Progettare spazi accessibili, flessibili e sicuri: approccio integrato e competenze trasversali 20/05/2026
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Impermeabilizzazione degli edifici: errori progettuali, posa e patologie edilizie ricorrenti 12/05/2026
“City on the Loop”, progetto di Ruxuan Zheng e Haoyuan Wang Indice degli argomenti Toggle Elisabetta Ginelli e Giulia Vignati: progettare per il riuso, il laboratorio CirceDC del Politecnico di MilanoDi che cosa si occupa CirceDC?Perché la flessibilità architettonica intesa come adattabilità degli edifici è considerata oggi uno degli approcci più coerenti con le sfide ambientali?Come è possibile estendere il tema della flessibilità al mondo dell’architettura attraverso la divulgazione?Questo approccio può essere applicato a tutti gli edifici o ci sono dei limiti?Sempre nell’ottica della progettazione a monte, che rapporto avete con la BIM?I principi base della progettazione più virtuosaFlessibilità come chiave dell’architettura sostenibileCaso di studio – housing sociale a MilanoAccessibilità: progettazione per tutti e per ciascunoLa sicurezza come obiettivo finale della progettazione e chiave della resilienza climaticaMetodologia BIMMateriali e sistemi integrati: l’importanza delle componenti nella progettazione della strutturaFAQ spazi accessibiliCosa significa progettare spazi accessibili oggi?Perché la flessibilità è fondamentale nell’architettura contemporanea?In che modo la progettazione contribuisce alla sicurezza degli edifici?Cos’è il BIM e perché è importante nel processo progettuale?Qual è il ruolo dei materiali e dei sistemi costruttivi integrati? Nel panorama contemporaneo dell’architettura e dell’edilizia, progettare con alti livelli di qualità significa affidarsi ad un approccio integrato che tiene insieme inclusività, adattabilità e resilienza, dove estetica e qualità di vita diventano quasi la conseguenza diretta di questa filosofia progettuale. Parlare di qualità progettuale significa dare forma a spazi capaci di accogliere ogni individuo, evolversi nel tempo e rispondere in modo efficace alle sfide ambientali e sociali. Accessibilità, flessibilità e sicurezza non sono più ambiti separati, ma tre dimensioni interconnesse di un’unica visione progettuale orientata al futuro. All’interno di CirceDC si studia proprio questo, a partire dalla struttura creata per ospitare questo progetto, esterna al Politecnico di Milano e realizzata secondo i principi della riconversione a zero impatto. Elisabetta Ginelli e Giulia Vignati: progettare per il riuso, il laboratorio CirceDC del Politecnico di Milano Intervista a Elisabetta Ginelli e Giulia Vignati, docenti del Politecnico di Milano, rispettivamente, responsabile scientifico e personale afferente del laboratorio CirceDC, centro di competenza dedicato alla sperimentazione e allo sviluppo di soluzioni progettuali innovative, orientate alla adattabilità, alla disassemblabilità, al riuso e al riutilizzo degli edifici e delle loro componenti, in un’ottica di riduzione dell’impatto ambientale e dell’ottimizzazione dell’uso delle risorse. Il laboratorio è attivo ufficialmente dallo scorso ottobre. Di che cosa si occupa CirceDC? Innanzitutto diciamo cos’è CirceDC – Circular Economy through Design and Construction – è un offlab del Dipartimento ABC del Politecnico. È stato istituito all’interno di un edificio/prototipo da noi progettato nell’ambito del bando Smart Living di Regione Lombardia, che prevedeva la collaborazione tra il mondo della ricerca, l’università e le imprese. L’edificio, denominato cHOMgenius, è stato realizzato a secco, è completamente smontabile e riutilizzabile. Nasce secondo i principi della circolarità, quindi dell’adattabilità e della disassemblabilità ed è esemplificativo dei processi di prefabbricazione e di industrializzazione. I cinque volumi che compongono l’edificio sono stati realizzate in officina off-site e completamente “vestiti” (rivestimenti, serramenti e impianti, bagno prefabbricato) sono stati trasportati e montati in loco. Proprio per queste caratteristiche il laboratorio è un off lab: “off” perché localizzato fuori sede rispetto al Politecnico (si trova a Busnago, presso l’azienda capofila del Bando Smart