Rigenerazione urbana e recupero dell’esistente: storie di quartieri che si reinventano tra memoria e sostenibilità 15/07/2026
Indice degli argomenti Toggle Che cosa significa valutare lo stato delle acqueAcque superficiali: perché il dato ecologico è il più delicatoAgricoltura, scarichi urbani, opere idrauliche e prelievi: che cosa altera la qualità delle acquePerché il tema riguarda anche città, edifici e infrastruttureLa scala corretta è il bacino idrograficoAcque sotterranee: una risorsa preziosa e meno visibileMonitorare meglio per intervenire meglioVerso una gestione idrica più sostenibileCosa può fare il singolo cittadino?FAQ Stato delle acque in ItaliaChe cosa si intende per “corpo idrico”?Che cosa sono le acque superficiali?Che cosa sono le acque sotterranee?Che cosa significa “stato ecologico” delle acque?Che cosa significa “stato chimico”?Qual è la differenza tra stato ecologico e stato chimico?Che cosa significa “stato quantitativo” delle acque sotterranee?Che cosa significa “pressioni” nel Rapporto ISPRA?Che cosa si intende per “inquinamento diffuso”?Che cosa sono le “pressioni puntuali”?Che cosa significa “alterazione idromorfologica”?Che cosa sono le acque di transizione?Che cosa significa “distretto idrografico”?Perché le percentuali sulle cause di alterazione non si sommano?Che cosa significa “gestione idrica sostenibile”? L’acqua, da questa parte del mondo, ci sembra a volte una presenza scontata: arriva nelle case, scorre nei fiumi, sostiene l’agricoltura, attraversa città e territori. Eppure basta che manchi, che sia troppa o che perda qualità perché diventi immediatamente una questione ambientale, economica e sociale, dunque politica. Lo stato delle acque racconta molto più della condizione di una risorsa naturale. Racconta come un Paese coltiva, costruisce, produce energia, depura gli scarichi, protegge gli ecosistemi e pianifica il territorio. In questo senso, l’acqua è uno degli indicatori più chiari della salute ambientale, economica e sociale di un territorio. È da questa prospettiva che si può leggere il nuovo Rapporto ISPRA “Lo stato delle acque in Italia – verso il 4° ciclo di gestione”, dedicato alla qualità dei corpi idrici nazionali. Il documento analizza le condizioni di fiumi, laghi, falde, acque marino-costiere e acque di transizione, individuando le principali cause di alterazione e le misure necessarie per migliorarne lo stato. Il quadro che emerge è fatto di progressi e criticità. Da un lato, migliorano la conoscenza e il monitoraggio della risorsa; dall’altro, molte acque superficiali non raggiungono ancora le condizioni ambientali richieste dagli obiettivi europei. In Italia, su oltre 7.700 corpi idrici superficiali — cioè fiumi, laghi, acque marino-costiere e acque di transizione — il 43,6% raggiunge uno stato o potenziale ecologico buono o superiore. Poco più del 75% è invece in buono stato chimico. Per le acque sotterranee la situazione appare migliore: su 1.007 corpi idrici, quasi l’80% è in buono stato quantitativo e il 70% in buono stato chimico. Che cosa significa valutare lo stato delle acque Per capire questi dati bisogna partire da una domanda semplice: quando diciamo che un’acqua “sta bene”, che cosa intendiamo davvero? Non basta sapere se contiene o meno determinate sostanze inquinanti. La qualità di un corpo idrico dipende anche dall’equilibrio dell’ecosistema che lo circonda: dalla vita che ospita, dalla forma del suo corso, dalla continuità delle sponde, dalla presenza di ossigeno, nutrienti, specie vegetali e animali. Nel caso delle acque superficiali, come fiumi e laghi, si considerano due aspetti principali: lo stato ecologico e lo stato chimico. Lo stato ecologico riguarda la salute complessiva dell’ambiente acquatico: biodiversità, habitat, continuità fluviale, caratteristiche fisiche e chimiche, quantità di ossigeno e nutrienti. Lo stato chimico, invece, misura la presenza di sostanze inquinanti rispetto agli standard fissati dalla normativa. Per le acque sotterranee, cioè le falde, si valutano lo stato chimico e lo stato quantitativo. Quest’ultimo indica se il rapporto tra acqua disponibile e prelievi è in equilibrio nel lungo