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Indice degli argomenti Toggle L’urbanistica del toglierePrima la diagnosi, poi il progettoNon bastano gli alberiMeno costruzioni, più spazioIl valore economico del verdeIl volano della Nature Restoration LawLe buone pratiche esistonoFAQ Rigenerazione urbanaCos’è e cosa prevede la depavimentazione?Cosa si intende con regola del “3-30-300”?Cosa richiede la Nature Restoration Law? C’è ancora molta strada da fare perché le città italiane possano dirsi davvero vivibili. Asfalto e cemento continuano a guadagnare terreno: secondo il rapporto Ispra, tra il 2006 e il 2024 il consumo di suolo è aumentato nel 98% dei Comuni italiani. La progressiva cementificazione e impermeabilizzazione del suolo alimentano le isole di calore urbane e riducono gli spazi naturali, con effetti negativi sulla qualità dell’aria e sulla capacità delle città di mitigare gli impatti dei cambiamenti climatici. I dati confermano il ritardo dell’Italia rispetto ai futuri standard europei: secondo “Mal’aria di città 2026” di Legambiente , applicando già oggi i limiti previsti per il 2030, il 53% delle città sarebbe fuori norma per il PM10 e il 73% per il PM2.5. Che cosa significa, allora, progettare città vivibili? Secondo Paolo Pileri, professore di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano, occorre innanzitutto cambiare prospettiva. «L’abitabilità non sta solamente negli involucri edilizi, ma in una relazione complessa tra l’interno e l’esterno». Il suo ultimo libro, Dalla parte del suolo. L’ecosistema invisibile (Laterza), richiama l’attenzione sul ruolo fondamentale del suolo, troppo spesso trascurato nel dibattito urbanistico. L’urbanistica del togliere Per Pileri la pianificazione urbana non può più basarsi soltanto sulle addizioni, ma deve imparare a lavorare anche per sottrazione. È il principio dell’urbanistica del togliere: recuperare spazi pubblici degradati, come le piazze trasformate in parcheggi, per restituirli alla socialità e alla natura. «La più grande sfida è ridare alla natura il più possibile quanto gli è stato tolto di fatto». Da qui deriva la necessità di intervenire sulla deimpermeabilizzazione che, nella sua forma più radicale, significa depavimentazione: eliminare le superfici dure e sostituirle con suolo permeabile e vegetazione. Un prato esposto al sole, ricorda Pileri, può essere da 5 a 7 °C più fresco di una pavimentazione, anche drenante. L’obiettivo è una rigenerazione urbana profonda. «Non basta sostituire l’asfalto con una pavimentazione drenante mantenendo le stesse funzioni di prima. Occorre ripensare completamente gli spazi aperti, con scelte che restano impopolari, anche se oggi c’è una sensibilità crescente». Per questo, sottolinea il docente, è fondamentale investire nella formazione dell’opinione pubblica e dei decisori politici. Prima la diagnosi, poi il progetto Quale dovrebbe essere il primo passo di un’amministrazione che vuole rendere più vivibile la propria città? «Un sindaco dovrebbe comportarsi come un medico: prima la diagnosi, poi la cura.» La priorità è un censimento dettagliato degli spazi aperti per comprenderne usi e caratteristiche. Se possibile, anche attraverso carotaggi che permettano di verificare cosa si trovi sotto le pavimentazioni: suolo fertile oppure strati di inerti e rifiuti accumulati nel tempo. Allo stesso modo è indispensabile avere un quadro chiaro dei piani urbanistici e dei diritti edificatori esistenti. La stessa logica vale per le piazze e gli spazi pubblici. Molti interventi possono essere realizzati con investimenti contenuti, eliminando elementi che ne compromettono la fruibilità: pali, arredi obsoleti, bacheche, cassonetti, chioschi temporanei diventati permanenti. Prima di intervenire, suggerisce Pileri, è utile effettuare una “scansione verticale” degli spazi aperti, proprio come avviene per gli edifici, per individuare ciò che può essere rimosso e recuperare spazio per le funzioni collettive. Non bastano gli alberi Quando si parla di città più verdi, la soluzione più immediata sembra