Living, BFC Sistemi), e “hard” perché l’edificio stesso diventa non solo sede del laboratorio CirceDC, ma anche strumentazione di ricerca. È inoltre dimostrativo dell’attuazione di una progettazione in team, infatti, cHOMgenius ha ricevuto il supporto di 20 aziende, nazionali e internazionali e uno degli aspetti centrali è stato proprio quello di condividere gli obiettivi di progetto e di attuare una progettazione di gruppo finalizzata a individuare come i prodotti della produzione corrente potessero essere impiegati e posati senza uso di acqua, colle, schiume poliuretaniche, capovolgendo il modo tradizionale di operare. Il laboratorio affianca professionisti, aziende ed enti nell’adozione di approcci circolari e offre attività di ricerca, consulenza e sviluppo su soluzioni di adattabilità e disassemblaggio attraverso lo studio di soluzioni tecnologiche a secco. Un’immagine di CirceDC (Politecnico di Milano). Il laboratorio è partito ufficialmente lo scorso ottobre. Il gruppo di lavoro è composto da: Prof.ssa Elisabetta Ginelli, Responsabile Scientifico; Prof.ssa Laura Daglio, Responsabile Tecnico; Personale afferente Arch. PhD Gianluca Pozzi, Arch. PhD Giulia Vignati, PhD Candidate arch. Alessandro Marco Greco Inoltre, nell’attività di CirceDC applichiamo linee guida e normative europee e nazionali, siamo infatti membri del Gruppo di Lavoro che si sta occupando degli indicatori di adattabilità e di disassemblaggio per l’aggiornamento della norma UNI/PdR 13 (strumento tecnico fondamentale nel settore delle costruzioni in Italia, che definisce i principi metodologici e i criteri per la valutazione della sostenibilità ambientale degli edifici. N.d.r.). Conduciamo attività di ricerca e sviluppo per aziende sui loro prodotti, conduciamo analisi di fattibilità di soluzioni progettuali reversibili, modulari, adattabili, riutilizzabili sia per interventi di nuova costruzione che di riqualificazione. Perché la flessibilità architettonica intesa come adattabilità degli edifici è considerata oggi uno degli approcci più coerenti con le sfide ambientali? La flessibilità ha molteplici declinazioni: è funzionale, spaziale-distributiva ma è anche costruttiva. Esiste una definizione di flessibilità costruttiva, risalente agli anni Settanta dello scorso secolo, che dimostra quanto sia anticipatrice dei principi di circolarità. Una definizione che lega il tipo di produzione direttamente al concetto di disassemblabilità, poiché dichiara che prodotti componenti e sistemi, se progettati con una impostazione aperta, assumono la caratteristica di assorbire più cicli di lavorazione per tipologia e per azioni nel tempo, acquistando la capacità quindi di rispettare il principio di ciclo di vita utile dell’organismo edilizio e delle sue parti permettendo azioni di trasformazione, diversificate e successive nel tempo. Oggi i principi progettuali di adattabilità e di disassemblaggio per la costruzione di organismi edilizi sono ufficialmente riconosciuti dalle emanazioni europee Level(s) European framework for sustainable buildings, che noi mettiamo in simbiosi con la flessibilità costruttiva. La loro applicazione contribuisce a una valorizzazione delle risorse e rappresenta il presupposto per estendere il ciclo di vita, prima di giungere al riciclo, che per noi resta l’ultima opzione. Infatti, preferiamo lavorare “per il riuso e per il riutilizzo”, le cui definizioni spiegano il tipo di azioni da svolgere sul prodotto stesso prima del suo reimpiego. La flessibilità risulta imprescindibile per permettere questo ciclo per chi, come il nostro gruppo di ricerca, ha sempre lavorato su queste tematiche ed è evidente che la circolarità può essere un principio progettuale praticabile se e solo se supportata da una flessibilità costruttiva incorporata nel progetto dell’opera e del prodotto. Come è possibile estendere il tema della flessibilità al mondo dell’architettura attraverso la divulgazione? CirceDC, come dicevamo, si occupa di valutazione e verifica di sistemi e prodotti orientati al soddisfacimento dei requisiti di economia circolare, gli indicatori di adattabilità e disassemblaggio diventano quindi punti chiave su cui svolgiamo attività anche di formazione. Partecipiamo a corsi e seminari