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A cura di: Chiara Bellocchio Indice degli argomenti Toggle Dalla tecnologia alla cultura della luceIl metodo: dal brief alla regolazione in cantiereQuando la luce rispetta l’operaConservazione e percezione: un equilibrio progettualeUn caso studio: illuminare opere su carta senza “effetto caverna”Sostenibilità: ridurre per migliorare La luce negli spazi espositivi contemporanei non è solo un tema percettivo o scenografico: è un sistema che deve rispondere a vincoli normativi, esigenze conservative e obiettivi narrativi. Ne ho parlato con Francesco Murano, cercando di entrare nel merito del suo metodo progettuale e delle scelte operative, che guidano il suo lavoro, per capire di più sul mondo dell’illuminazione museale. Murano lavora sull’illuminazione come sistema complesso, dove ogni decisione, dalla scelta delle ottiche alla regolazione in cantiere, è parte di un equilibrio più ampio tra conservazione, percezione e racconto. Il suo approccio è pragmatico ma non riduttivo: la tecnologia è uno strumento, non un fine. Il suo lavoro rappresenta bene l’evoluzione del lighting design contemporaneo sempre meno orientato alla prestazione astratta, più attento all’esperienza reale del visitatore e al valore delle opere. Questa trasformazione, non è avvenuta all’improvviso. È il risultato di una trasformazione progressiva, tecnologica, ma soprattutto culturale, che negli ultimi quindici anni ha ridefinito il ruolo del lighting design in ambito museale. L’approccio di Francesco Murano si colloca esattamente in questo punto di intersezione: tra qualità della visione, controllo tecnico e responsabilità verso l’opera. Dalla tecnologia alla cultura della luce Se si guarda all’evoluzione recente dell’illuminazione per mostre, il passaggio al LED è solo la parte più visibile. Il cambiamento più profondo, riguarda il modo in cui la luce viene pensata. Negli ultimi 10-15 anni, l’illuminazione museale ha subito tre trasformazioni strutturali. Alla domanda su cosa sia davvero cambiato, Murano individua tre trasformazioni principali. La prima è la centralità del controllo digitale. Oggi è possibile gestire intensità, temperatura colore e scenari con una precisione elevata. Questo però introduce anche un rischio: che la complessità tecnologica, prevalga sulla qualità percettiva. La seconda è la miniaturizzazione degli apparecchi. Proiettori sempre più compatti e sistemi lineari integrati permettono di ridurre l’impatto visivo degli impianti e lasciare spazio all’architettura e alle opere. La terza, forse la più rilevante, è l’integrazione tra luce e allestimento. La luce non arriva più “dopo”. È parte del concept. Si progetta insieme allo spazio. Da qui nasce un’idea chiave: il lighting design si avvicina sempre più alla regia. Non si limita a illuminare, ma costruisce un ritmo, un percorso, una sequenza di percezioni. BOX TECNICO Controllo digitale avanzato Sistemi DALI e DMX permettono regolazioni fini e scenari dinamici. Miniaturizzazione degli apparecchi Minore invasività visiva, maggiore integrazione architettonica. Integrazione luce-allestimento La luce entra nel concept, non è più un layer successivo. Il metodo: dal brief alla regolazione in cantiere Continuando con il racconto, capisco che, il processo progettuale di Murano, parte sempre da una fase di ascolto molto strutturata. Non è un passaggio formale, ma un momento operativo, che definisce le basi del progetto. Al curatore vengono richieste informazioni sulla gerarchia narrativa: quali opere devono emergere, dove si concentrano i momenti di intensità, come si sviluppa il percorso. Al progettista dell’allestimento interessano materiali, colori, altezze, superfici riflettenti, vincoli fisici. Al conservatore, invece, i limiti: livelli massimi di esposizione, sensibilità dei materiali, criticità specifiche. Circa metà del risultato si gioca nella fase di progettazione illuminotecnica, sviluppata con software specialistici. Qui si definiscono numero e tipologia degli apparecchi, ma soprattutto la “luministica” della mostra: direzione della luce, intensità, contrasti, temperatura colore. L’altra metà si costruisce in cantiere. È in questo momento che la luce viene realmente modellata. Piccoli spostamenti, variazioni di ottica, regolazioni millimetriche trasformano un impianto corretto