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La produzione stimata a consuntivo del 2007 era stata di oltre 75 milioni di mc, con una contrazione rispetto all’anno precedente dell’1,8%. Si trattava dei primi segnali di difficoltà destinati ad anticipare il triennio “terribile” successivo, caratterizzato da cali rispettivamente dell’8% nel 2008, del 15,6% nel 2009 e del 6,9% nel 2010. Il risultato è una perdita produttiva rispetto al 2006 di circa un terzo (32,6%) con la conseguenza che alla fine di quest’anno la produzione si assesterà al di sotto dei 54 milioni e mezzo di mc. La situazione nel mercato del calcestruzzo preconfezionato si inserisce nella più generale crisi del settore e si riflette nelle difficoltà dell’intera filiera del calcestruzzo armato. Complessivamente le variazioni degli investimenti in valori reali registrate dal CRESME per il triennio, sono state rispettivamente del 4,7% nel 2008 sul 2007, del 9,8% nel 2009 e del 5,9% nel 2010, pari a circa il 20% nel triennio, contro poco meno del 30% dell’industria del calcestruzzo e poco meno del 33% dell’intera filiera del calcestruzzo armato, come emerge dai dati registrati da Federcostruzioni e riportati anche dal Rapporto 2010 di Federcostruzioni su “Il sistema delle costruzioni in Italia”. In sintesi il comparto del calcestruzzo preconfezionato cede un terzo in più di produzione e di fatturato rispetto al settore nel suo complesso e cala di qualche punto in meno rispetto alla media della filiera di riferimento. Le dinamiche del mercato delle costruzioni nell’ultimo triennio hanno altresì comportato alcuni significativi cambiamenti nella composizione degli investimenti. Questi anni sono stati, infatti, caratterizzati dalla fine del boom delle nuove costruzioni residenziali, che ha sostenuto la domanda nella prima metà del primo decennio del nuovo secolo e che registra i maggiori cali di domanda: 44% in meno nel triennio. Forte risulta il calo anche della nuova edilizia non residenziale privata (33%). Ma è l’intero comparto delle nuove costruzioni ad essere protagonista, in negativo, dell’attuale congiuntura con una sequenza critica di un meno 6,2% nel 2008 rispetto al 2007, di poco meno del 16% nel 2009 e di un ulteriore 11,3% in meno nel 2010. Di fronte a questo scenario di redistribuzione delle risorse disponibili e dei comportamenti della domanda rispetto ai diversi segmenti del mercato, l’industria del calcestruzzo preconfezionato ha visto a sua volta una ridefinizione dei diversi “pesi” tra i singoli ambiti della domanda in termini di produzione. Va ricordato a questo proposito come il comparto si riconosca nella naturale vocazione a concentrarsi prevalentemente nei cantieri di nuova costruzione rispetto a quelli di manutenzione e ristrutturazione, con la conseguenza di subire maggiormente gli effetti negativi dell’attuale congiuntura, con una crisi che ha colpito soprattutto se non esclusivamente il nuovo. Il confronto tra il 2007 e il 2010 evidenzia bene come la crisi si sia concentrata soprattutto nella nuova edilizia residenziale che ha visto passare la sua “quota” percentuale sul totale della produzione dal 39% al 32%. Questo forte ridimensionamento ha fatto si che, seppure vedendo ridursi in valori assoluti la relativa produzione anche in misura rilevante, tutti gli altri comparti registrano percentuali più elevate rispetto al 2007, con il nuovo non residenziale che si attesta intorno al 30% e il genio civile che sale oltre il 35%. La quota di rinnovo in ambito privato resta complessivamente al di sotto del 2%. La crisi ha determinato, altresì, nel 2010 una forte contrazione della produzione media che si attesta sui 20.150 mc per impianto all’anno, riportando il settore alle dimensioni degli anni Novanta. Contemporaneamente si è assistito, tuttavia, a partire dal 2005, ad una crescita dei consumi e quindi della