L’architettura per condizioni estreme quotidiane, ovvero progettare per l’instabilità permanente 17/06/2026
Architettura ecosostenibile: principi, materiali e strategie per costruire in modo sostenibile 12/06/2026
Realizzare un nuovo tetto o ristrutturare quello esistente: materiali, tecnologie e detrazioni fiscali 29/05/2026
AZ Awards 2026 1120 – Ossington by mcCallum Sather and Smart Density – photo credit Liron Weissman. Struttura di housing sociale e assistenziale permanente (alloggi supportati e a prezzi accessibili). È stata progettata per ospitare e aiutare persone che hanno vissuto o sono a rischio di grave marginalità e senzatetto Indice degli argomenti Toggle Nuove strategie progettuali per rispondere alla trasformazione dei contesti ambientali e socialiAZ Awards 2026: un inventario di nuove strategie costruttiveLe nuove condizioni che definiscono e orientano la progettazioneIl caldo urbano come nuova infrastruttura invisibileLa casa come interfaccia tra vita privata e lavoro remotoL’isolamento sociale come problema spazialeLo spazio pubblico come infrastruttura climatica e sociale Dall’adattamento difensivo all’adattamento generativoIntervistata a Elena Stoppioni, Director ESG Strategy & Impact di Lombardini22 e di Presidente, Save the Planet APSCaso di studio – Il nuovo quartiere residenziale di EindhovenFAQ Architettura per condizioni estremeChe cosa si intende per “architettura per condizioni estreme quotidiane”?Perché il cambiamento climatico sta modificando il modo di progettare le città?Quali sono le nuove strategie più importanti nell’architettura contemporanea?Come il lavoro da remoto influenza la progettazione degli spazi abitativi?Che ruolo ha lo spazio pubblico nella “nuova normalità” urbana? L’architettura del futuro prossimo non sarà definita da icone o landmark, ma dalla capacità di assorbire stress multipli: climatico, sociale, economico, psicologico. Per molto tempo l’architettura dell’emergenza ha coinciso con l’architettura del disastro: terremoti, alluvioni, incendi. Oggi, però, la nozione di “estremo” si è spostata dentro la quotidianità. Le città non vivono più solo eventi eccezionali, ma condizioni persistenti: ondate di calore sempre più lunghe, isolamento sociale cronico, densità abitativa squilibrata, e una trasformazione radicale del lavoro verso il remoto e l’ibrido. In questo scenario, progettare non significa più solo prevenire il collasso, ma rendere abitabile l’ordinario quando l’ordinario diventa instabile. Nuove strategie progettuali per rispondere alla trasformazione dei contesti ambientali e sociali Per capire come il mondo della progettazione abbia risposto a questa “nuova normalità” basta dare un’occhiata ai progetti vincitori degli ultimi concorsi internazionali, come gli AZ Awards 2026, una competizione architettonica organizzata in Canada ma aperta a partecipanti da tutto il mondo: l’architettura e il design contemporanei stanno ridefinendo i propri parametri di eccellenza, non più soltanto qualità estetica e innovazione formale, ma anche capacità di rispondere concretamente alle sfide ambientali e sociali dell’attualità. E le intuizioni in materia sono davvero degne di attenzione. AZ Awards 2026: un inventario di nuove strategie costruttive I progetti premiati agli AZ Awards 2026 (prestigioso concorso internazionale di architettura e design, promosso e organizzato da AZURE Magazine con sede a New York) evidenziano una tendenza ormai consolidata verso una progettazione che integra sostenibilità, inclusione e rigenerazione urbana. Secondo gli organizzatori, le opere vincitrici rappresentano lo stato dell’arte del settore proprio perché coniugano valore architettonico e responsabilità collettiva. Tra i temi emergenti spicca l’attenzione all’abitare come strumento di inclusione sociale. Due edifici premiati – il complesso residenziale 26 Point 2 Apartments a Long Beach e 1120 Ossington a Toronto – sono stati riconosciuti per la loro capacità di offrire non solo alloggi, ma anche identità, dignità e senso di appartenenza a persone impegnate in percorsi di uscita dalla condizione di senza fissa dimora. Un segnale di come l’architettura sia sempre più chiamata a contribuire alla coesione sociale. 