Lo spazio sacro

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Diciamo subito che costruire un cimitero significa lavorare nella speranza di confrontarsi con il tema della sacralità della vita e del mistero della morte, è quindi un percorso, un dialogo interiore che riflette sulla fragilità della nostra esistenza.
Mircea Eliade, grande studioso delle religioni, ha scritto: “Per l’uomo religioso lo spazio non è omogeneo; presenta alcune spaccature, o fratture; vi sono settori dello spazio qualitativamente differenti tra di loro… vi è uno spazio sacro, quindi con una sua forza, un suo preciso significato, e vi sono spazi non consacrati, quindi privi di struttura e di consistenza, in una parola: amorfi”.
Lo spazio sacro di cui parla Eliade è in estrema sintesi altro dall’uomo stesso e in un certo senso implica una divisione, una frattura rispetto allo spazio esistenziale dell’uomo. Ognuno di noi, credente o meno, avverte questa distinzione tra uno spazio cosiddetto profano ed uno spazio sacro. Lo spazio sacro richiede una sorta di semplicità, viene avvertito come uno spazio libero, trasparente, purificato, uno spazio di bellezza e armonia, in sintesi un luogo di rifugio, di incontro tra l’infinito e l’eterno.
Se da un lato vi è il mondo “esteriore”, con il suo vissuto quotidiano, esistono, pur disseminati qua e là, spazi identificabili in cui si concentrano ordine e armonia. Questi spazi trasfigurano la trama ordinaria dello spazio, quello profano, e sbocciano in quello che Le Corbusier definiva in maniera folgorante “lo spazio indicibile”, ovvero lo spazio autenticamente santo e spirituale, sacro e mistico.
Credo che lo sforzo che ha accompagnato questa avventura progettuale sia stato sempre animato da questa necessità, da questa tensione, rivolta alla volontà precisa di portare alla luce uno spazio sacralizzato, non solo in senso religioso, ma come se esso stesso rappresentasse una “pausa”, una sospensione rispetto allo spazio ordinario, alla ricerca, come scrisse Heidegger, di quel costruito che là si solleva.

Circoscritto e circostante
Il cimitero è un luogo santo che emerge, ordinato, in contrapposizione al caos.
È un luogo che sfugge alla sfera dell’ordinario, un luogo che appartiene a tutti, che appartiene a un cammino comune.
Il cimitero è un luogo che invita è passare da una localizzazione materiale a una localizzazione simbolica (il cuore, lo spazio, l’uomo) ed è questo il cammino (difficile) che abbiamo cercato di compiere.
Questo passaggio da ciò che è terrestre al cuore dell’uomo si compone, come ogni simbolo, dell’unione di tre elementi: uno spazio limitato, preciso, circoscritto, poi una realtà umana (un corpo) e infine una relazione tra i due, un ordine. Spazio fisico, spazio interiore, la carità, la pietà, diviene il luogo della Presenza.
Per i credenti “Presenza” di Dio nel mondo, per i non credenti luogo di partecipe presenza umana, di omaggio e gratitudine. Ma questo spazio, a ben pensare, in certo modo nega sé stesso. I confini di uno spazio circoscritto possono talvolta essere superati. Il sentimento si disperde ben oltre. Tutti siamo consapevoli che fra architettura e territorio intercorre un rapporto di dipendenza e di dialogo, uno scambio dare avere continuo. Nel caso specifico l’intervento di progetto vuole rappresentare uno strumento in grado di riequilibrare i rapporti con l’area circostante ed il comparto San Pellegrino. Ma non solo, occorreva riequilibrare sia il rapporto cimitero città, (quindi il fuori), ma anche il rapporto tra cimitero esistente ed il suo completamento (quindi il dentro). Entrambi questi rapporti sono attualmente compromessi da una scarsa identità e qualità degli spazi aperti e degli spazi costruiti. Nella definizione del nuovo inserimento architettonico ci siamo proposti di definire una nuova misura del luogo con l’intento di alimentare, attraverso le ragioni del costruire, ordinate, geometriche ed essenziali, un altro equilibrio ed una nuova dimensione.
Il progetto realizzato è un primo stralcio di un progetto complessivo molto più ampio, proiettato negli anni a venire, che riguarda sia il completamento di loculi e cappelle gentilizie disposti a cortina lungo l’attuale perimetro del comparto San Pellegrino che in aggiunta, “extra mura”, sul lato sud, il nuovo edificio che comprende camere mortuarie e sale per il commiato con nuovo accesso e parcheggio.

