Universal Design, ovvero accessibilità per tutti oggi

Negli ultimi decenni, il modo di concepire gli spazi dell’abitare, lavorare e vivere la città è stato influenzato da un concetto semplice ma rivoluzionario: l’Universal Design (Design Universale). E non si tratta semplicemente di una tecnica progettuale ma di una forma mentis che ha spostato il focus degli autori dal “progettare” al “progettare per tutti” e che, a quasi cinquant’anni dalla sua nascita, sembra aver trovato una propria virtuosa diffusione, almeno in alcuni ambienti della progettazione. Ne parliamo con Cristian Catania, Head of Universal Design presso Lombardini22

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Biblioteca Centrale di Helsinki Oodi, simbolo dell'Universal Design
Biblioteca Centrale di Helsinki Oodi, progetto simbolo dell’Universal Design

L’Universal Design nasce con l’obiettivo di creare ambienti, prodotti e servizi fruibili da quante più persone possibile, indipendentemente da età, capacità fisiche o sensoriali, genere o condizioni temporanee di disabilità.

L’espressione è stata formalizzata negli anni ’80 da Ronald L. Mace, architetto e industrial designer statunitense, che la definì come “la progettazione di prodotti e ambienti utilizzabili da persone con il più ampio spettro di capacità, senza necessità di adattamenti o di progettazioni speciali”.

Questa visione si discosta radicalmente da approcci assistenziali o inclusivi che intervengono dopo la costruzione di un edificio per compensare carenze progettuali. L’Universal Design invece pretende l’inclusività sin dalla fase concettuale. Una spinta importante a favore di questo approccio si è avuta nel 2001, quando l’OMS ha pubblicato la Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute (ICF), sottoscritta da 191 Paesi tra cui l’Italia che, rispetto al precedente sistema di classificazione delle patologie (ICD) non focalizza sulle problematiche dell’individuo, ma sulle condizioni ambientali che tali patologie fanno emergere, condizioni di diverso tipo, sociali e ovviamente anche urbanistiche e architettoniche.

Negli ultimi due decenni questo approccio ha accresciuto il suo valore e la sua influenza sul mondo della progettazione.

Biblioteca Centrale di Helsinki Oodi
Biblioteca Centrale di Helsinki Oodi

Un progetto simbolo dell’approccio inclusivo alla progettazione è la Biblioteca Centrale di Helsinki Oodi, luogo di incontro vivo situato in piazza Kansalaistori, proprio nel cuore di Helsinki. Oodi è uno spazio pubblico urbano non commerciale, aperto a tutti, situato proprio di fronte al Palazzo del Parlamento. La biblioteca ha tre ingressi: principale, sud e nord, tutti collegati da percorsi ampi, regolari e illuminati, con superfici di guida per il movimento. Gli ingressi sono coperti da una pensilina e offrono spazio sufficiente per muoversi anche in sedia a rotelle, ma le porte non sono sempre facili da riconoscere. Le porte esterne si aprono con sensore, quelle interne con pulsante o maniglia; l’ingresso sud è dotato anche di un segnalatore acustico.

Interno della Biblioteca Centrale di Helsinki Oodi
Interno della Biblioteca Centrale di Helsinki Oodi

Il banco informazioni si trova sullo stesso piano di ogni ingresso e i servizi sono distribuiti ai piani 1, 2 e 3. L’edificio ha quattro piani e all’interno sono presenti strisce tattili che guidano verso i principali servizi, le scale, gli ascensori e i bagni. Ogni piano ha una mappa tattile e la segnaletica è anche in braille, così come le indicazioni sui corrimano delle scale. Sono disponibili tre ascensori accessibili con comandi riconoscibili al tatto. I servizi igienici accessibili si trovano ai piani K, 2 e 3. I banchi di assistenza e le sale eventi hanno l’anello a induzione, i cani guida sono ammessi e una sedia a rotelle può essere richiesta al banco informazioni. Il progetto è dello studio ALA ARCHITECTS.

Universal design e qualità estetica, il punto di vista di Cristian Catania di Lombardini22

L’Universal design è (anche) bello: ecco perché è necessario sconfessare la convinzione secondo cui gli ambienti realizzati in ottica di accessibilità presentano un’estetica inferiore.

Cristian Catania, Head of Universal Design - Lombardini22
Cristian Catania

Ne parliamo con Cristian Catania, architetto Head of Universal Design di Lombardini22

In che cosa consiste il suo lavoro?

Sono in Lombardini22 da quando è nato lo studio, 19 anni, prima nel retail poi nell’ambito specifico dell’Universal Design. In questo settore ci occupiamo sia di progettazione vera e propria, sia di consulenza. 

Che cosa si intende per Universal Design?

Universal Design può significare tante cose, le dico come lo affrontiamo noi.