periodo. In altre parole, non conta solo che l’acqua sia pulita: è importante anche che ce ne sia abbastanza e che il suo utilizzo non impoverisca la risorsa. Acque superficiali: perché il dato ecologico è il più delicato Il dato più critico riguarda le acque superficiali. Meno della metà dei corpi idrici superficiali italiani raggiunge uno stato ecologico buono o superiore. Questo significa che molti fiumi, laghi o ambienti costieri non sono ancora nelle condizioni ambientali previste dagli obiettivi europei. È un passaggio importante, perché lo stato ecologico non fotografa solo un problema di inquinamento. Racconta se un corso d’acqua è ancora capace di funzionare come ecosistema: se ospita biodiversità, se mantiene habitat vitali, se il suo corso non è eccessivamente modificato da opere artificiali, se riceve troppe sostanze nutrienti o se subisce prelievi che ne alterano l’equilibrio. Un fiume, insomma, non è soltanto acqua che scorre. È un organismo vivo del territorio: respira attraverso le sue sponde, dialoga con le falde, sostiene specie vegetali e animali, attraversa città e campagne. Quando questo equilibrio si indebolisce, il problema non riguarda solo la natura, ma anche la sicurezza dei territori, la disponibilità idrica e la qualità della vita. Agricoltura, scarichi urbani, opere idrauliche e prelievi: che cosa altera la qualità delle acque Secondo ISPRA, le acque superficiali italiane sono esposte a diversi fattori di alterazione, spesso presenti nello stesso territorio. Il più diffuso è l’inquinamento distribuito sul territorio, legato soprattutto all’agricoltura, che interessa il 52% dei corpi idrici superficiali. Si tratta, per esempio, di sostanze che possono raggiungere fiumi, laghi e acque costiere attraverso il dilavamento dei suoli. Seguono le modifiche fisiche di fiumi, alvei e sponde — come argini, sbarramenti e opere di difesa idraulica — che riguardano il 42% dei corpi idrici. Il 41% è interessato da fonti di inquinamento localizzate, come scarichi urbani o industriali, mentre il 20% risente dei prelievi d’acqua per usi agricoli, civili, industriali o energetici. Questi dati non devono essere sommati tra loro: uno stesso fiume o lago può infatti subire più alterazioni contemporaneamente. Può ricevere sostanze provenienti dai campi, essere modificato da opere artificiali, subire scarichi urbani e avere meno acqua a causa dei prelievi. È proprio questa sovrapposizione di cause a rendere più fragile l’equilibrio delle acque superficiali. L’acqua, in fondo, raccoglie tutto ciò che accade nel territorio che attraversa. È una memoria allo stato liquido: silenziosa, ma molto precisa. Perché il tema riguarda anche città, edifici e infrastrutture Il legame con città, edifici e infrastrutture è più stretto di quanto possa sembrare. La qualità dell’acqua non dipende solo da ciò che accade dentro fiumi, laghi o falde, ma anche dal modo in cui vengono progettati e gestiti gli spazi urbani, le reti idriche, i depuratori, le superfici impermeabili, le aree verdi e i sistemi di raccolta delle acque piovane. Per questo il Rapporto ISPRA è rilevante anche per il settore delle costruzioni, dell’energia e della pianificazione urbana. Ogni edificio, quartiere o infrastruttura può contribuire, nel bene o nel male, alla gestione della risorsa idrica. Le superfici troppo impermeabili aumentano il deflusso delle acque piovane e riducono la capacità del suolo di assorbirle. Reti inefficienti o depuratori non adeguati possono aggravare gli impatti sui corpi idrici. Al contrario, soluzioni come drenaggio urbano sostenibile, recupero delle acque meteoriche, riuso delle acque reflue trattate, infrastrutture verdi e rinaturalizzazione dei corsi d’acqua possono contribuire a ridurre il carico sugli ecosistemi. La gestione idrica sostenibile, quindi, non è un tema separato dalla progettazione del territorio. È parte integrante del modo in cui si costruiscono città più resilienti, capaci di affrontare siccità, piogge intense e cambiamenti climatici. La scala corretta è il bacino idrografico Un altro aspetto centrale del Rapporto ISPRA riguarda la scala di osservazione. L’acqua non segue