START-Ivry, un nuovo concetto di housing sociale dove il progetto è dettato dal sistema di vita 24/12/2025
I materiali compositi: innovazione strutturale e libertà progettuale nell’architettura contemporanea 12/01/2026
Indice degli argomenti Toggle La piaga del consumo di suoloIl caso NiscemiI tanti casi di un’Italia che franaCosa occorre fare per un’efficace prevenzioneUna proposta concreta: i Certificati di destinazione urbanistica Niscemi è solo l’ultimo esempio di un’Italia che frana, fragile, esposta al rischio idrogeologico e bisognosa di interventi preventivi e pianificati su lungo termine. Invece, come ormai spesso succede, si vive in continua emergenza. Per fortuna, nel caso della cittadina siciliana non si sono avute perdite di vite umane. Ma se si leggono le statistiche CNR IRPI sugli eventi di frana e inondazione nel periodo 1974-2023 in cui si sono verificati decessi e ferimenti, si scopre che in 50 anni sono morte più di 1600 persone, a causa di frane e inondazioni. Queste calamità hanno provocato più di 334mila evacuati e senza tetto. Per fare un confronto, è come se i cittadini di Bari o di Firenze fossero stati costretti ad abbandonare le loro abitazioni. Nulla accade per caso. Basta chiedere a chi da anni opera nella prevenzione e nel creare le condizioni perché si possa promuovere un’azione di messa in sicurezza del territorio italiano: i geologi. Antonello Fiore «A leggere i più recenti dati dell’ultimo rapporto Ispra sul consumo di suolo siamo rimasti colpiti nel leggere i dati 2024 in cui si evidenzia una tendenza al rialzo della superficie di suolo consumato nelle aree a rischio dissesto», afferma Antonello Fiore, presidente della Società Italiana di Geologia Ambientale (Sigea), che illustra la situazione nazionale, il caso Niscemi e cosa servirebbe – finalmente – mettere in atto: un piano di lungo termine di prevenzione basato su conoscenza approfondita del territorio e monitoraggio. La piaga del consumo di suolo Il consumo di suolo è uno dei fattori più sensibili in un’Italia che frana, nel contribuire al rischio frane e inondazioni. Il fenomeno, dopo il rallentamento registrato nel 2023, è tornato a correre: +1.303 ettari nelle zone a pericolosità idraulica media e +600 ettari nelle zone a pericolosità da frana (Fonte: ISPRA). «Ci troviamo in una situazione paradossale dove si continua a costruire, a consumare suolo, realizzando infrastrutture e edifici in aree a rischio idraulico e a rischio frane», spiega Fiore. Lo stesso ha ricordato tra i primi, proprio in questi giorni, che quanto accaduto a Niscemi – e che purtroppo non è ancora finito – ha radici storiche. L’evento è una riattivazione di un fenomeno già noto, avvenuto nel 1790 e ripresentatosi di nuovo nel 1997. Il caso Niscemi «La situazione a Niscemi era nota: un versante interessato da una frana di grandi dimensioni, la più grande in Italia per quanto riguarda il fronte di frana (oltre 4 km), e anche di notevole complessità in una situazione stratigrafica relativamente semplice, comune in diverse porzioni dell’Italia dove ci sono sabbie che poggiano su argille e probabilmente c’è un quadro fessurativo tettonico che non è stato approfondito. Secondo alcuni miei colleghi la frana non è stata interessata da eventi eccezionali di pioggia, quindi probabilmente non è direttamente collegata agli eventi degli ultimi giorni di pioggia che hanno interessato quel versante». È difficile individuare le cause che l’hanno attivata. «Non si può neanche monitorare con gli strumenti tradizionali, come gli inclinometri. È possibile propendere per una serie di cause concatenate tra loro. Per fortuna, la particolarità di questa frana è di essere stata relativamente lenta; ciò ha consentito di mettere in salvo per tempo gli abitanti. Per le importanti dimensioni che ha, credo che sarà molto difficile fermarla finché non raggiungerà il suo equilibrio naturale», spiega il geologo ambientale. I tanti casi di un’Italia che frana Niscemi, per quanto straordinaria per dimensioni, non è un caso isolato. Il rischio frana, magari su scala più contenuta, coinvolge varie parti d’Italia: secondo il portale Idrogeo-Ispra, la popolazione a rischio frane in Italia riguarda 1.284.960 abitanti, oltre 742mila edifici, quasi 75mila imprese e poco meno di 14mila beni culturali. Se ci si ferma solo ai contraccolpi economici e sociali, l’Italia che frana mette a repentaglio una consistente parte di tessuto imprenditoriale e occupazionale, oltre