La casa preoccupata… e come renderla, al contrario, consapevolmente serena

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Un interessante saggio (1) di Claudio Sangiorgi e Flaminia Nucci introduce nel tema della progettazione della casa l’attenzione alla psicologia della committenza. Intervistiamo uno dei due autori, l’Architetto Claudio Sangiorgi, docente del Politecnico di Milano.

A distanza di qualche anno da “Appunti sul costruire”, torni a cimentarti con una nuova pubblicazione – “La casa preoccupata” -, scritto congiuntamente a Flaminia Nucci. Partiamo dal curioso titolo; di cosa parla questo breve saggio?

Nella progettazione di una casa, il committente contemporaneo si mostra sovente ansioso, timoroso, sin angosciato: desideroso di concorrere alla definizione del suo futuro spazio di vita, ma roso interiormente dal tarlo del dubbio, dell’indecisione, dell’incertezza.
Riassumendo sinteticamente questa affannata condizione d’animo si potrebbe, con un aggettivo, dire che è “preoccupato” e che la sua nuova casa, più che occasione di svago e di piacere, si trasforma – da subito, anzi da prima di possederla – in fonte piuttosto aspra di “pre-occupazione”.
Nella mia ormai più che ventennale attività quale architetto, questo stato di ansia, che si traduce in incapacità di decidere e in continui e schizofrenici ripensamenti, integrazioni, varianti, mi sembra di poter dire che si sia andato acuendo di molto nell’ultimo decennio.
Ne ho parlato un giorno con l’amica Flaminia, da sempre attenta al disagio psicologico e alle sue cause, ed è nata l’idea di scrivere qualcosa insieme sul tema.

Da cosa nasce questa preoccupazione dell’uomo contemporaneo?

La risposta che mi sono dato, sulla base di un’osservazione decisamente empirica dei turbamenti dei miei clienti, è che la casa sia maggiormente legata ora di un tempo all’idea di “rappresentazione”; alla necessità che ci esprima e che ci rappresenti, molto più per quello che vorremmo essere che per quello che siamo (e per cui effettivamente la useremo). Deve essere una sorta di profilo da social, ma con l’incubo che – non fosse altro che per ragioni di costo – non può modificarsi con un click, laddove ci pentissimo di questo o quel dettaglio.

E come dovrebbe connotarsi, invece, un corretto approccio alla costruzione della propria casa?

Dovrebbe mirare a realizzare luoghi di esperienza e di vita, in sintonia con l’anima delle persone che li andranno ad abitare. La casa dovrebbe essere una cassa armonica di piena e consapevole amplificazione della propria ricchezza interiore e del personale benessere. Uno scrigno di passioni, memorie, esperienze vissute… Ecco; un luogo di vita vera e non una semplice somma di spazi, condotti banalmente o sofisticatamente che sia sul registro delle convenzioni sociali e dei gusti alla moda.

Sono argomenti non usuali nella ricerca progettuale.

In realtà non c’è alcunché di nuovo, se pensi alle riflessioni di Jung (riportate in estratto nel libro) sulla costruzione della “Torre” di Bollingen da lui personalmente condotta, quale luogo di espressione del suo intimo essere; cito a memoria: <A Bollingen mi trovo nella mia più vera natura, in ciò che esprime profondamente me stesso. Sono, per così dire, l’ “antichissimo figlio della madre”>. Diciamo che la ricerca disciplinare, nel campo dell’architettura, negli ultimi anni si è concentrata più sugli aspetti spaziali e formali, che non sulla “densità” temporale e sensoriale dei luoghi di vita.
Gli architetti, forse, sono stati più attenti al loro ego che non al sé profondo dei loro clienti. Il nostro tentativo è quello di invertire questa tendenza. In questo senso usiamo molto la pratica del modellino, per la progettazione, proprio come momento di “gioco” e di relazione informale con i nostri clienti, in modo che questi riescano più naturalmente a comunicarci le loro vere esigenze.

Si capisce, leggendo il saggio, che è un tema che ti appassiona e che è il frutto di una ricerca non di ora.