sul tema e organizziamo corsi di formazione professionale come, per esempio, il corso proposto nel 2025 dal titolo “Progettare la Circolarità. Architettura e Circolarità”, rivolto a professionisti iscritti agli ordini e a studenti, che avrà una prosecuzione a breve. Inoltre, vogliamo attivare un osservatorio sul tema della prefabbricazione, ma qui abbiamo bisogno dell’interesse delle aziende, delle imprese, dei progettisti. L’obiettivo è monitorare il modo con cui questi aspetti vengono applicati, con quali risultati progettuali e anche con quali criticità e potenzialità. L’osservatorio potrebbe anche diventare un interessante strumento per fare chiarezza sul significato di tecnologia a secco e sui suoi diversi gradi di impiego finalizzati a ridurre o eliminare i rifiuti secondo i principi di circolarità. Quanto è importante la progettazione a monte e dettagliata in tutto questo? Il concetto di anticipazione delle decisioni e la consapevolezza del significato di fattibilità ed esecutività del progetto nel momento della concezione è fondamentale in ogni azione progettuale per garantire qualità ed evitare dispendi economici, di risorse e di tempo, ma diventa imprescindibile se si progetta per la trasformabilità nel tempo senza sprechi e rifiuti e con la volontà di valorizzare continuativamente prodotti, sistemi e componenti scelti per il progetto. Questo approccio può essere applicato a tutti gli edifici o ci sono dei limiti? Ovviamente è sempre necessaria un’analisi dello stato di fatto dell’edificio su cui si interviene, per comprenderne le potenzialità, per riuscire a capire fino a che punto ci si può spingere nelle scelte progettuali. La conoscenza e l’analisi della tecnologia costruttiva adottata, la tipologia strutturale ed edilizia, la collocazione degli spazi serventi, ecc., così come gli aspetti dimensionali contribuiscono a definire le possibili scelte progettuali. In questi anni abbiamo lavorato moltissimo sulla reversibilità funzionale degli edifici terziari dismessi, in modo particolare a Milano, convertiti in spazi abitativi e potenzialmente riconvertibili nel tempo all’interno della categoria ampia della residenzialità. Questo approccio è in parte affine a quanto oggi sta avvenendo in Francia, dove progettano il nuovo per una destinazione A, trasformabile in una destinazione B, che può essere nuovamente reversibile in A. Nel nostro caso abbiamo lavorato molto sul terziario dismesso, ma anche sviluppato simulazioni sul patrimonio residenziale e industriale, adottando metodologie e tecniche specifiche attraverso sperimentazioni didattiche. Il nostro approccio, tuttavia, si differenzia in questo senso: prevede che l’edificio funzionalmente convertibile nel tempo, possa avere una funzione X, poi Y, poi eventualmente tornare indietro o evolvere e avere una funzione diversa Z. Certamente le condizioni di impostazione del progetto devono valutare il livello di trasformabilità possibile e desiderato ed essere coscienti di qual è la vita utile delle diverse parti che compongono l’edificio. Sempre nell’ottica della progettazione a monte, che rapporto avete con la BIM? Il BIM è uno straordinario strumento che consente di analizzare e monitorare nel dettaglio le varie fasi del progetto, è una base di lavoro condivisa fra il team di progetto, è uno strumento che supporta l’applicazione della anticipazione delle decisioni e la gestione del progetto, si costituisce come una banca dati informativi sul progetto e tanto altro, ma deve essere sempre guidato da un metodo progettuale, con l’impronta culturale e gli obiettivi che il team di progettazione vuole perseguire e raggiungere. I principi base della progettazione più virtuosa Flessibilità, accessibilità e sicurezza sono indubbiamente i criteri che i più avanzati studi di progettazione perseguono nel loro lavoro quotidiano. Criteri che, se integrati, rientrano nel quadro delle politiche ambientali in materia di edilizia, si allineano con i nuovi bisogni sociali e con le nuove istanze di sicurezza dovute ai cambiamenti climatici. Si riflette sulle nuove tecnologie come strumenti performanti in grado di supportare la progettazione senza errori e durante tutto il ciclo di vita degli edifici; e sui materiali, un