produzione di calcestruzzi qualitativamente superiori sia come classe di resistenza che come classe di consistenza. Le tendenze in atto evidenziate dalle maggiori imprese, ma anche emerse dai dati raccolti fino ad oggi nell’ambito dell’indagine diretta da parte del Cresme, così come dal monitoraggio semestrale promosso da Progetto Concrete – il progetto avviato da ATECAP in collaborazione con alcune delle altre associazioni della filiera del cemento armato – indicano tutte una decisa crescita dei consumi di calcestruzzi di classe di resistenza RCK 30 e superiori. Gli ultimi dati relativi al monitoraggio di Progetto Concrete su un campione corrispondente a circa il 20% degli impianti, soprattutto localizzati nel centro–nord riferiti al 2009, evidenziano una quota di calcestruzzi di classe di resistenza RCK 30 e superiori pari al 62% del totale. Nel 2005 la loro quota era decisamente inferiore, risultando maggioritario il consumo di calcestruzzo di minore qualità (RCK 25 e inferiori): 53% contro 47%. Egualmente, è andata crescendo in modo rilevante la domanda di calcestruzzi in classe di esposizione ambientale diversa dalla X0, classe che nel 2005 rappresentava oltre il 56% del consumo. Nel 2009 questa percentuale è scesa al 34,5%. Viceversa le classi XC1 e XC2 sono passate da un 40,8% al 55%. Così come nello stesso periodo il consumo delle classi XC3 – XC4, seppure per quantità ancora poco significative, è quasi raddoppiato, passando dall’1,6% del 2005 a quasi il 3% del 2009. Da un lato quindi uno scenario fortemente critico in termini di contrazione della domanda e relativo calo produttivo, dall’altro un cambiamento consistente della domanda stessa a vantaggio di una produzione sempre più nel segno di prodotti più qualitativi e di “pregio”, in grado di contenere così la perdita economica delle aziende. Con calcestruzzi durevoli meno costi di manutenzione per 126 miliardi E’ un tema, quello della qualità, sul quale negli ultimi anni ATECAP ha sviluppato diverse azioni. Azioni importanti che producono risultati, sui quali è necessario continuamente insistere. Le differenze in termini di costi di manutenzione e di risorse disponibili tra un manufatto in calcestruzzo armato costruito bene e uno costruito male sono sorprendenti. E come sempre i conti mostrano con grande efficacia la realtà. Analizzando la nuova produzione edilizia e del genio civile dal 1982 al 2010, attraverso l’indicatore degli investimenti in nuove costruzioni e in manutenzione straordinaria, è stato infatti possibile stimare il costo della manutenzione del calcestruzzo, attraverso un calcolo differenziato per comparto di mercato (edilizia e genio civile), tipo di calcestruzzo (prodotto in cantiere e preconfezionato), costo medio interventi di rinnovo e durabilità per tipo di calcestruzzo (25 anni il calcestruzzo prodotto in cantiere, 40-50 anni, nelle due ipotesi sviluppate, il calcestruzzo preconfezionato). Sulla base di alcuni parametri relativi alla percentuale di calcestruzzo, si è stimato che quanto investito nelle costruzioni nel periodo 1982–2010 rende necessaria un’attività di manutenzione straordinaria nei 25 anni successivi, ovvero a partire dal 2007 fino al 2035, pari ad un valore ipotetico prossimo ai 500 miliardi di euro, di fronte ad una percentuale del 25% di calcestruzzi prodotti in cantiere o di scarsa qualità. Ipotizzando che la quota di calcestruzzo preconfezionato garantisca invece la durabilità minima prevista dalle nuove norme tecniche, ovvero 50 anni, si otterrebbe un ulteriore slittamento nel tempo dei costi di manutenzione e una contrazione della spesa necessaria per i prossimi 25 anni a poco più di 370 miliardi di euro, con un risparmio di circa 126 miliardi rispetto alla situazione attuale. Consiglia questa notizia ai tuoi amici Commenta questa notizia
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