a porre a rischio i suoi tesori storico-artistici che contribuiscono a renderla il primo Paese al mondo in termini di siti riconosciuti come patrimonio UNESCO. «Se, come dimostra il rapporto ISPRA, ancora nel 2024 si continuano a occupare i suoli dove è stata acclarata la pericolosità da frane e alluvioni, allora significa che qualcosa non sta andando nella corretta gestione del territorio», sottolinea Fiore. Basta guardare il numero di frane censite (684mila) e quelle monitorate (1251) per comprendere quanto manchi un’azione di controllo sul territorio. Alle cause naturali si aggiungono quelle causate dall’uomo, anche come conseguenza delle sue azioni: i cambiamenti climatici contribuiscono a questo scenario, che presenta un conto salato in termini di spese emergenziali. Cosa occorre fare per un’efficace prevenzione Per affrontare i problemi di un’Italia che frana, servirebbe intervenire in difesa del suolo. C’è chi, come riporta il Centro Studi CNI, ha fatto i conti: almeno 26,58 miliardi di euro per risolvere il problema del dissesto idrogeologico. Il calcolo è stato fatto partendo dal valore delle 7811 richieste provenienti dagli Enti Locali registrati sulla piattaforma RENDIS (Repertorio Nazionale degli interventi per la Difesa del Suolo). «Si tratta di una somma spropositata, si dovranno individuare le priorità», rileva il presidente Sigea, che illustra i punti focali di un’azione efficace per tutelare il suolo nazionale da frane e alluvioni. «Serve una programmazione ventennale sulla base di priorità identificate e non con interventi spot emergenziali. Per questo innanzitutto c’è bisogno di una approfondita conoscenza di base, sotto forma di studi di cartografie geomorfologiche che individuano le aree che presentano dei segnali evidenti di un equilibrio precario. Questa conoscenza comprende anche lo studio di carte geologiche nell’ambito degli strumenti urbanistici di un certo dettaglio, utili per capire dove urbanizzare e dove si è già urbanizzato ma che registra evidenze di evoluzione geomorfologica». Altrettanto fondamentale è il monitoraggio strumentale, gestito da enti sovra territoriali. «In entrambi i casi è necessario contare su fondi speciali», ravvisa Fiore. Un’altra priorità riguarda la gestione delle acque superficiali. «Se non gestite adeguatamente, possono causare fenomeni di erosione alla base dei versanti e infiltrazione nel sottosuolo, appesantendo gli stessi versanti, minando stabilità ed equilibrio». Questo complesso di azioni va inserito in un contesto di rafforzamento degli enti pubblici che controllano le opere sul territorio, «senza causare aggravio burocratico, ma neppure delle deregolamentazioni, valutando poi ogni intervento caso per caso, evitando generalizzazioni», sottolinea il presidente della Società italiana Geologi Ambientali. Una proposta concreta: i Certificati di destinazione urbanistica La stessa Sigea suggerisce uno strumento utile per i cittadini, per renderli consapevoli delle caratteristiche geologiche dell’area e dei potenziali rischi. Per questo propone i Certificati di destinazione urbanistica, atti di compravendita di un immobile contengano anche il certificato che descriva i pericoli geologici riguardanti le aree interessate. «Questi documenti dovranno illustrare il grado di pericolosità dei fenomeni naturali (alluvioni, frane, mareggiate, terremoti, eruzioni vulcaniche, cavità nel sottosuolo che possono causare sprofondamenti), riportato dalle cartografie ufficiali redatte dagli Enti Pubblici di ricerca, dalle Autorità di Bacino Distrettuali e adottati dalle Regioni di riferimento. Chiediamo con urgenza la modifica all’Art. 30 del Testo Unico per l’Edilizia in modo che agli atti di compravendita di ogni tipo di immobile siano allegato oltre che il certificato contenente le prescrizioni urbanistiche anche il certificato che descriva i pericoli geologici riguardanti le aree interessate», spiega Fiore. Per questo Sigea sta lavorando con Luciano Masciocco, professore di geologia presso l’Università di Torino, affinché i certificati di destinazione urbanistica contengano specifiche informazioni, facili da comprendere, sul grado di pericolosità dei fenomeni naturali. «Credo che un cittadino, prima di decidere sull’acquisto della casa, debba conoscere i rischi naturali o meno di un territorio dove è situato l’appartamento», conclude l’esperto geologo. Consiglia questo approfondimento ai tuoi amici Commenta questo approfondimento