26 Point 2 apartments, edificio residenziale multifamiliare, progettato da Michael Maltzan Architecture, Long Beach, U.S. – photo credit iwan baan Sul fronte ambientale emerge con forza il ruolo del mass timber, il legno strutturale ingegnerizzato, protagonista di numerosi progetti premiati. Opere come il Koffler Scientific Reserve, il Limberlost Place e il Three Roofs Timber Hall testimoniano la crescente diffusione di materiali a minore impatto ambientale e di nuove espressioni architettoniche legate alla costruzione in legno, considerata una delle strategie più promettenti per la decarbonizzazione del settore edilizio. University of Toronto Koffler Scientific Reserve by Montgomery Sisam Architects, King City, Canada: struttura all’avanguardia per la ricerca, la didattica e l’alloggio, questo edificio pluripremiato è a servizio di studenti e docenti che studiano ecologia e biologia ambientale all’interno di un sito protetto di 350 ettari. Photo credit Doublespace Anche il progetto del paesaggio assume una funzione strategica. Lo studio danese SLA è stato premiato sia per la trasformazione verde di Grønningen-Bispeparken a Copenaghen sia per una proposta di riqualificazione del David Crombie Park a Toronto. Interventi che riflettono l’importanza crescente delle infrastrutture verdi, della biodiversità urbana e degli spazi pubblici resilienti ai cambiamenti climatici. U n ulteriore aspetto rilevante è l’attenzione all’esperienza delle persone nello spazio. Il riconoscimento assegnato al progetto di wayfinding del Hiwa Recreation Centre in Nuova Zelanda evidenzia come accessibilità, orientamento e qualità dell’esperienza utente siano diventati elementi centrali della progettazione contemporanea. Nel complesso, gli AZ Awards 2026 raccontano un settore in cui la “nuova normalità” non coincide più con la sola ricerca formale, ma con la capacità del progetto di generare impatti positivi sul piano ambientale, sociale e comunitario, interpretando l’architettura e il design come strumenti attivi di trasformazione e resilienza. The Art Chapel – photo credit Walker Pickering The Art Chapel è un ex edificio religioso storico del 1873 a Lincoln, Nebraska, trasformato attraverso un intervento di riuso adattivo in un centro comunitario dedicato alle arti, con spazi per corsi ed esposizioni. Il progetto ha privilegiato la conservazione della memoria storica dell’edificio, adottando un approccio minimale basato sulla sottrazione degli elementi superflui. La sua caratteristica più innovativa è una grande parete scorrevole che collega direttamente interno ed esterno, rendendo lo spazio aperto e accessibile al quartiere. L’intervento è stato realizzato dagli studi PLAIN Design Build, FACT e Actual Architecture Company con il coinvolgimento dell’Università del Nebraska-Lincoln. AZ Awards 2026 Vernacular Home by XYLab, Para Dash, Bangladesh – photo credit: Xinyun Li Vernacular Home è un progetto residenziale progettato da Xinyun Li per il villaggio rurale di Para Dash, in Bangladesh. L’abitazione è stata concepita come un esempio di architettura vernacolare sostenibile, costruita con un budget estremamente ridotto (circa 2.500 dollari) utilizzando esclusivamente materiali locali come fango, bambù, paglia, mattoni e lamiere metalliche. Le nuove condizioni che definiscono e orientano la progettazione Il cambiamento climatico, l’aumento delle temperature urbane, il lavoro ibrido e nuove forme di isolamento sociale stanno ridefinendo le priorità della progettazione. La casa non è più solo domestica, ma un’interfaccia tra vita privata e lavoro. Lo spazio pubblico diventa infrastruttura climatica oltre che sociale, contribuendo a mitigare il caldo e offrire comfort. Progettare oggi significa integrare resilienza, benessere e inclusione. Il caldo urbano come nuova infrastruttura invisibile Il caldo estivo trasforma le città in accumuli termici: superfici urbane assorbono energia di giorno e la rilasciano di notte. L’architettura deve ripensare materiali e rapporto con il