastrutture (BIM).

Ciononostante, è solo dal 2019, che l’uso è diventato obbligatorio e progressivo in ordine alla complessità delle opere, grazie al Decreto Baratono (DM 560/2017), anche denominato Decreto BIM. La normativa tecnica nazionale UNI 11337 va a completare il quadro legislativo, definendo in maniera specifica tanti aspetti legati all’uso del Building Information Modeling. Una norma, allegata alla ISO 19650-1-2:2019 che, per il valore dei contenuti, è tra le più influenti in Europa.

I vantaggi della progettazione integrata

La metodologia BIM prevede una forma di progettazione aperta e collaborativa, integrata, “attraverso la collaborazione durante tutto il ciclo di vita di un asset supportato dalla creazione, raccolta e scambio di modelli 3D e dati condivisi, intelligenti, strutturati e ad essi collegati” (UK BIM TASK GROUP, 2014).

I benefici della progettazione integrata sono, tra gli altri:

  • riduzione degli errori
  • maggiore produttività
  • minori costi e tempi

Questi vantaggi sono evidenti nella nota rappresentazione grafica elaborata da Patrick MacLeamy, riportata di seguito:

I vantaggi della progettazione integrata
Curva di MacLeamy “effect/effort”, 2004

La curva mette a confronto graficamente, il processo tradizionale (CAD) con il BIM: a fronte di un maggiore impegno iniziale (di costi, tempi e mezzi), il metodo BIM permette un ampio risparmio successivo. I costi di un progetto, infatti, aumentano in proporzione al grado di definizione raggiunta: una modifica in corso di esecuzione dei lavori risulterà pertanto assai più onerosa, della stessa in fase di progettazione dell’opera.

Ciò comporta notevoli vantaggi legati alla riduzione dei costi e dei tempi che il processo subirebbe a seguito di varianti in corso d’opera.

BIM: I vantaggi della progettazione integrata
McGraw-Hill Construction, “SmartMarket Report: The Business Value of BIM in North America”, November 2012

Avere un modello virtuale dell’edificio che contiene tutte le informazioni dell’edificio reale, permette attività di controllo ed analisi nell’intero ciclo di vita. Questo è un grosso vantaggio che permette una progettazione efficiente, riduce gli errori (e quindi i costi) e ottimizza i tempi.

L’adozione del BIM consente, inoltre, il monitoraggio in tempo reale dello stato della struttura. Ciò permette di scovare rapidamente eventuali problemi e di escogitare prontamente una soluzione.

I livelli di maturità del BIM

Il concetto di BIM come disegno digitale è evoluto nel tempo, passando dal formato CAD bidimensionale a modello tridimensionale, fino al modello informativo dell’edificio o Building Information Modeling.

Livelli di maturità del BIM
Livelli di maturità del BIM (The Bew-Richards maturity model, 2008. Fonte: medium.com). Immagine rielaborata dall’autore

Il modello di maturità BIM di Bew-Richards del 2008 ha definito quattro livelli di BIM (da 0 a 3), dall’approccio a silo basato su carta all’approccio basato su modello collaborativo, completamente integrato e interoperabile.

  • Livello 0: le informazioni sul progetto sono prevalentemente cartacee.
  • Livello 1: una miscela di ambiente cartaceo (2D) e / o 3D.
  • Livello 2: BIM proprietario incentrato sulla disciplina o “pBIM”. Ogni disciplina produce le proprie informazioni di progetto all’interno di un ambiente 3D. L’intelligence viene quindi aggiunta ai modelli allegando dati / informazioni; ad esempio, specifiche o dimensioni per ogni oggetto / componente. Vengono stabiliti degli standard per la produzione, lo scambio e l’archiviazione delle informazioni in un CDE. Ogni modello si interfaccia tra loro tramite software middleware, consentendo così l’integrazione per aiutare il coordinamento.
  • Livello 3: “iBIM” completamente integrato. Un unico modello collaborativo è accessibile a tutti i membri del team, consentendo a più utenti di lavorare contemporaneamente sul modello.
    Eventuali modifiche alle informazioni di una particolare disciplina aggiornano quelle di un’altra in tempo reale.

Al momento la tecnologia di sviluppo della progettazione BIM è ferma al livello 2.