essere piantare alberi. Un intervento importante, ma insufficiente se non parte dalla salute del suolo. Come illustra Pileri: «La vegetazione vive nel suolo. Le piante hanno bisogno di acqua, di aria, dato che la loro massa verde è costituita dal carbonio che sottraggono all’atmosfera e dall’acqua che attingono dal suolo. Tuttavia, necessitano anche di una svariata serie di elementi che trovano nel suolo e che gli consente di attuare la fotosintesi clorofilliana». Se il suolo è impoverito e privo della necessaria componente fungina e batterica, le piante faticano a svilupparsi. Per questo non bisogna limitarsi agli alberi: arbusti ed essenze erbacee svolgono un ruolo essenziale nel migliorare la qualità del terreno, favorire la traspirazione e ricostruire l’equilibrio ecologico. Non basta, quindi, piantare alberi: serve ricostruire l’intero sistema ecologico e di permeabilità, formato da suolo, vegetazione erbacea, arbusti e alberature. «L’urbanistica del togliere significa riprogettare, ripensare gli spazi facendo in modo che nell’agenda chi comanda è la natura». Meno costruzioni, più spazio Nella pianificazione urbana è bene porsi una domanda: perché in Italia, Paese a crescita demografica zero e con un patrimonio edilizio inutilizzato enorme, si continua comunque a consumare suolo? Ha senso continuare a costruire senza espandere le città? La domanda – secondo Pileri – non è “come continuare a costruire”, ma come orientare le imprese edili verso il ridisegno degli spazi esterni e il recupero del patrimonio esistente senza aumentarne la volumetria. È necessario “fare spazio” invece di densificare, evitando “canyon urbani” che riducono luce e circolazione d’aria. L’abitabilità si costruisce garantendo comfort continuo tra interno ed esterno delle abitazioni. Il docente di Pianificazione territoriale e ambientale prende a esempio Milano. «C’è bisogno di ridare respiro a una città molto compatta, molto calda, molto affannata, che ha bisogno oggi di trovare spazi che gli sono stati negati nel passato. Quello che sta facendo Genova – e anch’io li sto aiutando in questo – è esattamente quello di immaginare che in una città compatta, soffocata, nonostante abbia il mare, si possano trovare soluzioni, si riescano a guadagnare spazi di abitabilità». Genova è la prima città in Italia ad aver inserito formalmente la depavimentazione all’interno del proprio Piano Urbanistico Comunale (PUC). L’iniziativa prevede la rimozione di asfalto e cemento per restituire spazio a suolo naturale, alberi e giardini. Il valore economico del verde Una città più vivibile e verde non produce benefici soltanto ambientali. Secondo Pileri, genera anche un valore economico più ampio, che va oltre il mercato immobiliare. «È un lavoro lungo, che va fatto mettendo in campo le sensibilità politiche, quelle tecniche, comprendendo anche chi comunica all’opinione pubblica. È l’intera catena del valore da rivedere. Occorre smettere di lavorare per compartimenti stagni e avere una visione più ampia». Ridurre il disagio sociale significa diminuire criminalità, malattie e spesa sanitaria. È la logica che ispira anche la regola del “3-30-300”, nata proprio dagli studi che dimostrano come gli investimenti nel verde migliorino la salute pubblica. Valutare gli interventi esclusivamente in termini immobiliari significa trascurarne gli effetti sull’intero sistema economico e sociale. Uno studio, pubblicato su Nature, riferito alla città di Bari, conferma questa prospettiva, evidenziando come un aumento della copertura arborea e una migliore qualità dell’aria potrebbero contribuire a ridurre significativamente la mortalità. Il volano della Nature Restoration Law Nel 2024 è entrato in vigore il “Regolamento sul Ripristino della Natura” o Legge per il Ripristino della Natura (Nature Restoration Law), che rappresenta un atto normativo dell’Unione Europea mirato a salvaguardare e ripristinare la biodiversità e la salute degli ecosistemi. Gli ecosistemi urbani coprono ben il 22% della superficie terrestre dell’Unione Europea, ricorda Ispra. L’Articolo 