clima. A Singapore il verde strutturale riduce le temperature e migliora gli spazi pubblici. A Tokyo la densità favorisce ventilazione e adattabilità climatica. Modelli diversi ma convergenti: città progettate per convivere con il calore, puntando su benessere e qualità della vita. La casa come interfaccia tra vita privata e lavoro remoto Casa e lavoro non sono più separati: il lavoro da remoto ha modificato la geografia quotidiana. Gli spazi domestici diventano flessibili, alternando funzioni di lavoro, relazione e relax. Il modello abitativo rigido del Novecento viene superato. In città come Copenhagen si progettano ambienti riconfigurabili, dove luce e comfort acustico supportano una casa che è insieme rifugio, ufficio e spazio sociale. L’isolamento sociale come problema spaziale L’isolamento sociale è anche effetto della progettazione urbana: zonizzazione funzionale e riduzione degli spazi pubblici hanno limitato l’incontro. Alcune città reagiscono ripensando gli spazi come strumenti di relazione, con biblioteche, infrastrutture e centri comunitari. L’architettura non elimina la solitudine, ma può favorire nuove occasioni di incontro. Lo spazio pubblico come infrastruttura climatica e sociale Con ondate di calore sempre più frequenti, lo spazio pubblico diventa infrastruttura climatica oltre che sociale. Non è più solo interstizio urbano, ma elemento attivo per salute e vivibilità. A Barcellona le Superilles riducono il traffico e aumentano verde e socialità, migliorando il microclima. Lo spazio pubblico diventa così uno strumento quotidiano di adattamento e resilienza urbana. Dall’adattamento difensivo all’adattamento generativo Intervistata a Elena Stoppioni, Director ESG Strategy & Impact di Lombardini22 e di Presidente, Save the Planet APS Quando si parla oggi di “condizioni estreme” in architettura, a che cosa ci si riferisce concretamente oltre ai disastri naturali? Possiamo dire che il clima urbano e sociale delle città contemporanee è già una forma di emergenza permanente? “Per molto tempo abbiamo associato la parola “estremo” all’evento eccezionale: l’alluvione, l’ondata di calore record, la tempesta. Oggi il tema è un altro. Le condizioni estreme non sono più solo shock acuti e improvvisi, ma stress cronici e diffusi che sono diventati la condizione ordinaria del vivere urbano: l’isola di calore che trasforma interi quartieri in trappole termiche per mesi all’anno, l’inquinamento di fondo, ma anche un clima sociale fatto di isolamento, frammentazione e solitudine – soprattutto delle persone più fragili. In questo senso sì, parlerei di emergenza permanente, ma con una precisazione importante: se è permanente, allora non è più un’emergenza nel senso classico, è la nuova normalità. E questo cambia radicalmente il mandato del progetto. Non si tratta più di predisporre risposte d’emergenza, ma di ridisegnare l’ordinario. Nella lettura ESG con cui lavoro questo si traduce in una distinzione che considero centrale, mutuata dalla Tassonomia europea: c’è un adattamento difensivo – progetto per non subire danni, per “non nuocere” – e c’è un adattamento generativo, in cui lo stesso intervento, oltre a proteggere, produce valore ambientale e sociale aggiuntivo. La sfida è spostare l’architettura dal primo al secondo registro”. Quali soluzioni tecnologiche e progettuali stanno emergendo per rendere le città abitabili senza dipendere solo dalla climatizzazione? “La prima cosa da dire è che rispondere al caldo solo con più aria condizionata è una forma di maladattamento: aumenta i consumi energetici, scarica calore in strada peggiorando l’isola di calore ed è profondamente diseguale, perché protegge solo chi può permettersela. È una rincorsa che perdiamo. La direzione è invece quella di una gerarchia rovesciata: prima le soluzioni passive e basate sulla natura, poi la tecnologia efficiente, e la climatizzazione come ultima risorsa. Concretamente significa lavorare su ombra e vegetazione, sull’orientamento e la ventilazione naturale, su materiali e superfici ad alta riflettanza, sulla de-impermeabilizzazione dei suoli per restituire terra e acqua