ambito anch’esso in cui la ricerca scientifica ha sostenuto l’evoluzione. Flessibilità come chiave dell’architettura sostenibile Parallelamente, la flessibilità è diventata una condizione imprescindibile per garantire la durabilità degli edifici. In un contesto sociale ed economico in continua evoluzione, gli spazi devono poter essere riconfigurati nel tempo senza interventi invasivi. Ciò implica una progettazione che privilegi strutture modulari, impianti adattabili e layout non vincolanti. La sostenibilità, infatti, non si esaurisce nell’efficienza energetica o nell’uso di materiali ecocompatibili, ma si estende alla capacità degli edifici di durare nel tempo, riducendo la necessità di demolizioni e ricostruzioni. In questo senso, la flessibilità progettuale diventa uno strumento chiave per ridurre l’impatto ambientale complessivo. Un edificio che può essere trasformato è un edificio che evita sprechi, che si adatta ai cambiamenti e che mantiene il proprio valore nel tempo. VP19 a Milano – Credit img ©Andrea Martiradonna VP19 è un intervento di riqualificazione completa di un edificio per uffici situato in via Vittor Pisani 19 a Milano, promosso da DWS Alternatives e progettato da L22 Urban & Building con il supporto ingegneristico di Arup Italia. Concluso nel 2024, il progetto trasforma un immobile degli anni Sessanta in un organismo contemporaneo pensato per evolvere nel tempo, capace di adattarsi a esigenze mutevoli migliorando le prestazioni, la qualità degli ambienti e il dialogo con la città. Al centro del lavoro c’è il tema della flessibilità, che guida sia le scelte spaziali sia quelle tecnologiche. Gli interni, prevalentemente organizzati come open space, sono concepiti come ambienti riconfigurabili con facilità, in grado di accogliere differenti modalità di lavoro e variazioni nei livelli di occupazione senza richiedere interventi strutturali invasivi. Questa impostazione rende l’edificio più resiliente e pronto a rispondere a scenari organizzativi in continua evoluzione. Credit img ©Andrea Martiradonna L’architettura enfatizza luce e trasparenza per costruire un’identità dinamica. La nuova facciata, caratterizzata da ampie superfici vetrate e schermature tridimensionali, favorisce l’ingresso della luce naturale, controlla l’irraggiamento e contribuisce all’efficienza energetica. Il disegno modulare dell’involucro, insieme a un sistema di illuminazione regolabile, permette inoltre di modificare l’aspetto dell’edificio anche nelle ore serali, rafforzandone il carattere mutevole. Credit img ©Andrea Martiradonna Il piano terra è pensato come uno spazio aperto e permeabile, capace di connettere pubblico e privato. La hall a doppia altezza, trasparente e accessibile, si estende verso il portico urbano e dialoga con una corte interna riqualificata, creando continuità tra interno ed esterno. A questi si aggiungono nuovi ambienti per la socialità, come un padiglione vetrato e terrazze verdi, che ampliano le possibilità d’uso e supportano modalità di lavoro più informali e flessibili. Un sistema diffuso di verde, dalle coperture agli spazi interni, contribuisce al benessere degli utenti e si inserisce nelle strategie urbane contemporanee. Nel complesso, l’intervento — che include anche l’aggiornamento degli impianti e il raggiungimento di elevati standard di sostenibilità — dà forma a un edificio efficiente, performante e capace di mantenere il proprio valore nel tempo. VP19 si propone così come un modello di riuso in cui qualità architettonica e adattabilità diventano elementi centrali di una visione a lungo termine. Caso di studio – housing sociale a Milano Il progetto di housing sociale “Cenni di Cambiamento” a Milano, di Rossiprodi Associati, rappresenta un caso significativo per comprendere come l’abitare sociale possa essere affrontato attraverso un impianto flessibile, sostenibile e replicabile, oltre che attraverso dati prestazionali e costruttivi innovativi. Progetto di housing sociale “Cenni di Cambiamento”- Credit img @David Mariottini L’intervento è composto da quattro torri di nove piani collegate da volumi lineari bassi, per un totale di 123 alloggi, realizzati in circa 18 mesi grazie all’uso di strutture prefabbricate in legno XLAM. L’adozione