Indice degli argomenti Toggle Intervista all’archietto Davide Ruzzon *Quali sono gli elementi che legano le neuroscienze all’architettura?Quali criteri guidano la progettazione secondo l'approccio della neuroarchitetturaCome è strutturato il corso di laurea del NAAD?Case history che utilizzano questo approccioNeuroarchitettura: il decalogo secondo l’architetto Antonio Di MaroI coloriConnessione con la natura (Biofilia)IlluminazionePercezione spaziale e geometricaAcusticaCucinaCamera da lettoBagno e stimolazione del Nervo VagoNon solo spazi residenziali: il nuovo centro sportivo del Collège Notre-Dame Si chiama place attachment, attaccamento al luogo e descrive il legame emotivo e cognitivo che le persone sviluppano nei confronti di uno spazio. Non si tratta semplicemente di familiarità ma di una relazione profonda che coinvolge memoria, identità, senso di appartenenza e sicurezza. Dal punto di vista neuroscientifico, questo legame si radica nei sistemi cerebrali coinvolti nell’elaborazione emotiva e nella memoria, in particolare nell’ippocampo (fondamentale per l’orientamento e la memoria spaziale) e nelle strutture limbiche che regolano le risposte affettive. Quando un ambiente viene associato a esperienze significative, positive o negative, il cervello ne consolida la traccia mnestica e rafforza la risposta emotiva collegata. È così che una casa d’infanzia, una piazza di quartiere o un luogo di lavoro possono diventare parte integrante della nostra identità personale. È da qui che parte la logica da cui si sviluppa il filone della neuroarchitettura: per questa disciplina il place attachment rappresenta una chiave progettuale strategica, ovvero ambienti che favoriscono orientabilità, riconoscibilità, continuità materica e presenza di elementi naturali tendono a facilitare la costruzione di legami positivi. La ripetizione coerente di pattern spaziali, l’uso della luce naturale, la qualità acustica e la possibilità di personalizzazione aumentano il senso di controllo e appartenenza, riducendo lo stress e potenziando il benessere. In sintesi, progettare con consapevolezza del place attachment significa andare oltre la funzionalità e l’estetica, per creare spazi capaci di diventare parte della biografia emotiva delle persone. Ed è proprio in questa integrazione tra neuroscienze, psicologia ambientale e progetto architettonico che la neuroarchitettura trova una delle sue espressioni più profonde. Credit: Ulysse Lermerise Bouchard – OSA images Un ambiente che sembra corrispondere all’approccio della neuroarchitettura è questa abitazione immersa nella foresta canadese di Sutton e realizzata da Nony FAMILI e Le Local Design per ospirare generazioni diverse. Gli interni sono progettati per favorire una coabitazione equilibrata tra privacy e spazi condivisi. Acustica e illuminazione contribuiscono a creare un’atmosfera calma e accogliente. Il soggiorno principale ruota attorno a un camino e a un sistema di arredi su misura in microcemento orientati verso le grandi aperture sullo stagno, mentre la cucina è leggermente arretrata e più intima. Credit: Ulysse Lermerise Bouchard – OSA images Il progetto pone al centro le emozioni degli abitanti: gli spazi sono concepiti come un “cocoon” protettivo che favorisce riposo, convivialità e connessione. Toni chiari e neutri valorizzano la luce della foresta, mentre materiali naturali come cotone, lino, rattan, legno e piastrelle artigianali definiscono l’atmosfera. Credit: Ulysse Lermerise Bouchard – OSA images Archi e forme arrotondate, presenti in architettura, arredi e illuminazione, ammorbidiscono i passaggi e rafforzano la coerenza formale. Intervista all’archietto Davide Ruzzon * Quali sono gli elementi che legano le neuroscienze all’architettura? La percezione, ovvero l’esperienza umana in prima persona. Quando attraversiamo lo spazio non siamo mai neutri, ma proiettiamo su tutto ciò che ci circonda delle emozioni: queste hanno una forma architettonica. Se la forma che troviamo