alla città. L’infrastruttura blu-verde – alberature, tetti e pareti verdi, raccolta e gestione delle acque – è insieme dispositivo di raffrescamento e di drenaggio. Accanto a questo ci sono tecnologie “leggere” interessanti: penso a dispositivi biotecnologici come il CityTree, che integrano natura e sensoristica e che abbiamo già sperimentato in contesto urbano. Ma la vera innovazione, oggi, non è il singolo dispositivo: è la capacità di misurare il microclima, monitorare gli effetti nel tempo e progettare sulla base dei dati. È qui che la lente ESG diventa progettuale, e non solo rendicontativa”. Che ruolo possono avere gli spazi pubblici nel rendere le città più resilienti al caldo e allo stress ambientale? Lo spazio pubblico è il luogo dove le due emergenze di cui parliamo – quella climatica e quella sociale – si incontrano e, se progettato bene, si risolvono insieme. È quello che chiamo un doppio dividendo. Sul fronte climatico, una piazza alberata, una fontana, un suolo permeabile possono abbassare sensibilmente la temperatura percepita e funzionare come rifugio dal caldo – i cosiddetti climate shelter – per chi non ha alternative in casa. Sul fronte sociale, lo stesso spazio combatte l’isolamento: offre occasioni di incontro, presidio, cura reciproca. Non è un tema astratto: durante le grandi ondate di calore, le vittime sono in larghissima parte persone anziane e sole. Il rischio climatico e il rischio sociale, molto spesso, sono lo stesso rischio. Il mio approccio è quello dell’agopuntura urbana: interventi piccoli, diffusi e partecipati, che agiscono su punti precisi della città invece di concentrare tutto in una grande opera. È la logica di progetti come il parklet C’èPosto! un’iniziativa di rigenerazione urbana per restituire spazio alla città o l’adozione di spazi verdi di quartiere su cui sto lavorando con Save the Planet e Lombardini22. E qui entra in gioco il community investing: lo spazio pubblico smette di essere solo un costo per la collettività e diventa un asset condiviso, capace di generare valore ambientale e sociale misurabile”. Come si può progettare un edificio che non sia solo un insieme di appartamenti, ma una piccola infrastruttura sociale? “Significa smettere di pensare l’edificio come un contenitore di alloggi e iniziare a pensarlo come un nodo di una rete di relazioni. La differenza la fanno gli spazi intermedi: le soglie, gli atri, le corti, i piani terra, le coperture. Sono questi gli spazi che possono ospitare la socialità e che troppo spesso, invece, riduciamo al minimo come pura distribuzione. Il punto delicato è progettare gradienti di privacy: creare occasioni di incontro senza imporle. La buona architettura della socialità non costringe le persone a stare insieme, offre loro la possibilità di farlo, lasciando sempre la libertà di tornare nel proprio spazio. Un ballatoio ben disegnato, un piano terra che dialoga con la strada, una sala comune che d’estate diventa anche un ambiente fresco condiviso: sono dispositivi che rispondono insieme all’isolamento e al disagio climatico. È esattamente la dimensione “S”, sociale, dei criteri ESG, ma portata dentro al progetto e non lasciata sulla carta della rendicontazione. Un edificio progettato così produce capitale sociale, e quel capitale è oggi misurabile, valorizzabile e – sempre più – richiesto dal mercato e dalla committenza pubblica”. C’è un progetto, interno o esterno al vostro polo tecnologico, che rappresenta bene questo nuovo modo di pensare l’architettura? “Più che un’opera singola, l’esempio che porto è un metodo. Con il programma Sottocasa di Lombardini22, stiamo lavorando alla rigenerazione partecipata di uno spazio verde di quartiere a Milano, nel Municipio 6 – il progetto sul Parco Baden-Powell – costruito attorno a un’idea di adozione dello spazio da parte della comunità e a una raccolta fondi diffusa, con Save the Planet come soggetto promotore. Lo considero “anticipatore” proprio perché tiene insieme le cose di cui abbiamo parlato: la dimensione climatica – più verde, più ombra, più suolo permeabile – e quella sociale, perché il processo costruisce