i confini amministrativi: non si ferma davanti a una linea comunale, provinciale o regionale. Segue invece i confini naturali dei bacini. Per questo la Direttiva Quadro Acque prevede una pianificazione alla scala del distretto idrografico, cioè l’unità territoriale più adatta a gestire la risorsa in modo integrato. Un corso d’acqua può attraversare più Comuni, ricevere scarichi in un punto, subire prelievi in un altro, essere modificato da opere idrauliche a monte e mostrare gli effetti a valle. La gestione dell’acqua richiede quindi una visione coordinata, capace di tenere insieme ambiente, agricoltura, città, industria, energia, sicurezza idraulica e tutela degli ecosistemi. Secondo ISPRA, la regione italiana che mostra risultati particolarmente positivi per diverse tipologie di acque superficiali è la Sardegna. Nel distretto sardo si trova infatti una quota rilevante dei corpi idrici classificati nelle condizioni ambientali migliori, cioè con ecosistemi acquatici poco alterati dalle attività umane, soprattutto tra le acque marino-costiere e le acque di transizione, come lagune e aree salmastre. Anche per i fiumi, la Sardegna registra la percentuale più alta di corpi idrici in buono stato ecologico, seguita dai distretti delle Alpi Orientali e dell’Appennino Centrale. Acque sotterranee: una risorsa preziosa e meno visibile Le acque sotterranee presentano dati complessivamente migliori rispetto alle acque superficiali, ma non per questo possono essere considerate al riparo dai rischi. Le falde sono meno visibili, ma rappresentano una risorsa strategica per l’approvvigionamento idrico, l’agricoltura e molte attività produttive. Il buono stato quantitativo, raggiunto da quasi l’80% dei corpi idrici sotterranei, indica che in molti casi il rapporto tra risorsa disponibile e prelievi è ancora in equilibrio. Il dato chimico, pari al 70%, segnala però che resta necessario mantenere alta l’attenzione sulla contaminazione, sulle pressioni diffuse e sui possibili effetti dell’intrusione salina nelle aree più esposte. In un contesto segnato da siccità più frequenti, temperature in aumento ed eventi meteorologici estremi, le acque sotterranee diventano una riserva sempre più importante. Proteggerle significa ragionare non solo sull’uso immediato dell’acqua, ma anche sulla sicurezza idrica delle prossime generazioni. Monitorare meglio per intervenire meglio Tra i segnali positivi evidenziati da ISPRA c’è la diminuzione dei corpi idrici in stato sconosciuto rispetto al secondo ciclo di gestione della Direttiva Quadro Acque. In sostanza, oggi il sistema di monitoraggio conosce meglio la risorsa rispetto al passato. È un passaggio decisivo: per gestire bene l’acqua bisogna prima sapere in che condizioni si trova. Monitorare fiumi, laghi, falde e acque costiere permette di individuare le criticità, misurare gli effetti delle attività umane e programmare interventi più efficaci. Il Rapporto sottolinea infatti che una gestione integrata e sostenibile dell’acqua deve basarsi su strumenti conoscitivi adeguati, sull’analisi dello stato dei corpi idrici, sulla valutazione delle cause di alterazione e sulla verifica dell’efficacia delle misure adottate. Verso una gestione idrica più sostenibile La sfida, ora, è trasformare i dati in azioni. Migliorare la qualità delle acque non significa intervenire su un solo punto, ma costruire una strategia complessiva: ridurre l’inquinamento diffuso, rendere più efficienti depurazione e reti idriche, limitare i prelievi eccessivi, recuperare le acque piovane, favorire il riuso, proteggere le aree di ricarica delle falde e restituire spazio ai corsi d’acqua dove possibile. Il tema riguarda anche la sicurezza del territorio. Eventi estremi, siccità e alluvioni mostrano quanto sia fragile l’equilibrio tra acqua, suolo e infrastrutture. Una gestione idrica sostenibile non serve solo a proteggere l’ambiente, ma anche a rendere più resilienti città, campagne e sistemi produttivi. Il Rapporto ISPRA invita dunque a cambiare prospettiva: l’acqua non è una risorsa da considerare solo quando manca o quando provoca danni, ma una componente strutturale della pianificazione