Il progetto di recupero: oltre il dettaglio – Arsenale di Venezia

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Il capannone Lamierini
(Foto 1 e 2)
Per secoli l’Arsenale di Venezia, “cuore dello Stato Veneto”, ha rappresentato il nodo centrale dell’economia e della storia civile della città. Da sempre cantiere navale di stato, con i suoi 32 ettari – di cui 9 occupati da specchi d’acqua – rappresenta il 6% della superficie complessiva della città.
Unitario nell’impianto, questo complesso monumentale, nasce dalla ripetizione del cantiere navale tipico, replicato nel tempo e aggregato nel rispetto di regole rimaste invariate a lungo. L’introduzione poi di tipologie edilizie nuove si deve a lavorazioni speciali intervenute nella costruzione di imbarcazioni di grandi dimensioni.
I primi edifici dell’Arsenale di Venezia pare risalgano al XII secolo; la loro costruzione segue gli incendi che distrussero una serie di cantieri sparsi all’interno della città. Se l’“Arsenale Vecchio” viene edificato tra il 1100 e il 1300 e l’”Arsenale Nuovo” nei cento anni successivi,
l’”Arsenale Novissimo” impegna i veneziani nel periodo che va tra il 1473 e il 1573. A queste principali fasi di costruzione segue la realizzazione di laboratori, depositi e locali per l’artiglieria, l’innalzamento dell’imposta delle coperture degli scali e, a seguito dell’introduzione delle navi con vela quadrata, l’allargamento del canale; inoltre vengono trasformati i vecchi cantieri coperti per la costruzione di galere in ricoveri di imbarcazioni per il Doge.
Devastato dai Francesi nel 1797, l’Arsenale viene ricostruito in più fasi che si protrassero anche nel periodo della dominazione austriaca (1814-30). A questi eventi, subito dopo l’annessione di Venezia all’Italia, seguono la creazione di nuovi bacini di carenaggio nella zona nord.
A partire dal 1900, la costruzione delle navi non avviene più nell’Arsenale ma è affidata a cantieri privati. Fortemente ridimensionate le attività produttive storiche, di esso viene mantenuto in efficienza il naviglio, funzionale alle nuove produzioni insediate prevalentemente orientate alla realizzazione di armi e di congegni speciali. Con il secondo conflitto mondiale e l’occupazione tedesca della città tutte le attività nell’area vengono bruscamente interrotte.
Nella seconda metà degli anni Ottanta del secolo scorso la città di Venezia comincia ad interrogarsi sul destino dell’ antico Arsenale da tempo abbandonato e fortemente degradato. Fin dalle prime battute l’ipotesi di riuso si orienta verso soluzioni che prevedono di collocare al suo interno attività finalizzate alla produzione di beni e servizi ad alto contenuto tecnologico.
In questa direzione si inserisce la realizzazione di Thetis, centro specializzato in tecnologie marine e costiere. Il progetto, finanziato anche dall’Unione Europea, entra nella fase attuativa a partire dal 1996 e riguarda quattro edifici dell’Arsenale Novissimo, realizzati tra il XVI e il XIX secolo in cui Iginio Cappai e Pietro Mainardis collocano la sede centrale della società, un’area per officine e prove (nei capannoni “Lamierini”); le attività di formazione e i magazzini.
Il progetto di recupero, opera di Alberto Cecchetto, allievo di Giancarlo De Carlo, segue a distanza di qualche anno quello del duo veneziano. Thetis affida a lui nel 2001 l’ampliamento degli uffici da ubicare nella parte dei capannoni “Lamierini” inizialmente utilizzata come officina e prove.
Cecchetto aveva lavorato all’Arsenale pochi anni prima sperimentando nel progetto di riuso dei capannoni della Novissima interventi reversibili affidati a tecnologie leggere in cui l’inserto moderno era interamante contenuto all’interno dell’edificio antico.
In questa più recente esperienza ripercorre quella strada e sceglie di realizzare un manufatto che, collocato all’interno dello spazio in modo da garantire la movimentazione dei macchinari e delle attrezzature, limita al suolo l’interazione fisica con l’antico capannone in laterizio.
Su un basamento prevalentemente opaco, rivestito in acciaio, policarbonato e vetro, libero nella configurazione geometrica e alto quanto il primo livello, Cecchetto dispone un volume trasparente che consente la vista dello spazio interno dell’antico capannone e, al tempo stesso, ne riflette l’architettura degli interni caratterizzata da pilastri ed archi in laterizio, capriate metalliche, ampie finestre e lucernari sorretti da travi reticolari che, insieme agli altri elementi resistenti principali ritmano lo spazio.
L’architettura del gentile intruso, pare interamente affidata a quella “forma di entusiasmo” che lo stesso Cecchetto riconosce come tipica della “sua libertà di progettare”. Concepita come una presenza nuova, di certo non incide la materia dell’antica fabbrica, ma il suo spazio.
Infatti, nonostante che l’architetto veneziano abbia
adottato un sistema resistente in acciaio modulato in pianta nel rispetto della geometria e della disposizione planimetrica degli elementi murari principali, le numerose eccezioni – le scale alle estremità, i volumi a sbalzo, le lastre opache sghembe sia in pianta che in alzato – fanno sì che questa condizione non si colga immediatamente, proprio perché affidata soltanto alle lastre in vetro che delimitano parte dell’involucro esterno. Diversamente, giocano a favore dell’integrazione spaziale la disposizione planimetrica del nuovo oggetto costruito e il suo accostamento al setto murario interno che, scandito come quello perimetrale dal ritmo del sistema resistente arco-pilastro, consente l’integrazione funzionale dei due capannoni contigui. Una disposizione che, dettata da particolarissime esigenze funzionali, riprende l’impostazione dell’intervento precedente ispirato anch’esso da una profonda conoscenza degli spazi pubblici della città