comunità mentre costruisce lo spazio. E lo fa nella logica generativa, non difensiva: non ci limitiamo a proteggere un’area, le restituiamo una funzione e un presidio. Il progetto sul Parco Baden-Pow di Lombardini22 @Tettamanzi Quello che lo rende possibile è il doppio motore con cui lavoro: da un lato la competenza tecnica e la lente ESG di Lombardini22, dall’altro la capacità della rete associativa di Save the Planet di attivare cittadini, istituzioni e partner. È la convinzione di fondo del nostro lavoro: in un’epoca di condizioni estreme diventate ordinarie, la risposta non è un’architettura più difensiva, ma una più generosa e più connessa”. Caso di studio – Il nuovo quartiere residenziale di Eindhoven Nel cuore di Eindhoven, il nuovo quartiere residenziale Nieuw Bergen, firmato da MVRDV, interpreta una delle sfide più attuali della progettazione urbana: aumentare la densità abitativa senza rinunciare a qualità dello spazio, comfort climatico e relazioni sociali. Nieuw Bergen è stato sviluppato da SDK Vastgoed (VolkerWessels) e progettato da MVRDV. La costruzione è stata realizzata da Stam + De Koning Bouw. © Ossip van Duivenbode Il complesso riunisce 237 abitazioni distribuite tra edifici di nuova costruzione e strutture storiche recuperate, dando vita a un tessuto urbano eterogeneo e inclusivo. La caratteristica silhouette dai tetti inclinati e frastagliati non è soltanto un segno architettonico distintivo: nasce da una strategia progettuale pensata per massimizzare l’accesso alla luce naturale, migliorare il microclima urbano e contrastare gli effetti dell’isola di calore. Le coperture ospitano pannelli fotovoltaici, tetti verdi e spazi condivisi, tra cui terrazze panoramiche e una serra per il giardinaggio collettivo, trasformando l’architettura in un’infrastruttura per il benessere ambientale e la vita comunitaria. Building concept Tra spazi pubblici pedonali, attività di vicinato e aree comuni dedicate all’incontro, Nieuw Bergen propone un modello di città compatta ma aperta, capace di rispondere contemporaneamente alle emergenze climatiche e al crescente rischio di isolamento sociale. Un esempio di come la progettazione contemporanea possa coniugare sostenibilità, identità urbana e costruzione di comunità. FAQ Architettura per condizioni estreme Che cosa si intende per “architettura per condizioni estreme quotidiane”? Si tratta di un approccio progettuale che non si concentra più solo sulle emergenze eccezionali (terremoti, alluvioni), ma su condizioni permanenti come caldo urbano, isolamento sociale, densità abitativa e trasformazioni del lavoro. L’obiettivo è rendere abitabile una quotidianità sempre più instabile. Perché il cambiamento climatico sta modificando il modo di progettare le città? Perché fenomeni come ondate di calore e isole di calore urbano sono diventate strutturali. Le città devono quindi essere pensate come sistemi climatici attivi, capaci di raffrescare gli spazi, gestire le risorse e garantire comfort senza dipendere solo dalla climatizzazione. Quali sono le nuove strategie più importanti nell’architettura contemporanea? Tra le principali strategie emergono l’uso di materiali a basso impatto come il legno strutturale, le infrastrutture verdi e blu (vegetazione, acqua, suoli permeabili), la progettazione bioclimatica e l’attenzione alla resilienza sociale oltre che ambientale. Come il lavoro da remoto influenza la progettazione degli spazi abitativi? La casa non è più uno spazio esclusivamente domestico, ma un ambiente ibrido che integra vita privata, lavoro e relazioni sociali. Questo porta alla progettazione di spazi flessibili, adattabili e capaci di garantire comfort acustico, luce e riconfigurabilità. Che ruolo ha lo spazio pubblico nella “nuova normalità” urbana? Lo spazio pubblico diventa una vera infrastruttura climatica e sociale: aiuta a mitigare il caldo urbano e allo stesso tempo riduce l’isolamento sociale. Se progettato bene, può funzionare come luogo di incontro, raffrescamento e supporto alle comunità più fragili. Consiglia questo approfondimento ai tuoi amici Commenta questo approfondimento