Individuazione ed esclusione
La forma originaria della Villetta era data dall’insieme di pochi elementi fortemente simbolici: il recinto, che definisce il limite dello spazio sacro, rimando e citazione delle mura urbane, gli accessi, attraverso i quali celebrare i riti di passaggio, i percorsi interni, caratterizzati da direzionalità orientate a forma di croce. Le riflessioni precedenti si traducono nel progetto mediante l’applicazione di matrici che conferiscono significato alla relazione ed al confine del dialogo formale simbolico tra i due mondi.
Dentro, fuori; vita, morte; mondo terreno, aldilà.
Ogni cimitero diventa un luogo ambiguo in cui si uniscono sino a compenetrarsi due entità distinte: individuazione ed esclusione divengono i termini dialettici attraverso i quali si traduce l’immagine stessa della città e quindi del cimitero.
Ecco quindi come la forma, la struttura architettonica, il tracciato del recinto, reinventato limes della società moderna, assuma particolare rilevanza, divenendo una sorta di parametro regolatore all’interno del quale i singoli elementi si organizzano a costituire tessuti secondo precise leggi e gerarchie, mentre al di fuori del quale continua ad esistere un complesso sistema, un mondo irregolare, talvolta confuso e disordinato per varietà delle parti. Elemento essenziale nell’individuazione del carattere del progetto divengono allora le “nuove” mura, i nuovi ingressi, gli elementi di discontinuità del recinto, le nuove direzionalità prevalenti e secondarie, l’intersezione dei percorsi, e per finire, il sistema delle sepolture e dei servizi, ovvero, l’organizzazione funzionale della “macchina” cimiteriale.

Elaborazione della forma
La croce, all’interno del cimitero della Villetta, è stata più volte utilizzata per lo sviluppo architettonico degli edifici in ampliamento all’impianto ottagonale originario.
Pertanto, anche dal punto di vista tipologico, l’analisi che ha preceduto l’elaborazione formale si è soffermata sulla ricerca di valori simbolici, cercando di definire forme architettoniche non occasionali ma al contempo punto di arrivo e soglia di accesso per qualcosa che è nuovo: la vita oltre la morte.
La croce rende esplicito questo mistero ma non solo; è il più completo di tutti i simboli e forse il più universale, infatti molte civiltà lo hanno compreso nel proprio patrimonio simbologico.
La croce è l’elemento fondante, simbolo spaziale e temporale che esprime il mistero del luogo sacro, che si diffonde nelle quattro direzioni ma è anche il centro in cui convergono i punti estremi delle due ortogonali, il punto di incontro e comunicazione tra terra e cielo e cielo e terra. La croce è la grande via di comunicazione, delinea ordina e misura gli spazi sacri come i templi, delinea i luoghi della città; traversa i campi e i cimiteri.

Il passaggio tra i mondi
Riferiti a questo tema sono due gli elementi caratterizzanti del progetto.
Il primo sono i portali interni, a ritmo contrapposto, che sorreggono il porticato.
L’altro sono le porte sul lato esterno, sovrastante alcuni gradini, chiuse al mondo dei vivi. Entrambi, per analogia evocano “quella” porta che occorre oltrepassare, quella che segna il passaggio tra i mondi, che definisce il “qui” ed un “altrove”.
Quella che il poeta Mario Luzi ha racchiuso in questi splendidi versi:Conoscerò la morte. La conoscerò umanamente da questa angusta porta mi affaccerò su lei che tu, vita onnipresente,non conosci se non per negazione.
Tre giorni durerà per me,l’esilio che per altri non ha fine […].Questa pausa, Padre, m’impaura:è un luogo dove tu non sei e io da solo senza di te pavento.
Che cosa mi aspetta, chi governa… Il nulla, il non presente… il non essente?
Mario Luzi

Modellazione dell’organismo architettonico
Per le murature esterne è stato impiegato il mattone a vista.
Le pareti rivolte verso l’esterno presentano soluzioni differenziate tra loro: la prima, quella più arretrata, ha una tessitura a corsi sfalsati; la seconda, quella più sporgente, evidenzia l’interruzione della trama ed il taglio a forma di croce, infine la terza, coincidente con il corpo scala centrale, è dotata di piccole e diffuse forature per l’ingresso della luce.
Non esiste una gerarchia di trattamento ma esiste un diverso modo di descrivere la profondità degli spazi che si delimitano e la modellazione dell’organismo architettonico nel suo insieme. Questo muro si svolge, quasi si srotola nel suo interno esterno, genera spessori e ritmi ma in maniera continua, definendo i contorni dell’edificio e i limiti, gli argini del recinto. Verso l’interno, invece, alla muratura continua si sostituisce l’intercalare dei pilastri che sorreggono il percorso porticato, anch’essi in mattoni a vista.
Questi pilastri vogliono esprimere il senso di gravità, e attraverso la loro rastrematura si elevano fino a sorreggere la copertura in metallo del percorso superiore, curva come una tenda gonfiata dal vento.