Il progetto di recupero
(Foto dalla3 alla 7)
Il progetto di recupero della parte dei capannoni “Lamierini” inizialmente utilizzata come officina e prove, nasce dall’esigenza di Thetis, centro tecnologico che opera nell’ingegneria ambientale e civile e nei sistemi intelligenti per il trasporto, di ampliare i propri uffici localizzati nello spazio contiguo dello stesso edificio. Su questa porzione di fabbricato erano intervenuti Iginio Cappai e Pietro Mainardis nell’ambito di un Progetto Pilota Urbano finanziato oltre che da Thetis, dall’Unione Europea, dalla Regione Veneto e dal Comune di Venezia; progetto proposto nel 1992 e attuato tra il gennaio 1996 e il marzo dell’anno successivo.
Il nuovo volume costruito all’interno di quello antico interagisce fisicamente con la preesistenza in quanto poggiato al suolo. Precisi tagli della pavimentazione industriale consentono di alloggiare le fondazioni isolate su cui si innalza un sistema resistente con travi e pilastri in acciaio per lo più regolarmente disposti nel rispetto della geometria che governa l’apparecchiatura costruttiva muraria in elevato dei capannoni. Ma, le eccezioni a questo impianto non mancano e, quando non assorbite all’interno dell’involucro, sono lasciate a vista nell’intento di rafforzarne l’identità architettonica.
I nuovi spazi sono organizzati su due livelli e presentano un assetto distributivo solo apparentemente simile ma, di fatto, diverso quanto basta per far emergere la propensione di Cecchetto alla “composizione complessa”. Così, se il primo livello appena rialzato dal pavimento in modo da suggerire il ricercato distacco dal suolo dei nuovi volumi è organizzato intorno a più percorsi che servono spazi diversi per forma e funzione (reception, segreteria, sala riunioni, postazioni multiple – laboratori, locale server, servizi igienici e vani tecnici), il primo livello presenta un’articolazione più semplice che prevede una serie di uffici di tipo cellulare serviti da un connettivo rettilineo che affaccia sulla calle interna e presenta alle estremità due scale che, diversamente dall’ascensore, sono visibili dall’esterno.
L’irrefrenabile desiderio di Cecchetto di “dare forma allo spazio” emerge anche dalla definizione dei contenuti tecnici e formali degli schermi opachi che delimitano gli ambienti al primo livello; questi, opportunamente differenziati, rafforzano il contrasto tra la sinteticità spaziale del volume trasparente degli uffici al livello superiore e l’articolazione di quello sottostante disallineato. Una sinteticità esaltata dallo sbalzo di notevoli dimensioni con cui il volume vitreo risolve lo slittamento rispetto alla parte costruita sottostante che consente di coglierne immediatamente tutto il geometrico rigore.
Anche l’architettura delle scale è coerente con quest’impostazione e ne esalta le specificità fondate anche sulla reversibilità dell’intervento puntualmente evidenziata con soluzioni di dettaglio che tendono a minimizzare le necessarie interferenze tecniche con il suolo.
Senza preoccuparsi di accordare i mezzi con i fini Cecchetto, ancora una volta, ha agito nella convizione che “Il progetto di architettura è per sua natura un atto di altissima complessità, frutto della composizione di molteplici figure che utilizzano il potenziale infinito che i vari punti e sguardi dello spazio ci offrono”. L’occasione particolare – il recupero di un manufatto di archeologia industriale costruito nel secolo scorso – non l’ha minimamente scalfita, senza per questo non far sì che dalla sua umanissima ostinazione provenisse un componimento ugualmente convincente in cui il dialogo tra antico e nuovo coinvolge materia e spazio in un’oscillazione ampia quanto basta per apprezzare i modi in cui il vocabolario dell’autore continua ad essere al tempo stesso aggiornato e personale.