di sistemi industrializzati ha garantito non solo rapidità di costruzione e sicurezza in cantiere, ma anche una notevole capacità di adattamento del processo edilizio. Il progetto si distingue soprattutto per la sua flessibilità tipologica e sociale: gli alloggi sono pensati per la “fascia grigia” e organizzati in un sistema di mixité sociale e funzionale, che consente la coesistenza di nuclei diversi per reddito ed esigenze. Questa varietà si traduce in una struttura abitativa non rigida, ma capace di accogliere differenti configurazioni familiari e modalità di utilizzo degli spazi. Credit img @Pietro Savorelli Anche l’impianto urbano riflette questa logica flessibile: il modello dell’isolato semi-aperto integra spazi pubblici, semi-pubblici e privati attraverso dispositivi come ballatoi, logge e percorsi condivisi, che non sono solo elementi distributivi ma veri spazi di relazione e adattamento sociale. Il ballatoio, in particolare, funziona come una “strada interna” capace di attivare usi spontanei e forme di comunità variabili nel tempo. Dal punto di vista costruttivo, la scelta del legno non solo garantisce sostenibilità ambientale (riduzione della CO₂, materiale rinnovabile, buone prestazioni energetiche), ma contribuisce anche alla flessibilità realizzativa, permettendo un cantiere più rapido, modulare e controllato. Le elevate prestazioni strutturali (antisismiche, termiche e di sicurezza al fuoco) completano questo quadro. La corte verde centrale e gli spazi aperti rafforzano ulteriormente la capacità del progetto di adattarsi alle dinamiche sociali, funzionando come dispositivi urbani evolutivi più che come semplici aree residuali. Accanto ai numerosi vantaggi – efficienza energetica, benessere abitativo, rapidità e sostenibilità – emergono alcune criticità legate soprattutto alla scala verticale del complesso e alla sostenibilità economica di interventi così alti nel campo dell’housing sociale. Nel complesso, il progetto dimostra come l’housing sociale possa diventare un sistema aperto e flessibile, capace di integrare innovazione tecnologica, sostenibilità e adattabilità sociale, trasformando l’abitare in un dispositivo attivo di rigenerazione urbana. Accessibilità: progettazione per tutti e per ciascuno L’accessibilità rappresenta il primo fondamento di questa visione. Non si tratta più soltanto di abbattere le barriere architettoniche, ma di progettare ambienti che siano realmente fruibili da tutti, indipendentemente da età, abilità o condizioni temporanee. Il concetto di “design for all” si traduce in spazi intuitivi, leggibili e inclusivi, dove la diversità degli utenti diventa parametro progettuale. Un esempio emblematico è il Museo MAXXI, progettato da Zaha Hadid, dove percorsi fluidi, assenza di barriere e segnaletica integrata rendono l’esperienza accessibile senza compromettere la qualità architettonica. Qui l’accessibilità non è un’aggiunta, ma una componente intrinseca del progetto, capace di migliorare la fruizione per tutti gli utenti. Credit img @Iwan Baan L’idea progettuale di ZHA nasce dalla funzione dell’edificio come spazio dedicato alle arti visive, ma viene sviluppata con una particolare attenzione all’accessibilità e alla fruizione inclusiva. Il sito è organizzato come una sequenza continua di ambienti espositivi attraversati da pareti che definiscono in modo chiaro e leggibile il rapporto tra interno ed esterno. Credit img @Bernard Touillon Questa configurazione non solo orienta il visitatore, ma rende i percorsi intuitivi e facilmente percorribili da tutti, indipendentemente dalle diverse esigenze di mobilità o percezione. Il sistema si sviluppa su tre livelli, tra cui quello intermedio rappresenta il nodo più articolato, grazie alla presenza di numerosi collegamenti e passerelle che uniscono edifici e gallerie. Questi elementi sono progettati per garantire continuità e accesso senza barriere, offrendo percorsi alternativi e ben connessi. Credit img @Hufton+Crow Il visitatore non è quindi posto di fronte a un volume chiuso e isolato, ma è invitato a muoversi liberamente in uno spazio fluido, continuo e inclusivo, che favorisce l’esplorazione senza ostacoli. Gli spazi interni, delineati dalle pareti espositive, sono