Le dimensioni del BIM

L’uso dei modelli intelligenti ha esteso il campo di applicazione del BIM ben oltre le tre dimensioni. Ora il modello digitale interessa tutto il processo edilizio (pianificazione, progettazione, costruzione, gestione) e l’intero ciclo di vita (LCA) dell’opera, dall’ideazione alla dismissione. Abbiamo quindi la dimensione 4D (tempi, cronoprogramma), 5d (costi, quantità) e così via.

le dimensioni del bim
Le sette dimensioni del BIM (UNI 11337)

In riferimento alla recente normativa italiana UNI 11337 parte 6, le sette dimensioni corrispondono a:

  • 1D: Concept design
  • 2D: Produzione elaborati 2D (piante, prospetti e sezioni);
  • 3D: Restituzione tridimensionale del manufatto;
  • 4D: Analisi della durata o tempi (programmazione);
  • 5D: Analisi dei costi (computi, stime e valutazioni economiche);
  • 6D: Fase di gestione dell’opera 8 – uso, manutenzione e dismissione
  • 7D: Valutazione della sostenibilità

La norma italiana va a scambiare le dimensioni 6D e 7D, in precedenza attribuite rispettivamente a sostenibilità e uso/gestione/manutenzione. Queste sette dimensioni sono definitive ma work in progress: sono in fase di studio altre aggiuntive.

I livelli di sviluppo (LOD) dei modelli BIM

La quantità e la qualità del contenuto informativo degli oggetti che compongono i modelli digitali BIM sono definiti LOD o livelli di sviluppo. Ogni elemento del modello dovrà essere una rappresentazione verificata in termini di dimensioni, forma, posizione, quantità e orientamento della reale installazione e collocazione nel progetto.

Il livello di dettaglio di un oggetto va considerato come l’insieme di tutte le informazioni di tipo geometrico e non-geometrico (normativo, economico ecc.) che possono essere rappresentate in forma grafica (2D e 3D) ed in forma alfanumerica al fine di dare origine ad una più corretta valutazione dei contenuti informativi come tempo (4D), costi (5D), sostenibilità (6D) e gestione (7D).

Level of Development (LOD) secondo la classificazione del BIMforum
Level of Development (LOD) secondo la classificazione del BIMforum

La scala di riferimento dei livelli di sviluppo degli elementi, come output del modello BIM, è quella sviluppata dall’American Institute of Architects di cui al BIM Forum LOD Specification 2020.

Essa individua 5 gradi di complessità del modello, con progressivi livelli di approfondimento, via via più accurati e dettagliati:

  • LOD 100: concept. Gli elementi non rappresentano geometrie, ma simboli o altre rappresentazioni generiche di informazioni.
  • LOD 200: geometria approssimativa. Gli elementi sono rappresentati graficamente ma in modo generico, come volume, quantità, posizione o orientamento.
  • LOD 300: geometria precisa. Gli elementi sono rappresentati graficamente come sistemi, oggetti o assiemi specifici da cui è possibile misurare direttamente quantità, forma, dimensione, posizione e orientamento.
  • LOD 350: adeguato alla realizzazione. Gli elementi sono migliorati con l’aggiunta di informazioni riguardanti le interfacce con altri sistemi di costruzione. Ad esempio, un elemento di parete in muratura LOD 350 includerebbe le condizioni dello stipite, le travi di collegamento, le celle stuccate, le posizioni dei tasselli e i giunti: informazioni che consentono all’utente del modello di coordinare l’elemento della parete con altri sistemi nella struttura.
  • LOD 400: “as built”. Gli elementi sono modellati con dettagli e accuratezza sufficienti per la fabbricazione del componente rappresentato.

Tale scala va considerata come riferimento e nulla vieta di proporre contenuti informativi aggiuntivi e specifici. A titolo esemplificativo si possono indicare i livelli di sviluppo per le varie fasi della progettazione: definitiva (almeno LOD 300) ed esecutiva (almeno LOD 350).

I LOD italiani (UNI 11337:2017)

Nel tradurre la classificazione americana dei LOD, l’Italia ha cercato di adattarle alle proprie esigenze. La norma UNI 11337, in analogia con la normativa di riferimento statunitense e britannica, definisce i Livelli di Sviluppo degli oggetti digitali come “valutazione sia dei livelli di sviluppo degli attributi grafici che di quelli non grafici”.