Il carattere dello spazio
La luce svolge un ruolo importante, caratterizza diversamente i vari spazi e definisce le diverse relazioni tra interno ed esterno.
Al piano superiore, nei chiostrini, la luce proviene dall’alto, attraverso i tagli posti in copertura.
Dalla qualità della luce deriva anche la qualità degli spazi. Qui, gli spazi interni sono alternanze di pieni e vuoti, di percorsi e pause. I tagli di luce sono modulati differentemente e disegnano momenti di raccoglimento. E’ una luce filtrata da lucernari semitrasparenti.
Allo stesso modo la luce entra all’interno delle cappelle private. I tagli a forma di croce lungo le pareti verticali, esposte a sud, consentiranno alla luce di fare i suoi giochi, di modificare le ombre, lungo tutto l’arco della giornata. Nei cortili interni, aperti verso il cielo, la luce può penetrare e diffondersi negli spazi di raccoglimento al piano terra. I percorsi longitudinali coperti, esposti a nord, avranno sempre una luce riflessa ed indiretta, intercalata da quella proveniente trasversalmente.
Ulteriori giochi di luce saranno provenienti dalle fessure disposte nelle pareti del corpo scala centrale e negli avancorpi sporgenti dei cortili interni.
Simbolicamente la luce segnala un passaggio, lungo l’attraversamento trasversale dell’edificio.
Da nord a sud, dalla luce indiretta e dall’ombra del porticato alla luce diffusa e irraggiante verso il chiostro interno, verso la croce.
E si avvertirà questo trascorso, il cammino verso i propri cari verrà segnalato da una maggiore presenza di luce e viceversa, dal loro distacco, una riduzione di questa intensità.

Il percorso della vita e i suoi molteplici aspetti
Le dodici formelle decorative collocate nella nuova ala del Cimitero prendono forma grazie ai preziosi suggerimenti di Don Alfredo Bianchi, un percorso che abbraccia universalmente la vita nei suoi molteplici aspetti. Il discorso prende le mosse dalla rappresentazione delle quattro virtù cardinali su cui poggia, come sui cardini di una porta, e si spiega tutta la vita morale e umana: ecco allora la Giustizia, “il sole che su tutto fa luce … ed una colonna che unisce l’alto con il basso”; la Prudenza che governa il giusto operare dell’uomo, il serpente che si rispecchia e richiama il passo evangelico “ Siate prudenti come il serpente…” (Mt 10, 16); la Fortezza che modera le passioni, una torre salda investita dai venti; la Temperanza che modera l’inclinazione ai piaceri sensibili, una spada fasciata, stretta nel fodero.Le quattro stagioni richiamano chiaramente le quattro età dell’uomo: la Primavera, con lo sbocciare dei fiori è l’inizio della vita; il sole infuocato dell’Estate come momento massimo vitale; un turbinio vorticoso di foglie è l’Autunno, una vita che gradatamente si sfoglia; infine l’Inverno, che soffia tra fiocchi di neve e segna il riposo.
Le quattro formelle centrali si riferiscono direttamente al libro dell’Apocalisse ed alla Città Celeste, con il muro alto e possente munito di dodici porte: “ […].
La città è un quadrato, e la sua lunghezza è uguale alla larghezza. […] e la lunghezza e la larghezza come pure la sua altezza sono uguali, […] la città è d’oro puro.[…] ” (Ap. 21, 16). I colori che circondano il muro alludono ad ogni sorta di pietre preziose che ne ornano il basamento. La Profondità è la Fede.
Si tratta di dodici formelle in terracotta refrattaria, modellate a bassorilievo e dipinte ad olio.
Stefano Volta – scultore

Prodotti
Sono stati utilizzati mattoni faccia a vista “a mano” RDB (finitura rosata classica) per rivestire le strutture primarie in c.a.
Per ulteriori informazioni sui prodotti RDB
www.rdb.it