coperti da una struttura vetrata che diffonde una luce naturale uniforme, filtrata da una trama regolare di travetti. Questa soluzione migliora il comfort visivo e facilita la percezione degli ambienti e delle opere, contribuendo a un’esperienza più accessibile anche per persone con sensibilità visive differenti. I travetti, inoltre, evidenziano la linearità del sistema e aiutano a orientarsi nello spazio, segnalando direzioni, incroci e cambi di percorso. La chiarezza formale e la linearità delle pareti favoriscono una circolazione agevole e senza interruzioni all’interno del complesso e tra le gallerie, permettendo a tutti i visitatori di muoversi con autonomia e sicurezza, anche in presenza di affollamento o percorsi articolati. La sicurezza come obiettivo finale della progettazione e chiave della resilienza climatica La sicurezza rappresenta una delle sfide più complesse e cruciali dell’architettura contemporanea. Progettare edifici sicuri oggi significa adottare un approccio multilivello che integri tecnologie avanzate, materiali innovativi e strategie progettuali capaci di prevenire e mitigare i rischi. Le calamità ambientali, sempre più frequenti e intense, impongono un cambio di paradigma: non si tratta solo di resistere, ma di anticipare e adattarsi. L’uso del Building Information Modeling (BIM) consente di simulare scenari di rischio, ottimizzare le prestazioni e coordinare tutte le componenti del progetto. Sistemi di sensori intelligenti, integrati negli edifici, permettono il monitoraggio in tempo reale delle condizioni strutturali, ambientali e impiantistiche, rendendo possibile una gestione proattiva della sicurezza. City on the Loop “City on the Loop” è un progetto di Ruxuan Zheng e Haoyuan Wang che immagina un modo diverso di vivere le coste, partendo da un’idea semplice ma potente: non combattere l’acqua, ma imparare ad adattarsi ad essa. Invece di costruire barriere rigide contro le inondazioni, il progetto propone un sistema urbano che cresce e cambia nel tempo insieme al clima. L’intervento ripensa l’area del Canarsie Pier a Brooklyn (New York) trasformandola in una struttura ad anello che unisce abitazioni, trasporti e spazi pubblici. Questo sistema viene realizzato per fasi e progettato per rispondere all’innalzamento del livello del mare previsto nei prossimi decenni. Man mano che il rischio di inondazione aumenta, l’architettura si sviluppa anche in altezza, aggiungendo nuovi livelli, percorsi sopraelevati e spazi verdi. La resilienza climatica è il cuore del progetto. Non si tratta solo di proteggere la città, ma di renderla capace di convivere con l’acqua. Elementi come zone umide, giardini rialzati e piattaforme pubbliche aiutano ad assorbire le piene e allo stesso tempo creano nuovi spazi per la vita quotidiana. In questo modo, infrastrutture e natura lavorano insieme invece di essere separate. Questo approccio rende la città più flessibile e preparata ai cambiamenti futuri. L’architettura diventa così un sistema dinamico, che si adatta nel tempo e accompagna le trasformazioni ambientali invece di subirle. Anche se il progetto è ancora teorico, offre un’idea chiara di come la progettazione di qualità oggi debba affrontare il tema climatico: non con soluzioni temporanee, ma con visioni capaci di evolvere, integrando ambiente, infrastrutture e vita urbana in un unico sistema. Metodologia BIM C’è stato un tempo in cui il progetto architettonico viveva su fogli separati, fatto di linee, intuizioni e coordinamenti spesso affidati all’esperienza più che a un sistema condiviso. Oggi, invece, sempre più studi lavorano dentro un ambiente digitale che non è soltanto uno strumento, ma un vero metodo: il BIM, Building Information Modeling. Non è semplicemente un modello tridimensionale, ma una costruzione virtuale ricca di dati, dove ogni muro, impianto o finestra racconta qualcosa di sé prima ancora di esistere fisicamente. In questo passaggio si gioca una parte decisiva della qualità progettuale. Il BIM consente agli architetti, agli ingegneri e alle imprese di parlare la stessa lingua fin dalle prime fasi, riducendo le incomprensioni e rendendo il progetto più coerente. Quando una scelta viene modificata, il sistema aggiorna tutto ciò che