BIM: I LOD della normativa UNI 11337
I LOD della normativa UNI 11337

La prima novità che balza subito all’occhio è che ora i Level of Development non sono indicati con numeri (come avviene negli USA o in UK), ma con lettere (dalla A, alla G):

  • LOD A: oggetto simbolico. Rappresentazione simbolica in 2D (o 3D se necessario). Non esprime vincoli di geometria. Le caratteristiche qualitative e quantitative sono puramente indicative.
  • LOD B: oggetto generico. Rappresentazione geometrica generica o geometria di ingo mbro. Le caratteristiche qualitative e quantitative sono approssimate.
  • LOD C: oggetto definito. Rappresentazione geometrica definita. Le caratteristiche qualitative e quantitative sono definite in via generica. Sono applicabili a tutte le entità similari.
  • LOD D: oggetto dettagliato. Rappresentazione geometrica dettagliata. Le caratteristiche qualitative e quantitative sono specifiche di una pluralità di prodotti similari. Vengono inserite informazioni utili al montaggio ed alla manutenzione.
  • LOD E: oggetto specifico. Rappresentazione geometrica specifica. Le caratteristiche qualitative e quantitative sono specifiche di un singolo sistema. Sono presenti informazioni relative a fabbricazione, assemblaggio e installazione (oltre a quanto utile per la manutenzione).
  • LOD F: oggetto eseguito (as built). Rappresentazione geometrica specifica di quanto eseguito (verificata sul luogo). Le caratteristiche qualitative e quantitative sono quelle specifiche del prodotto posato. Sono presenti informazioni relative a fabbricazione, assemblaggio e installazione (oltre a quanto utile per la manutenzione) valide per tutto il ciclo vitale dell’opera.
  • LOD G: oggetto aggiornato. Rappresentazione storicizzata specifica dello specifico oggetto (verificata sul luogo). Le caratteristiche qualitative e quantitative sono quelle specifiche del prodotto posato ed aggiornate rispetto ad un precedente stato di fatto. Sono presenti informazioni relative a gestione, manutenzione e/o riparazione/sostituzione valide per tutto il ciclo vitale dell’opera. Viene inoltre registrato il livello di degrado dell’oggetto.

Altra importante novità introdotta dalla normativa italiana UNI 11337:2017 è il concetto di BIM applicato alla conservazione/manutenzione ed al restauro (attività molto diffuse nel nostro Paese): ne nascono i LOD F e G, che vanno ad affiancarsi ai 5 livelli di definizione già contemplati dalla normativa europea e internazionale.

Il LOD F esprime l’as-built rilevato con tutte le caratteristiche presenti nel reale (è frutto in sostanza da quanto definito a livello di LOD E). Nella parte informativa viene data particolare importanza alle eventuali forme di degrado presenti, alla presenza di eventuali certificati di collaudo così come la programmazione temporale degli interventi previsti (piano di manutenzione).

Il LOD G esprime la versione aggiornata dell’elemento virtuale e tiene traccia dello storico degli interventi eseguiti sul manufatto: data di manutenzione/sostituzione, il “Soggetto manutentore” e la tipologia di intervento effettuato.

Il LOD degli oggetti dovrà essere adeguato agli Obiettivi ed usi del modello (architettonico, strutturale, impiantistico), in modo da consentire l’estrazione degli elaborati grafici, delle quantità per la valutazione del computo metrico o dei dati necessari per la manutenzione degli impianti realizzati.

La normativa è in rapida evoluzione. Da dicembre 2018 è infatti attiva la nuova ISO 19650-1:2018 che ha in parte rivoluzionato il concetto: i LOD vengono sostituiti dai LOIN (Level of Information Need), suddivisi a loro volta in base al tipo di informazioni (requisiti geometrici e non geometrici) in LOI (livello di informazione) e LOG (livello di geometria). Ogni committenza può definire il livello informativo e grafico da richiedere attraverso il Capitolato Informativo.