L’involucro esterno
(Foto 8 e 9)
Il nuovo volume, tutto interno al capannone, si sviluppa su due livelli e, proprio perché nato per essere all’occorrenza smontato e definitivamente rimosso, trova nell’assemblaggio a secco la condi-zione costruttiva prevalente. Tutti gli elementi tecnici – dall’ossatura portante alle chiusure, dalle scale alle partizioni – affidano a connessioni meccaniche il collegamento tra le parti.
In particolare questa condizione costruttiva ricorre negli elementi dell’involucro esterno, tra loro fortemente differenziati nonostante le contenute dimensioni dell’intervento.
Distanziato dal suolo e dagli elementi resistenti di copertura quanto basta per identificarlo come tecnicamente diverso, il nuovo volume appare delimitato da componenti le cui materialità derivano da una comprensione della natura del tema progettuale e dalla risposta data ad esso da Cecchetto in termini di qualità dello spazio.
Prevalentemente opaco e ferrigno al piano terra, trasparente e vitreo al piano superiore, l’involucro esterno è costruito ponendo attenzione alle funzioni prima ancora che alla forma dell’architettura.
Solido a terra per potersi assicurare da eventuali danneggiamenti procurati dalla movimentazione di materiali e mezzi d’opera, è risolto per lo più con lastre in acciaio laminato sulle quali non è stata rimossa la calamina, successivamente fissata con verniciatura a forno. Negli spazi in cui necessitava un apporto di luce naturale la parete opaca è sostituita con una più permeabile alla luce realizzata con lastre di vetro e pannelli in policarbonato alveolare fissati meccanicamente agli elementi resistenti principali e secondari.
La parte d’involucro al piano superiore presenta invece le chiusure verticali in lastre di vetro fisse trasparenti o satinate (S=12 mm) la cui dimensione in larghezza è un sottomultiplo dell’interasse delle travi reticolari della copertura a tetto del vecchio capannone. Il fissaggio delle lastre ai pilastri in acciaio è ottenuto mediante un’attrezzatura di giunto il cui elemento tecnico più evoluto è la rotule bullonata ad una staffa a profilo aperto.
In copertura, l’involucro affida le prestazioni richieste a pannelli sandwich preassemblati con faccia esterna piana di colore nero.
L’aerazione degli ambienti, infine, è garantita dalla presenza di un lucernario dotato di un sistema di apertura a distanza sistemato nella porzione di copertura piana in aggetto e di un’asola in vetro corredata dello stesso meccanismo di apertura, integrata nella corrispondente parte di chiusura orizzontale intermedia non praticabile contigua alla parete che affaccia sull’interno dello spazio del capannone.