ambientale, urbana ed economica del Paese. La sua qualità dipende dalla capacità di tenere insieme monitoraggio, prevenzione, depurazione, uso efficiente, tutela degli ecosistemi e adattamento climatico. In un’Italia sempre più esposta a siccità, alluvioni e consumo di suolo, la gestione idrica sostenibile non è più un tema di settore. È una condizione di sicurezza, resilienza e qualità della vita. Proteggere l’acqua significa proteggere il territorio che attraversa — e progettare con più intelligenza quello che verrà. Cosa può fare il singolo cittadino? La tutela dell’acqua passa dalle grandi scelte pubbliche — reti, depuratori, pianificazione, monitoraggio — ma riguarda anche i comportamenti quotidiani. Il singolo cittadino non può sostituirsi alle politiche ambientali, ma può contribuire a ridurre sprechi e inquinamento attraverso scelte più consapevoli. In casa, per esempio, è importante limitare i consumi inutili, riparare le perdite, installare dispositivi per il risparmio idrico e usare lavatrici e lavastoviglie a pieno carico. Ma la qualità dell’acqua dipende anche da ciò che finisce negli scarichi: oli alimentari, vernici, solventi, farmaci e prodotti chimici non dovrebbero mai essere gettati nel lavandino o nel wc, perché possono arrivare alle reti fognarie e rendere più complessi i processi di depurazione. Un ruolo importante riguarda anche la scelta dei prodotti per la pulizia. Preferire detergenti ecologici, biodegradabili, privi di sostanze aggressive e con certificazioni ambientali può contribuire a ridurre il carico inquinante sulle acque. Lo stesso vale per l’uso moderato dei detersivi: spesso una quantità inferiore a quella abituale è già sufficiente, mentre l’eccesso aumenta inutilmente l’impatto sugli scarichi. Anche negli spazi esterni si può fare molto: limitare pesticidi e fertilizzanti nei giardini, raccogliere l’acqua piovana dove possibile, scegliere piante adatte al clima locale e preferire superfici drenanti a pavimentazioni completamente impermeabili aiuta a rispettare il ciclo naturale dell’acqua. Sono gesti piccoli, certo, ma non irrilevanti: perché la gestione idrica sostenibile si costruisce nelle infrastrutture, nelle politiche pubbliche e anche nelle abitudini quotidiane. FAQ Stato delle acque in Italia Che cosa si intende per “corpo idrico”? Un corpo idrico è l’unità con cui vengono analizzate e classificate le acque. Può essere un tratto di fiume, un lago, una falda, una laguna o un tratto di costa. Non si valuta quindi “l’acqua” in modo generico, ma porzioni precise del territorio idrico, ciascuna con caratteristiche, condizioni e criticità specifiche. Che cosa sono le acque superficiali? Sono le acque visibili in superficie: fiumi, laghi, acque marino-costiere e acque di transizione. Queste ultime comprendono ambienti come lagune, foci e aree salmastre, dove l’acqua dolce incontra quella salata. Sono spesso più esposte agli effetti delle attività umane perché ricevono direttamente scarichi, dilavamenti agricoli, prelievi e modifiche del territorio. Che cosa sono le acque sotterranee? Sono le acque che si trovano nel sottosuolo, nelle falde acquifere. Sono meno visibili, ma fondamentali per l’approvvigionamento idrico, l’agricoltura e molte attività produttive. La loro tutela è particolarmente importante perché, quando vengono contaminate o impoverite, i tempi di recupero possono essere molto lunghi. Che cosa significa “stato ecologico” delle acque? Lo stato ecologico indica la salute complessiva di un ecosistema acquatico. Non riguarda solo la presenza di inquinanti, ma anche biodiversità, qualità degli habitat, condizioni fisiche del corso d’acqua, ossigeno, nutrienti, vegetazione e specie animali. In pratica, serve a capire se un fiume, un lago o una laguna funzionano ancora come ambienti vivi ed equilibrati. Che cosa significa “stato chimico”? Lo stato chimico misura la presenza di determinate sostanze inquinanti rispetto ai limiti fissati dalla normativa. Se una o più sostanze superano gli standard previsti, il corpo idrico non può essere considerato in buono stato chimico. È un indicatore fondamentale, ma da solo non basta a raccontare tutta la qualità