L’Universal Design spesso può essere frainteso come “rispetto della normativa sull’abbattimento delle barriere architettoniche”; ecco, provocatoriamente posso dire che non mi occupo di questo in quanto il rispetto della norma è semplicemente obbligatorio e quindi un presupposto ormai assunto, che ogni architetto deve seguire. Ma per il nostro approccio il rispetto della norma è il punto di partenza e non l’obiettivo. I nostri progetti partono da qui per elevare il livello della qualità e riuscire ad accogliere quante più persone possibile. Quando parliamo di Universal Design ci riferiamo a dare risposte alle persone con esigenze di accessibilità, non necessariamente legate alle disabilità, perché è un tema globale, che riguarda tutti.

Come possiamo spiegare l’approccio dell’Universal Design nella progettazione?

Come esempio posso utilizzare quello delle persone che portano gli occhiali. Chi porta gli occhiali non pensa di avere una disabilità, eppure senza l’ausilio delle lenti non sarebbe in grado di svolgere molte delle attività quotidiane.  Difatti, gli occhiali non sono percepiti come uno strumento “sanitario”, al contrario, oggi sono un accessorio di moda, dettano tendenza. Ecco, sarebbe bello che anche i progetti, di interior design, architettonici o urbanistici, concepiti per garantire l’accessibilità a tutti venissero percepiti così. D’altronde, l’Organizzazione Mondiale della Sanità dice che la disabilità non appartiene alla persona, ma è generata dalla sua interazione con l’ambiente, per questo il ruolo dell’architetto è così importante.

Possiamo dire che ci sia stato un avanzamento nell’acquisizione dei principi dell’Universal Design da parte del mondo della progettazione negli ultimi anni?

Si, almeno mi piace pensare così. Diciamo che quantomeno si è iniziato a percepire (e si è capito che è questa la chiave comunicativa perché se ne percepisca il valore) che l’approccio dell’Universal Design può costituire anche un vantaggio economico.

Il design universale è una questione economica, non etica. In Italia ci sono circa 7.600.000 persone che hanno una certificazione di disabilità, alle quali si sommano, da un’indagine Istat del 2024, circa 12.600.000 persone che hanno dichiarato di aver avuto esigenze di accessibilità per periodi superiori ai 6 mesi in 1 anno, per varie motivazioni dovute alla salute.

A queste si possono aggiungere anche le persone con “disabilità situazionali”, ovvero per esempio quando hai un bambino in braccio, o se devi andare alla stazione e salire i gradini con una valigia grande. Ecco, progettare strutture accessibili a tutti significa concepire spazi che possano accogliere anche questo enorme bacino di utenza e questo rappresenta un vantaggio economico.

Lombardini22: Sala Colazione "DI OGNUNO", esperienziale inclusiva presentata a Hospitality 2025
Lombardini22: Sala Colazione “DI OGNUNO”, esperienziale inclusiva presentata a Hospitality 2025

D’altra parte non si deve essere necessariamente neurodivergenti per beneficiare di spazi accessibili; penso ai layout delle fiere, per esempio (con Lombardini22 ci occupiamo di moltissime manifestazioni fieristiche, come Euroluce, Eurocucina, MCE, Mipel, Micam…), se hanno un carattere accessibile saranno più “comode” e facilmente fruibili per tutti, oltreché accessibili per chi si muove con una sedia a ruote.

Come la mettiamo con la “questione del bello”, spesso le strutture accessibili, come i bagni, per esempio, penalizzano l’estetica, appaiono come spazi sanitari e ospedalieri?

La questione del bello è una questione calzante e pressante che cambia completamente il paradigma. Una persona con disabilità che va in vacanza non è un “disabile”, ma un turista che va in vacanza come tutti, spesso con un partner o con la famiglia. In alcuni contesti si può scegliere di dare maggiore rilievo all’estetica rispetto alla pura funzionalità, purché vengano comunque garantite le condizioni minime di accessibilità. Una particolare cura per il design può infatti migliorare sensibilmente la qualità dell’esperienza fruita anche dalle persone con disabilità, contribuendo a creare ambienti più accoglienti e piacevoli.

A che cosa sta lavorando adesso?

Abbiamo appena chiuso una consulenza con un albergo a Cortina (l’albergo Argentina) che doveva fare un ampliamento di 22 camere, con l’obbligo di realizzarne almeno 2 accessibili a persone con disabilità motoria. Con la nostra consulenza, abbiamo reso accessibili, seppur con gradi di accessibilità diversi, tutte le 22 camere di nuova realizzazione.