Le figure professionali del BIM

La norma UNI 11337 parte 7 fornisce indicazioni applicative sulle modalità di valutazione e certificazione delle figure professionali che ruotano intorno BIM, ossia:

  • CDE Manager: gestore dell’ambiente di condivisione dei dati
  • BIM Manager: gestore dei processi digitalizzati
  • BIM Coordinator: coordinatore dei flussi informativi
  • BIM Specialist: operatore avanzato della gestione e della modellazione informativa

La struttura organizzativa è fortemente gerarchica. All’interno dell’ambiente di lavoro digitale dove avviene la condivisione dei dati tra tutti gli attori partecipanti al processo edilizio, gestito dal CDE Manager, al BIM Manager compete l’organizzazione delle varie specializzazioni: progetto architettonico, strutturale, impiantistico. Per ognuna di esse poi Il BIM coordinator di competenza, coordinerà le varie figure di BIM Specialist (architettura, strutture, impianti, infrastrutture) a cui spetta la vera e propria creazione del modello informativo.

Le figure professionali del BIM: CDE manager, BIM manager, BIM coordinator, BIM specialist.
Le figure professionali del BIM: CDE manager, BIM manager, BIM coordinator, BIM specialist.

La norma UNI 11337-7 definisce inoltre i requisiti di conoscenza, abilità e competenza delle figure professionali coinvolte nella gestione e nella modellazione informativa. Per essere ammesso all’esame di certificazione, i candidato deve rispettare i seguenti requisiti minimi (vedi tabella):

UNI 11337-7: requisiti minimi per la certificazione delle figure professionali BIM
UNI 11337-7: requisiti minimi per la certificazione delle figure professionali BIM

Solo per il BIM Specialist, l’esperienza specifica può essere sostituita da un Master pertinente di almeno 200 ore di formazione e almeno 3 mesi di stage presso aziende, supportato da una dichiarazione dell’azienda stessa che confermi il periodo indicato e descriva il ruolo e l’attività svolta dal candidato.
L’esperienza di lavoro generica (6 mesi) può essere intesa anche come attività di tirocinio o stage.

Per la valutazione e certificazione dei professionisti del Building Information Modeling (BIM), è nata la UNI/PdR 78:2020Requisiti per la valutazione di conformità alla UNI 11337-7:2018 ‘Edilizia e opere di ingegneria civile – Gestione digitale dei processi informativi delle costruzioni – Parte 7: Requisiti di conoscenza, abilità e competenza delle figure professionali coinvolte nella gestione e nella modellazione informativa“. Frutto della sinergia lavorativa tra UNI (Ente Italiano di Normazione) e Accredia (Ente italiano di accreditamento), è stata pubblicata il 2 marzo 2020.

La UNI/PdR 78:2020 è un documento tecnico che affianca la norma nazionale. La prassi di riferimento è stata elaborata per fornire indicazioni di carattere applicativo in relazione alle modalità di valutazione e certificazione delle persone, in conformità alla norma UNI 11337 parte 7, che definisce i requisiti di conoscenza, abilità e competenza delle figure professionali coinvolte nella gestione e nella modellazione informativa.

Ambiente di condivisione dei dati: ACDat o CDE

Tutte le figure professionali facenti parte del team di progettazione BIM operano all’interno di un ambiente di lavoro virtuale, una piattaforma digitale dove tutte le informazioni dell’opera vengono condivise, aggiornate, verificate e validate: l’Ambiente di Condivisione dei Dati (ACDat) o Common Data Environment (CDE).

La ISO 19650-1 definisce il CDE come: “fonte di informazioni concordata per un dato progetto o risorsa, per la raccolta, la gestione e la diffusione di ogni contenitore di informazioni attraverso un processo gestito”. La norma UNI 11337, lo identifica come: “ambiente di raccolta organizzata e condivisione dei dati relativi a modelli ed elaborati digitali, riferiti ad una singola opera o ad un singolo complesso di opere”.

BIM: Funzionamento del CDE nella norma ISO 19650
Funzionamento del CDE nella norma ISO 19650

L’Ambiente di Condivisione Dati o Common Data Environment è, in definitiva, una infrastruttura informatica di raccolta e gestione dei organizzata dei dati, comprensiva della propria procedura di utilizzo, dove solo i soggetti accreditati possono condividere le informazioni prodotte secondo regole prestabilite.

