Concorso per Villa della Regina a Torino

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Il Concorso per la nuova manica di accoglienza di Villa della Regina a Torino, proclamata la graduatoria finale al termine dei lavori della commissione giudicatrice, ha conosciuto un’ulteriore fase con l’organizzazione della mostra “Scegli i progetti”, tenutasi presso il Palazzo Chiablese, dal 22 marzo all’8 aprile 2011.
Con un’inconsueta procedura, di cui non è stata illustrata l’effettiva incidenza sulle scelte finali degli enti banditori (rispetto all’esito del Concorso), e che non ha previsto una efficace comunicazione informativa, tale da non fare rimanere il novero dei “votanti” nella stretta cerchia degli addetti ai lavori torinesi, si invitavano i visitatori a indicare i tre progetti ritenuti più belli, fra una selezione di tredici, dandone riscontro in un’apposita scheda da imbucare all’ingresso dello spazio allestitivo.
In accordo a questa sorta di volontà partecipativa, i progetti esposti (quelli valutati con i punteggi più alti dalla Commissione del Concorso e un gruppo di proposte – 4 – sviluppate da progettisti esteri) erano volutamente presentati in ordine casuale, con ciò intendendo non condizionare il voto richiesto (ma erano stati, in realtà, pressoché già tutti pubblicati su siti web specializzati, con tanto di ordine di graduatoria).
In generale, non si può tacere la pochezza della scelta espositiva, con gli elaborati grafici di Concorso presentati senza apparato critico alcuno, anche fosse solo di presentazione del tema del contendere, in una sorta di disimpegno di passaggio, con un semplice poster a introdurre il visitatore.
Per quanto attiene, invece, un’analisi critica delle proposte progettuali, balza all’occhio il sostanziale fallimento del Concorso come terreno di confronto internazionale: gli studi esteri che hanno presentato loro progetti e che sono stati ammessi alla fase di giudizio finale sono stati pochissimi e, a giudicare da quanto prodotto dai 4 gruppi in mostra, di livello totalmente insufficiente.
Decisamente più disciplinarmente fondate le proposte dei gruppi italiani, ancorché, salvo rare eccezioni di cui si dirà nel seguito – poco centrate sulla specificità del genius loci e limitantisi a declinare in un anodino linguaggio internazionale il tema un po’ trito, caro alle nostre sovrintendenze e al mondo della conservazione, del contrappunto esplicitamente e dichiaratamente contemporaneo delle addizioni rispetto al compendio storico di inserimento.
Non si salvano da questo limite, né il primo classificato (“Levia grava” di Dejana, Polese, Altomano e Oliva), né il terzo (“Pietra e vetro”, di Raimondo Guidacci), laddove entrambi affidano alla semplice connotazione materica dell’involucro (sia essa in acciaio o in vetro), declinato secondo il principio di cui sopra, l’intera idea architettonica del progetto.
Sono così restate confuse in posizioni di rincalzo proposte che, al contrario, avrebbero meritato una ben diversa attenzione, laddove si fosse sviluppato un autentico ragionamento disciplinare (che l’alta dignità del tema avrebbe meritato) sul denso incrocio di significati, funzioni e contesto indubbiamente imposto dal luogo all’oggetto di nuovo inserimento.
In particolare tre (fra quelli esposti) sono i progetti capaci di un ragionamento non scontato su tali complessi rapporti: “Proiezioni geometriche” di Angelo Del Vecchio, con un sofisticato e ironico ribaltamento fisico e metaforico dell’antico Palazzo Chiablese, trasformato nella nuova manica; “Il giardino segreto” di Nicola Gibertini e altri, capace di far risuonare lo spirito di una storica presenza in nuova armonia di suggestioni (peccato la scarsa definizione del piano di copertura della nuova manica) e “Concerto delle Stagioni e Armonia dei sensi” di Luraschi e altri, forse il più intensamente calato nella dimensione magica del luogo e nella rete di relazioni percettive e visuali dei singoli elementi del complesso monumentale.