Noi collaboriamo assiduamente con Village for all – V4A®, un’azienda specializzata in Ospitalità Accessibile (oggi sono consulenti del Commissario di Governo per le Paralimpiadi) che ci dà un grande contributo in termini informativi su diverse esigenze funzionali, perché anche gli architetti hanno bisogno di essere orientati. Nella struttura a Cortina abbiamo concepito ambienti con servizi ravvicinati, spigoli arrotondati per le neurodivergenze cognitive, accorgimenti sulla segnaletica e l’orientamento per persone cieche e sorde, ma con un design assolutamente gradevole e tale che non identifichi questi spazi come specifici per una categoria. Noi la chiamiamo “accessibilità trasparente”, ovvero gli spazi devono essere accessibili ma non te ne devi accorgere. Un parallelismo calzante può essere la forma in cui fruiamo i video su Instagram, spesso utilizziamo i sottotitoli togliendo l’audio al telefono per non disturbare, ecco i sottotitoli un tempo erano strumento per i sordi, adesso sono uno strumento di tutti.

I “7 principi” che guidano il progetto

I criteri (definiti dal Center for Universal Design della North Carolina State University) che guidano un progetto con approccio Universal Design sono 7:

  1. Uso equo – il progetto è utile e vendibile a persone con diverse abilità;
  2. Flessibilità d’uso – supporta una vasta gamma di preferenze e abilità individuali;
  3. Semplice ed intuitivo – facile da capire, indipendentemente da esperienza o capacità cognitive;
  4. Percezione delle informazioni – comunica efficacemente l’informazione necessaria;
  5. Tolleranza all’errore – minimizza rischi e conseguenze negative di azioni involontarie;
  6. Sforzo fisico ridotto – utilizzabile con il minimo sforzo;
  7. Dimensioni e spazi per l’accesso – adeguato per l’avvicinamento e l’uso.

Questi principi non si applicano unicamente agli edifici ma a prodotti, servizi, spazi pubblici, tecnologia e sistemi di trasporto. Tuttavia, nel contesto architettonico, diventano una lente attraverso la quale ripensare ogni elemento: dalla scala al corrimano, dalla pavimentazione alla segnaletica.

The REACH al Kennedy Center for the Performing Arts
The REACH al Kennedy Center for the Performing Arts – Copyright ©IwanBaan

The REACH al Kennedy Center for the Performing Arts (Washington, DC), estensione del già esistente teatro/memoriale vivente per il presidente John F. Kennedy, portata a compimento nel 2019 da Steven Holl Architects è considerata un esempio di Universal Design perché è stata progettata fin dall’inizio per essere accessibile, inclusiva e utilizzabile da tutte le persone, indipendentemente da età, abilità fisiche, sensoriali o cognitive. In pratica, non è uno spazio “adattato dopo”, ma pensato per tutti. Il progetto nasce da una concezione di accessibilità integrata, non aggiunta a posteriori, in cui percorsi senza barriere, rampe dolci e ascensori si inseriscono in modo naturale nell’architettura, eliminando del tutto l’idea di ingressi separati e permettendo a tutti di utilizzare gli stessi spazi. L’orientamento è semplice e intuitivo grazie ad ambienti chiari, aperti e facilmente leggibili, a una segnaletica comprensibile con un buon contrasto visivo e a percorsi logici che aiutano sia chi ha difficoltà cognitive sia chi visita il luogo per la prima volta. Grande attenzione è dedicata anche all’inclusione sensoriale, con una buona acustica pensata per chi ha difficoltà uditive, un’illuminazione naturale e controllata utile alle persone ipovedenti o sensibili alla luce e ambienti tranquilli che offrono la possibilità di una pausa sensoriale. Gli spazi sono flessibili e adattabili: aule, sale prova e aree performative possono essere utilizzate in modi diversi e da persone con esigenze differenti, mentre sedute, dimensioni e altezze sono progettate per accogliere corpi e movimenti diversi. In questo modo l’accesso alla cultura diventa realmente universale, rendendo arte, musica e performance fruibili da un pubblico più ampio e promuovendo un’inclusione non solo fisica, ma anche sociale e culturale. Il tutto si traduce in un design equo e non stigmatizzante, in cui le soluzioni inclusive non appaiono come elementi speciali e tutti vivono la stessa esperienza, senza distinzione tra utenti “normali” e utenti “con bisogni speciali”.

Sfide e prospettive future

Nonostante i progressi, l’adozione dell’Universal Design non è uniforme. Molti progetti incontrano ostacoli dovuti a vincoli normativi, costi iniziali percepiti come elevati o resistenze culturali.

Tuttavia, studi sempre più numerosi dimostrano che l’investimento in design inclusivo si traduce in benefici economici e sociali: spazi più flessibili, minori costi di retrofit, incremento dell’uso pubblico e maggiore soddisfazione degli utenti. Nel futuro prossimo, il Design Universale si intreccerà con altre tendenze emergenti: la smart architecture, l’uso di materiali adattivi, l’intelligenza artificiale per la personalizzazione della fruizione degli spazi e la sostenibilità ambientale. Tutti elementi che – integrati – possono portare a città veramente vivibili per tutte le persone.