in un sistema coerente con le opere e con lo spazio. Quando la luce rispetta l’opera Una delle domande centrali riguarda il concetto di “rispetto” dell’opera. Non è un tema astratto, ma estremamente concreto. Per Murano la luce funziona quando non si impone. Non si nota, ma permette di vedere meglio. Questo semplice equilibrio si costruisce su tre livelli. Il primo è quello ortografico: eliminare riflessi e ombre indesiderate. La lettura deve essere pulita. Il secondo è sintattico: la relazione tra le opere e tra le opere e lo spazio. La luce organizza il campo visivo, crea gerarchie e connessioni. Il terzo è stilistico: il modo in cui la luce sfuma nel buio. È qui che si definisce il carattere emotivo della sala. Quando questi tre livelli sono coerenti, la luce smette di essere percepita come dispositivo tecnico e diventa atmosfera. BOX TECNICO – Quando una luce è “corretta”- Schema a tre livelli Livello ortografico – no riflessi / no ombre disturbanti Livello sintattico – gerarchie tra opere / relazioni spaziali Livello stilistico – gestione del buio / atmosfera complessiva Conservazione e percezione: un equilibrio progettuale A Murano piace spiegare che illuminare un’opera, significa sempre confrontarsi con un limite: la luce, se mal gestita, può danneggiarla. Per questo conoscere i materiali e la loro sensibilità diventa fondamentale. Carta, tessili e fotografie storiche, sono particolarmente sensibili. Insomma un lavoro, quello del lighting designer, che ne include tanti altri. Perché anche materiali più resistenti richiedono attenzione, soprattutto per quanto riguarda vernici, texture e finiture. Parliamo di opere d’arte e la risposta progettuale non è mai semplice. Murano lavora sul contrasto piuttosto che sull’intensità. Ridurre i lux, ma aumentare la precisione del rapporto luce-ombra, consente di mantenere la leggibilità senza aumentare lo stress luminoso. Questo approccio cambia la percezione dello spazio. Non si tratta di illuminare di più, ma di illuminare meglio. Un caso studio: illuminare opere su carta senza “effetto caverna” Un esempio chiaro e concreto che ci fa capire il metodo di Murano è il caso di una mostra, dedicata a opere su carta di M.C. Escher. Qui il problema, era evitare il tipico “effetto caverna”: ambienti troppo bui, dove la necessità conservativa, avrebbe penalizzato l’esperienza visiva. Si giocava sui vincoli, che erano davvero stringenti, bassissimi livelli di illuminamento, superfici vetrate con rischio di riflessi, tempi di installazione ridotti. La soluzione è stata lavorare con fasci molto stretti e inclinazioni laterali, mantenendo le pareti più scure per aumentare il contrasto senza incrementare i livelli luminosi. Un leggero gradiente sulle superfici verticali, ha potuto migliorare la percezione dello spazio, senza compromettere la conservazione. In cantiere, ha optato per interventi minimi, la sostituzione di alcune ottiche che hanno eliminato i riflessi. Alla fine il controllo è avvenuto, attraverso misurazioni puntuali: illuminamento, uniformità, luminanza percepita. Il risultato ottenuto è uno spazio leggibile, raccolto, coerente con il contenuto espositivo, immersivo. Sostenibilità: ridurre per migliorare Abbiamo parlato anche di come si può essere più sostenibili nel creare un allestimento museale. Murano, ha spiegato, che come in ogni ambito, anche in questo la sostenibilità non è un tema accessorio. Entra direttamente nelle scelte progettuali. Si traduce in tre azioni precise: ridurre i consumi attraverso apparecchi ad alta efficienza, progettare sistemi durevoli e facilmente manutenibili, e soprattutto limitare il numero di apparecchi. Meno punti luce, ma più controllati. Questo porta a soluzioni più essenziali, dove ogni sorgente ha una funzione chiara e misurabile. Dal progetto all’esperienza C’è un passaggio, difficile da misurare, ma decisivo, che segna la qualità di un progetto illuminotecnico: quello in cui la luce smette di essere un’infrastruttura e diventa esperienza. Alla domanda su quando questo accade, la risposta è semplice: quando la luce diventa linguaggio condiviso. Non illustra le opere, le interpreta. E quando funziona davvero, il visitatore non la vede. La luce nel mondo di Francesco Murano non è mai solo uno strumento: è parte integrante del racconto. 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