è collegato, evitando errori a catena. È come se il progetto diventasse un organismo vivo, capace di reagire e adattarsi mentre prende forma. Questa integrazione ha effetti diretti anche sulla sicurezza degli edifici. Non si tratta solo di rispettare le normative, ma di prevedere comportamenti, verificare interferenze tra strutture e impianti, simulare situazioni critiche. Un nodo strutturale può essere analizzato prima della costruzione, un impianto antincendio testato virtualmente, i percorsi di evacuazione studiati con precisione. Il risultato è un edificio pensato non solo per essere bello o funzionale, ma anche per proteggere chi lo abita. C’è poi il tema della resilienza, sempre più centrale in un’epoca di cambiamenti climatici e stress urbani. Il BIM permette di simulare l’impatto di eventi estremi, come terremoti o alluvioni, e di progettare edifici che sappiano resistere e recuperare più rapidamente. Non è un caso che molte infrastrutture strategiche vengano oggi progettate con questo approccio: la capacità di prevedere scenari e reagire prima che accadano è diventata una forma di intelligenza progettuale. Anche il risparmio energetico trova nel BIM un alleato decisivo. Grazie ai modelli informativi è possibile analizzare l’orientamento dell’edificio, l’apporto solare, la ventilazione naturale, il comportamento dei materiali. Le prestazioni energetiche non sono più una verifica finale, ma entrano nel progetto fin dall’inizio, guidando le scelte. Questo porta a edifici più efficienti, meno energivori e più sostenibili nel lungo periodo. Quello che emerge è un cambio di paradigma: il progetto non è più una sequenza lineare, ma un processo condiviso e dinamico. Il BIM non sostituisce la creatività dell’architetto, ma la amplifica, perché libera tempo ed energie dalla gestione degli errori e le concentra sulla qualità dello spazio. In fondo, progettare con questo approccio significa tornare a una visione più completa dell’architettura, dove estetica, tecnica, sicurezza e sostenibilità non sono compartimenti separati, ma parti di un unico racconto. Materiali e sistemi integrati: l’importanza delle componenti nella progettazione della struttura La qualità di un progetto architettonico dipende in modo decisivo dalle componenti che lo costituiscono, intese non solo come elementi tecnici ma come parti integrate di un sistema coerente. In particolare, per garantire sicurezza, flessibilità e accessibilità, è fondamentale porre attenzione alle soluzioni costruttive legate all’involucro edilizio. L’isolamento termico e acustico rappresenta una componente chiave: contribuisce al comfort abitativo, riduce i consumi energetici e protegge l’edificio dagli agenti esterni, aumentando la durabilità delle strutture. In questo contesto, il cappotto termico integrato assume un ruolo centrale, poiché consente di eliminare i ponti termici, migliorare l’efficienza energetica e garantire una maggiore uniformità delle prestazioni dell’involucro. Un sistema ben progettato, in cui le componenti dialogano tra loro, permette inoltre maggiore flessibilità d’uso degli spazi nel tempo e facilita interventi di manutenzione o adeguamento. Allo stesso modo, la corretta scelta dei materiali e delle tecnologie contribuisce a rendere gli ambienti più accessibili, salubri e sicuri per tutti gli utenti. La qualità architettonica nasce dalla capacità di integrare in modo consapevole e coordinato le diverse componenti, trasformando esigenze tecniche in valore progettuale. Planitherm® Infinity Plus Saint-Gobain Italia propone un sistema integrato per l’isolamento termico dell’involucro edilizio, che interessa sia le componenti trasparenti sia quelle opache, con l’obiettivo di ridurre le dispersioni e migliorare l’efficienza energetica complessiva degli edifici. In questo contesto, i marchi Isover e Weber contribuiscono con soluzioni dedicate rispettivamente agli isolanti e ai sistemi applicativi, conformi ai criteri ambientali minimi. Tra le soluzioni per l’involucro opaco, il sistema webertherm robusto universal si distingue per la combinazione tra prestazioni tipiche dei sistemi a cappotto e caratteristiche meccaniche assimilabili a una muratura tradizionale. È progettato per accogliere diverse