dell’acqua. Qual è la differenza tra stato ecologico e stato chimico? Lo stato chimico guarda soprattutto alle sostanze presenti nell’acqua, nei sedimenti o negli organismi acquatici. Lo stato ecologico guarda invece all’equilibrio complessivo dell’ambiente acquatico. Un corpo idrico può avere parametri chimici accettabili, ma essere comunque fragile dal punto di vista ecologico se ha perso biodiversità, habitat naturali o continuità fluviale. Che cosa significa “stato quantitativo” delle acque sotterranee? Lo stato quantitativo riguarda l’equilibrio tra l’acqua disponibile nelle falde e quella prelevata per usi civili, agricoli, industriali o energetici. Una falda è in buono stato quantitativo quando i prelievi non superano la capacità naturale di ricarica. In parole semplici: non basta che l’acqua sotterranea sia pulita, deve anche essere disponibile nel tempo. Che cosa significa “pressioni” nel Rapporto ISPRA? Nel linguaggio tecnico ambientale, le “pressioni” sono le cause che possono alterare lo stato delle acque. Possono derivare dall’agricoltura, dagli scarichi urbani, dai prelievi, dalle opere idrauliche, dall’industria o dall’urbanizzazione. Nell’articolo è utile tradurre questo termine con formule più chiare, come “fattori di alterazione” o “cause che incidono sulla qualità delle acque”. Che cosa si intende per “inquinamento diffuso”? L’inquinamento diffuso non proviene da un solo punto riconoscibile, ma da un insieme di sorgenti distribuite sul territorio. È il caso, per esempio, di fertilizzanti e prodotti fitosanitari usati in agricoltura, che possono essere trasportati dalla pioggia verso fiumi, laghi, falde e acque costiere. È più difficile da controllare proprio perché non nasce da un’unica fonte. Che cosa sono le “pressioni puntuali”? Le pressioni puntuali sono fonti di alterazione localizzate e identificabili, come uno scarico urbano, industriale o un impianto specifico. A differenza dell’inquinamento diffuso, hanno un punto di origine più preciso e quindi, almeno in teoria, più facilmente controllabile attraverso depurazione, autorizzazioni e monitoraggio. Che cosa significa “alterazione idromorfologica”? È una modifica fisica del corpo idrico: per esempio argini artificiali, sbarramenti, dighe, opere di difesa idraulica, rettificazioni dell’alveo o interventi sulle sponde. Queste opere possono essere necessarie per diversi motivi, ma possono anche ridurre la naturalità di un fiume, modificare gli habitat e compromettere la continuità ecologica. Che cosa sono le acque di transizione? Sono ambienti di passaggio tra acqua dolce e acqua salata, come lagune, foci, stagni costieri e aree salmastre. Sono ecosistemi molto delicati perché si trovano in equilibrio tra mare e terra, ricevono apporti dai fiumi e sono spesso esposti a pressioni urbane, agricole, turistiche e produttive. Che cosa significa “distretto idrografico”? Il distretto idrografico è l’area territoriale usata per pianificare la gestione dell’acqua. Comprende uno o più bacini idrografici, insieme alle acque sotterranee e costiere collegate. È una scala più adatta rispetto ai confini amministrativi, perché l’acqua non segue Comuni, Province o Regioni: scorre da monte a valle e collega territori diversi. Perché le percentuali sulle cause di alterazione non si sommano? Perché uno stesso corpo idrico può essere interessato da più problemi contemporaneamente. Un fiume, per esempio, può ricevere sostanze provenienti dai campi, essere modificato da opere artificiali, subire scarichi urbani e avere meno acqua a causa dei prelievi. Le percentuali indicano quindi la diffusione dei singoli fattori, non categorie separate da sommare. Che cosa significa “gestione idrica sostenibile”? Significa gestire l’acqua tenendo insieme qualità, quantità, usi civili, agricoli, industriali ed energetici, tutela degli ecosistemi, sicurezza del territorio e adattamento climatico. Non è una singola soluzione, ma una strategia coordinata che riguarda reti, depurazione, risparmio idrico, riuso, monitoraggio, pianificazione urbana e comportamenti quotidiani. Consiglia questo approfondimento ai tuoi amici Commenta questo approfondimento