Le quattro fasi del lavoro di elaborazione, attraverso l’ACDat, sono:
1) Work in progress: Area del CDE dove il team svolge il proprio lavoro utilizzando i sistemi software della propria organizzazione. Dati di progettazione non verificati utilizzati solo dal team di progettazione interno.

2) Condiviso: area del CDE in cui il team condivide i dati di progettazione verificati con altri membri del team di progetto.

3) Pubblicato: area del CDE per il coordinamento e l’output di progettazione convalidato per l’utilizzo da parte del team di progetto totale.

4) Archivio: Area del CDE per la storia del progetto mantenuta per conoscenza e requisiti normativi e legali.

La figura professionale addetta alla gestione e organizzazione dell’ambiente di condivisione dei dati è il CDE manager.

L’ambiente digitale è basato su un’infrastruttura informatica regolata da precisi sistemi:

  • di sicurezza per l’accesso;
  • di tracciabilità e successione storica delle variazioni apportate ai contenuti informativi;
  • di conservazione nel tempo e relativa accessibilità del patrimonio informativo contenuto;
  • di definizione delle responsabilità nell’elaborazione dei contenuti informativi;
  • di tutela della proprietà intellettuale

Ricordiamo che la UNI-EN-ISO 19650 si applica in Italia congiuntamente alla serie UNI 11337, che si pone come norma complementare nazionale.

Interoperabilità: Open BIM (IFC) e softwares

Il BIM non è un software, bensì una metodologia di lavoro basata sull’interoperabilità, la collaborazione, il coordinamento e la comunicazione tra i diversi attori (ingegneri, architetti, costruttori) nelle fasi del ciclo di vita della costruzione (progettazione, realizzazione, gestione e manutenzione, dismissione, ecc.).

Per comprendere meglio questo concetto, è utile sapere cosa si intende per “interoperabilità“: “La capacità di due o più sistemi o componenti di scambiare informazioni e utilizzare le informazioni scambiate” (IEEE, 1990).

BIM: metodologia di lavoro basata sull'interoperabilità

Per garantire scambi informativi efficienti è buona prassi l’adozione di formati dati aperti (Open BIM), che garantiscono lo scambio elettronico delle informazioni tra i vari software disponibili sul mercato. Esistono infatti una pluralità di programmi informatici che permettono di progettare in linguaggio BIM.

I formati elettronici dei dati, sulla base dei quali è possibile impostare uno scambio efficace tra piattaforme software, sono essenzialmente di due tipi:

  • Formati proprietari (formati nativi);
  • Open standard (formati aperti).

I formati proprietari sono originari di un determinato software (AllPlan, ArchiCAD, Autodesk Revit, Bentley Building, Tekla, Acca Edificius, VectorWorks) e consentono lo scambio di dati tra software appartenenti alla stessa società produttrice. L’utilizzo di tale tecnologia può ostacolare il fluire delle informazioni tra diversi attori del processo edilizio utilizzatori di differenti software, riducendone l’interoperabilità.

BIM: formati elettronici dei dati

Quando il dato non è collegato a nessuna specifica applicazione software e cioè non vincolato ad essa, si parla di “open BIM”, un formato standard aperto, che ne permette la condivisione, la modifica e l’uso anche tra software differenti, in maniera capillare.

La buildingSMART International promuove la standardizzazione dei processi mediante la realizzazione dell’Industry Foundation Class (IFC) come modello di dati neutrale. IFC è considerato lo standard universale aperto per lo scambio di informazioni BIM. Esso permette lo scambio dei dati, sia tra piattaforme software differenti che tra piattaforme appartenenti alla stessa suite, permettendo di uniformare i flussi di lavoro con l’obiettivo di realizzare condivisione e coerenza.

E in Italia? La normativa italiana incentiva l’uso dei formati standard aperti openBIM, come l’IFC. L’art 23 del Nuovo Codice Appalti, al comma 13, prevede infatti per le nuove opere nonché per interventi di recupero, riqualificazione o varianti, l’uso degli strumenti elettronici che “utilizzano piattaforme interoperabili a mezzo di formati aperti non proprietari, al fine di non limitare la concorrenza tra i fornitori di tecnologie e il coinvolgimento di specifiche progettualità tra i progettisti”.


Bibliografia