8 del Regolamento europeo stabilisce obiettivi vincolanti finalizzati all’incremento degli spazi verdi e della presenza di alberi in questi ambiti. Questa legge quanto potrebbe contribuire a rendere le città vivibili? «Potrebbe aiutare moltissimo, a patto che gli interlocutori politici e tecnici lo accettino. In questo momento, da una parte abbiamo un regolamento, dall’altro notevoli resistenze», sottolinea Pileri. Il regolamento europeo può accelerare la transizione verso città più vivibili, ma richiede un cambiamento culturale e l’impegno di tutti: partiti, associazioni di categoria, ministeri. Le buone pratiche esistono Non esiste ancora una città modello, ma esistono molte esperienze da cui imparare. In diverse città del Belgio i parcheggi sono stati rimossi dalle piazze. «In Francia è stato attuato un programma che prevede la depavimentazione e la rinaturalizzazione dei sedimi scolastici a beneficio della popolazione studentesca – ricorda Pileri –. In Danimarca molte di queste aree addirittura vengono private della recinzione. A Copenaghen, le aree depavimentate e rinaturalizzate diventano spazi a disposizione di tutti negli orari extra scolastici. Sono esempi che raccontano di progettazione, di opportunità di lavoro per le imprese edili, ma soprattutto c’è un’idea di città che cambia completamente». Anche in Italia non mancano esempi positivi. Attraverso il progetto SoS4Life, città come Forlì, Carpi e San Lazzaro di Savena hanno realizzato interventi di desigillazione urbana, restituendo migliaia di metri quadrati al suolo naturale. Sono esperienze che dimostrano come sia possibile coniugare rigenerazione urbana, qualità dello spazio pubblico e nuove opportunità per il settore delle costruzioni. La sfida è trasformare queste buone pratiche da eccezioni a nuovo paradigma della pianificazione urbana. FAQ Rigenerazione urbana Cos’è e cosa prevede la depavimentazione? La pratica del depaving, letteralmente “de-pavimentare”, consiste nella rimozione di asfalto e cemento dalle aree urbane per restituire spazio al suolo naturale, alla vegetazione e agli alberi. L’obiettivo è rendere le città più salubri, resilienti e vivibili. Il movimento nasce a Portland nel 2008 per iniziativa dell’associazione Depave e, da allora, ha ispirato numerosi progetti in tutto il mondo. Restituendo permeabilità al terreno, il depaving favorisce l’infiltrazione dell’acqua piovana, contribuendo a ridurre il rischio di allagamenti e ad aumentare la capacità delle città di assorbire le precipitazioni. Allo stesso tempo, la messa a dimora di specie vegetali autoctone sostiene la biodiversità, mentre alberi e aree verdi mitigano gli effetti delle ondate di calore, migliorando anche il benessere psicofisico delle persone. Anche in Europa il depaving sta trovando spazio nelle strategie di adattamento ai cambiamenti climatici adottate da un numero crescente di città. Cosa si intende con regola del “3-30-300”? La “regola del 3-30-300” prevede che ogni individuo debba poter vedere almeno tre alberi dalla propria abitazione, che la copertura arborea di ciascun quartiere debba essere pari al 30% e che la distanza massima dal più vicino spazio verde pubblico di alta qualità debba essere di 300 metri. Sottolinea l’importanza dell’equità nella gestione del verde urbano, affinché tutti i residenti possano beneficiare degli alberi e delle foreste urbane. Cosa richiede la Nature Restoration Law? Il Regolamento sul ripristino della natura rappresenta un elemento chiave della Strategia dell’UE per la biodiversità, che stabilisce obiettivi vincolanti per il ripristino degli ecosistemi degradati. Con il Regolamento UE 2024/1991, noto come Nature Restoration Law, gli Stati membri sono chiamati a sviluppare (entro il 1° settembre 2026) un Piano nazionale per il ripristino finalizzato al buono stato degli habitat terrestri, marini, urbani, forestali e agricoli che risultano degradati, da realizzare secondo precisi obiettivi e scadenze, attese dal 2030 al 2050. Consiglia questo approfondimento ai tuoi amici Commenta questo approfondimento