Sì, è vero. Da studente del Politecnico, durante gli anni ’80, trovavo due grandi lacune nella nostra formazione. Non vi era spazio né per l’economia, né per la psicologia, che non fosse qualche modesto contributo sulla psicologia della gestalt. Niente, invece, relativamente all’interazione luogo dell’abitare/utente nella dimensione delle aspirazioni e delle pulsioni di quest’ultimo. Era come se la disciplina avesse definito un suo uomo di riferimento, astratto e autoreferenziale, consapevolmente partecipe e attento degli statuti nonché dei partiti dell’architettura e dimentico di se stesso e delle proprie intime aspirazioni o dei personali bisogni, anche e soprattutto psicologici.
La mia ricerca di un terreno comune di confronto tra architettura e psicologia nasce da lì. Negli anni ho sempre cercato nei miei progetti di introdurre ambienti caratterizzati e cararetterizzanti rispetto alla vita interiore dei futuri abitanti e di concepire l’atto progettuale come un dialogo di ascolto e di reciproco arricchimento con i miei clienti. In questo senso, ho avuto delle esperienze estremamente positive di scambio con chi si è rivolto a me e a Marina Demetra (la mia socia nello studio +d3). Anzi, devo dire che sicuramente gli esiti più positivi, sul piano dell’architettura, li ho avuti con quei clienti che hanno partecipato attivamente all’emozione del progetto. Una partecipazione, invece, che molti colleghi vivono come un’indebita ingerenza e un limite alla piena espressione della propria idea.

Ma c’è qualche realizzazione che puoi portarci ad esempio di questo inedito tipo di approccio transdisciplinare?

Ovviamente, si tratta per lo più di interventi per privati e quindi non visitabili; a meno di non chiederne l’autorizzazione. Negli scorsi mesi, però, abbiamo inaugurato un’installazione presso lo show-room Paral Distribuzioni srl di Milano; e questa è sempre possibile vederla, ovviamente negli orari di apertura dello show-room.

Si tratta di un piccolissimo concept, che abbiamo chiamato “riattivare” (http://riattivare.me/ ), che rende bene il senso di questa volontà di costruire un’architettura dell’abitare come luogo di esperienza o di esperienze, psichiche e sensoriali, per un uomo inteso a tutto tondo. L’abbiamo presentato così: <“Riattivare”, dunque, intende essere una “porta”… Si pone come diaframma tra noi, carichi delle nostre ansie e dei nostri tic paranoici e isterici, di uomini contemporanei schiavi dell’avere, e un’esperienza di rinascita e di riscoperta del nostro essere… Un diaframma curvo e avvolgente, che ci invita ad entrare, a varcare i limiti e le mura costruitisi in anni nel nostro animo, su imitazione di una società dominata dalla brama di possesso, per riscoprirci e per “rinascere”>. A ben vedere è la dimensione dell’ascolto che manca nella nostra società. Ed è la stessa assenza che si avverte anche nell’esercizio della professione, tutta incentrata – come detto – sull’io del progettista.

Il cliente che si rivolge a voi, dunque, cosa deve aspettarsi?

Niente di particolare in realtà. Forse solo persone che provano ancora piacere nel dialogo e nell’ascolto di uomini fatti di corpo e anima: capaci di emozioni e desiderosi di esperienze.

Note:

(1). Claudio Sangiorgi, contributi di Flaminia Nucci, “La casa preoccupata. Dinamiche e cortocircuiti relazionali nella costruzione della propria casa”, Edizioni Unicopli, Milano, 2015.

Riferimenti:
www.studiosangiorgi.it
www.flaminianucci.it
www.riattivare.me

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“La casa preoccupata”, il nuovo saggio di Claudio Sangiorgi con Flaminia Nucci.

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“Riattivare”: installazione di riattivazione dei sensi e dell’animo presso Paral Distribuzioni srl a Milano, Via Settembrini 47 (foto di Andrea Ceriani).

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Una biblioteca come cuore pulsante di una casa (foto Nello Brancaccio – archivio lavori studio +d3)

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“Cent’anni di solitudine”, la casa di una famiglia italo-brasiliana (foto: archivio lavori studio +d3).

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Dogana Austroungarica Parco del Ticino, la materia della memoria per una nuova identità (foto: archivio lavori studio +d3).

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Immagini di modellini di studio in cartoncino vegetale e legno (archivio lavori studio +d3).