La Sinergia tra BIM e Universal Design: progettare ambienti inclusivi fin dalle primissime fasi

Il Building Information Modeling, chiamato BIM, non è più soltanto un programma usato dai tecnici per organizzare il progetto. Oggi è diventato uno spazio digitale completo, dove è possibile provare le soluzioni progettuali, controllarle e condividerle subito tra tutti i professionisti coinvolti, dalla progettazione fino alla vita dell’edificio. Il BIM permette di raccogliere e gestire molte informazioni sull’edificio, come la forma, i materiali e le funzioni, aiutando architetti e ingegneri a lavorare insieme e a individuare in anticipo problemi tecnici, energetici o costruttivi.

Allo stesso tempo, l’Universal Design, cioè la progettazione universale, punta a realizzare spazi utilizzabili da tutte le persone, senza distinzioni di età o capacità fisiche, e senza dover apportare modifiche in un secondo momento. Questo modo di progettare si fonda su idee semplici, come l’uso facile, la possibilità di adattamento, la chiarezza e spazi adeguati per muoversi. Se questi principi vengono applicati fin dall’inizio del progetto, gli edifici diventano più accoglienti e adatti a tutti.

Perché il BIM potenzia il Universal Design

L’integrazione tra BIM e Universal Design si fonda sulla possibilità di inserire principi di accessibilità e inclusione direttamente all’interno del modello informativo digitale, in una fase preliminare rispetto alla realizzazione dell’edificio. Il BIM si configura così come uno strumento fondamentale per visualizzare, simulare e valutare le decisioni progettuali legate all’accessibilità: dalle dimensioni di passaggi e aperture, alla configurazione di rampe ed elementi tattili, fino all’analisi della visibilità, dei percorsi e delle modalità di fruizione multisensoriale.

Di particolare rilievo è la creazione di librerie e componenti BIM concepiti secondo i criteri dell’Universal Design, come famiglie parametriche che integrano fin dall’origine i requisiti di accessibilità e risultano immediatamente utilizzabili nel processo progettuale. Questo metodo permette a progettisti e committenti di esplorare digitalmente scenari d’uso concreti, valutando in anticipo come differenti soluzioni progettuali possano influenzare l’esperienza degli utenti finali.

FAQ Universal Design

Che cos’è l’Universal Design e in che cosa si differenzia dalla semplice accessibilità normativa?

L’Universal Design è un approccio progettuale che mira a creare spazi, prodotti e servizi utilizzabili dal maggior numero di persone possibile, senza necessità di adattamenti successivi. A differenza della semplice accessibilità normativa – che si limita al rispetto delle leggi sull’abbattimento delle barriere architettoniche – il Design Universale integra l’inclusività fin dalla fase concettuale del progetto, migliorando la qualità dell’esperienza per tutti gli utenti.

Perché l’Universal Design riguarda tutti e non solo le persone con disabilità?

Perché tutti, nel corso della vita, possono trovarsi in condizioni temporanee o situazionali di limitazione: dall’invecchiamento a un infortunio, dal muoversi con una valigia ingombrante al portare un bambino in braccio. L’Universal Design riconosce che la disabilità non è una caratteristica dell’individuo, ma nasce dall’interazione con l’ambiente, e per questo propone soluzioni che rendono gli spazi più comodi, leggibili e sicuri per chiunque.

L’Universal Design penalizza l’estetica degli spazi?

No. Uno dei principali pregiudizi da superare è l’idea che l’accessibilità produca ambienti “ospedalieri” o poco curati. Al contrario, come dimostrano esempi virtuosi come la Biblioteca Oodi di Helsinki o i progetti di hospitality citati nell’articolo, il Design Universale può convivere con un’elevata qualità estetica, dando vita a spazi belli, accoglienti e non stigmatizzanti.

Quali sono i vantaggi economici dell’Universal Design per committenti e progettisti?

Progettare in ottica di Universal Design significa ampliare il bacino di utenti potenziali e ridurre la necessità di interventi correttivi futuri. Spazi più accessibili sono più utilizzati, più flessibili e più longevi. In questo senso, il Design Universale non è solo una scelta etica, ma anche una strategia economicamente vantaggiosa, capace di generare valore nel tempo.

In che modo il BIM può supportare la progettazione secondo i principi dell’Universal Design?

Il BIM consente di integrare i criteri di accessibilità e inclusione direttamente nel modello digitale fin dalle prime fasi progettuali. Attraverso simulazioni, verifiche dimensionali e componenti parametriche già pensate secondo i principi dell’Universal Design, progettisti e committenti possono valutare in anticipo l’esperienza degli utenti e prendere decisioni più consapevoli, evitando soluzioni aggiuntive o correttive a progetto concluso.

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