tipologie di finitura, incluse quelle ad elevato peso come rivestimenti lapidei o ceramici, e può essere applicato anche su cappotti esistenti grazie a una tecnica di posa che ne consente l’integrazione senza rimozione del supporto preesistente. Il sistema si basa su un pannello isolante in lana di vetro, come Isover Clima34 G3, caratterizzato da un contenuto significativo di materiale riciclato e da proprietà di isolamento termo-acustico, traspirabilità e comportamento al fuoco. L’assemblaggio prevede inoltre componenti di fissaggio meccanico, una rete metallica di armatura e intonaci specifici con elevate prestazioni di adesione e resistenza agli agenti climatici, completati da finiture superficiali compatibili con differenti esigenze architettoniche. Nel complesso, il sistema consente interventi di riqualificazione energetica anche su edifici esistenti, inclusi quelli dotati di cappotti realizzati a partire dagli anni Settanta, rispondendo alla crescente necessità di manutenzione e aggiornamento delle prestazioni energetiche dell’involucro. “Saint-Gobain Italia, con i suoi brand, mette a disposizione una gamma completa di soluzioni per l’involucro opaco e trasparente per edifici da riqualificare o di nuova costruzione, con l’obiettivo di garantire l’integrità delle strutture e al tempo stesso il comfort abitativo. Le nostre soluzioni per l’isolamento e l’impermeabilizzazione dell’involucro (facciate e coperture), ad esempio, permettono di incrementare la sicurezza degli edifici e degli occupanti nei confronti degli incendi esterni, risultando sempre conformi e migliorativi dei requisiti minimi previsti. Dall’altra parte, per l’involucro trasparente proponiamo soluzioni ad alte prestazioni, come il nuovo Planitherm® Infinity Plus: una vetrata isolante in grado di garantire ambienti freschi e luminosi ed energeticamente efficienti, riducendo il ricorso alla climatizzazione artificiale. La combinazione delle nostre soluzioni per l’involucro edilizio dà vita a un vero e proprio sistema integrato che garantisce a chi vive gli spazi sicurezza, comfort, prestazioni tecniche ed efficienza energetica”, spiega Antonio Radaelli, Marketing Director External & Internal Building Solutions Saint-Gobain Italia. FAQ spazi accessibili Cosa significa progettare spazi accessibili oggi? Progettare spazi accessibili oggi significa andare oltre l’eliminazione delle barriere architettoniche, creando ambienti inclusivi, intuitivi e fruibili da tutti, indipendentemente da età, abilità o condizioni temporanee. L’accessibilità diventa così un principio progettuale integrato che migliora l’esperienza complessiva degli utenti. Perché la flessibilità è fondamentale nell’architettura contemporanea? La flessibilità consente agli edifici di adattarsi nel tempo a nuove esigenze funzionali, sociali ed economiche senza interventi invasivi. Questo approccio aumenta la durabilità degli spazi, riduce sprechi e demolizioni e rappresenta una strategia chiave per una reale sostenibilità. In che modo la progettazione contribuisce alla sicurezza degli edifici? La sicurezza oggi si basa su un approccio integrato che combina progettazione, tecnologie avanzate e materiali innovativi. Strumenti come il BIM e i sensori intelligenti permettono di prevedere rischi, simulare scenari critici e monitorare le condizioni dell’edificio, migliorando la protezione degli utenti. Cos’è il BIM e perché è importante nel processo progettuale? Il BIM (Building Information Modeling) è un metodo digitale che consente di creare modelli tridimensionali arricchiti di dati. Favorisce la collaborazione tra professionisti, riduce errori progettuali e permette di analizzare aspetti come sicurezza, prestazioni energetiche e resilienza già nelle fasi iniziali. Qual è il ruolo dei materiali e dei sistemi costruttivi integrati? I materiali e i sistemi integrati sono fondamentali per garantire comfort, efficienza energetica, sicurezza e durabilità. Soluzioni come l’isolamento termico a cappotto o i sistemi per l’involucro edilizio migliorano le prestazioni dell’edificio e contribuiscono a creare ambienti più salubri, sostenibili e adattabili nel tempo. Consiglia questo approfondimento ai tuoi amici Commenta questo approfondimento