Le scale
(Foto 10 e 11)
Due scale garantiscono il collegamento tra gli spazi al primo livello – di poco rialzato dal pavimento – e quelli al livello superiore. Sebbene risolte con gli stessi materiali – in prevalenza acciaio e vetro – presentano caratteristiche del tutto diverse che è possibile mettere in relazione con volontà di Cecchetto di istituire tra loro una precisa gerarchia funzionale con l’ausilio di una disposizione planimetrica diversa e di una complessità geometrica dell’insieme affidata alla concezione del sistema resistente principale.
La prima è situata nella parte est del capannone. Ben in vista, supera l’interpiano con due rampe contrapposte non parallele, di diversa lunghezza e intervallate da un pianerottolo di forma irregola-re.
La sua disposizione planimetrica – è ubicata in prossimità di uno dei due ingressi principali – lascia intenderne l’uso pubblico. Ben visibile all’esterno, asseconda con la sua geometria sghemba i disallineamenti che danno forma al fronte interno per la parte a contatto con il suolo.
Il sistema resistente principale asseconda queste geometrie prevalenti. Interamente realizzato con profili in acciaio, si risolve in un insieme di travi e pilastri che, combinati in varia guisa a formare una sorta di telaio asimmetrico, sorreggono le due rampe e il pianerottolo intermedio facendo ricorso, per esempio, a modalità di funzionamento statico diverso per gli elementi resistenti principali delle rampe – rispettivamente a trave per la prima rampa e a mensola per la seconda -, realizzati mediante due travi laterali a profilo scalettato irrigidite trasversalmente in corrispondenza delle alzate.
Anche le pedate e le alzate sono in acciaio. Affidate a sottili lamiere piegate, sono unite con rivetti disposti ad interasse costante su tutta la larghezza dei gradini.
Il parapetto è realizzato mediante lastre di vetro temperato (S=12 mm) accostate e fissate alle travi di bordo mediante rotule e porta all’estremità superiore un corrimano metallico.
La seconda scala è sistemata all’estremità opposta del connettivo interno al primo livello e supera l’interpiano con due rampe rettilinee allineate di diversa lunghezza intervallate da un pianerottolo. Diversamente dalla scala principale, è occultata alla vista quasi a volerne sottolineare il prevalente uso privato. Semplice nella configurazione dell’insieme, presenta un sistema resistente principale che affida una parte dei carichi principali ad una telaio a sbalzo irrigidito alfine di contenere le deformazioni ed evitare la rottura delle lastre del parapetto in vetro.

Progetto architettonico
Alberto Cecchetto
Direzione artistica
Alberto Cecchetto
Collaboratori
Gualtiero Azimonti, Massimiliano Tita,
Alberto Gasparini
Strutture
Thetis Spa
Impianti
Thetis Spa
Impresa costruttrice
Lorenzon, Edil Mar, Edil Sistem, Arzanà 2000 impianti
Progetto: 2001
Realizzazione: Marzo-Ottobre 2002
Superficie occupata: su un piano 235 mq,
su due piani 498 mq
Volume: 1.664 mc

Il progettista
Alberto Cecchetto è professore ordinario di Progettazione Urbana presso l’Istituto Universitario di Architettura (Venezia). Dal 1977 insegna all’ ILAUD, Laboratorio Internazionale di Architettura e Urban Design. Ha tenuto corsi di progettazione, seminari e conferenze in diverse università europee e americane e per alcuni anni è stato Visiting professor University of Miami, Coral Gables e docente di Composizione Architettonica presso la Facoltà di Architettura di Ferrara.

Questo articolo è stato pubblicato sulla rivista Recuperare l’Edilizia nº 41, novembre 2004