coincide con quella che proiettiamo sentiamo quello che, in modo generico, chiamiamo benessere. Il cervello deve anticipare sempre l’esperienza in corso, sviluppa delle predizioni, è un meccanismo neuro-biologico. Se abbiamo semaforo verde allora stiamo bene. Se predizione e percezione non coincidono allora c’è semaforo rosso, e dobbiamo adattarci, rifare il modello di interazione e quindi stress, energia dissipata e così via. Quali criteri guidano la progettazione secondo questo approccio? Cercare di capire a tutte le scale del progetto, da quella urbana a quella dell’interior design, quali sono i bisogni impliciti, pre-riflessivi, degli esseri umani quando sono al lavoro, si divertono, passeggiano, stanno a casa, a fare la spesa, e così via. Qual è la forma giusta dello spazio per accogliere le istituzioni umane, come le avrebbe chiamate Kahn. Come è strutturato il corso di laurea del NAAD? In tre moduli, il primo fortemente centrato sulle neuroscienze, la psicologia ambientale e la filosofia della mente e l’architettura. Qui mettiamo le basi per capire cosa è la percezione. Nel secondo portiamo questa consapevolezza sul piano del progetto urbano ed architettonico, lavorando con architetti e neuroscienziati. Nel terzo studiamo come le diverse esperienze, o se preferite, tipologie, richiedono una analisi delle persone che usano lo spazio più di dettaglio. Qui coinvolgiamo specialisti che studiano l’apprendimento, la terza età, la psicologia del lavoro, e così via, portando al tavolo anche imprese e gestori di strutture per descrivere le ricadute economiche positive di questo approccio sulla redditività e il valore degli asset. Può indicarmi uno o più casi di studio in Italia o all’estero che utilizzano questo approccio? Al di là della mia attività accademica, guido dal 2000 una società che si occupa di questo. TA tuning arch sta lavorando molto su questi aspetti. Abbiamo definito il concept del wavespace di Roma di EY, abbiamo lavorato sulla piattaforma logistica di Lodi di Prologis, collaborato con NET allo sviluppo del PFTE del revamping della stazione di Bologna, stiamo collaborando alla costruzione a Lussemburgo e a Bucharest alle nuove sedi di un’importante banca internazionale. In Italia stiamo portando in cantiere due piccoli interventi di cohousing, tema a me molto caro da sempre, ed altro ancora. *Davide Ruzzon è Direttore NAAD, Neuroscienze Applicate all’Architettura, Università IUAV di Venezia () Neuroarchitettura: il decalogo secondo l’architetto Antonio Di Maro L’approccio dell’architetto napoletano Antonio Di Maro, fondatore dello studio Antonio Di Maro & Partners, nasce dall’integrazione tra progettazione e ricerca scientifica. Secondo Di Maro, progettare ambienti realmente efficaci significa andare oltre gli aspetti puramente tecnici e considerare anche dimensioni più soggettive, come il senso di felicità, la serenità e il benessere delle persone. All’interno di questa visione, la scienza non rappresenta un limite alla creatività progettuale, ma piuttosto uno strumento capace di ampliarla. L’architetto ha stilato un decalogo che sintetizza i requisiti principali dell’approccio alla neuroarchitettura. I colori Il colore non è soltanto una scelta estetica: ha effetti concreti sul corpo e sulla mente, influenzando la pressione arteriosa e l’attivazione neuronale. Alcune tonalità, infatti, possono favorire il rilassamento o stimolare l’energia e la socialità negli ambienti domestici. I toni come il verde salvia e il blu polvere hanno un effetto calmante sull’organismo. Questi colori contribuiscono a ridurre la frequenza cardiaca e creano una sensazione di tranquillità, risultando particolarmente adatti alle zone dedicate al riposo e al relax, come il soggiorno o la camera da letto. Al contrario, sfumature più calde e luminose come il giallo tenue o l’ocra tendono a stimolare la produzione di dopamina, favorendo una sensazione di benessere e convivialità. Per questo motivo sono spesso indicati negli spazi dedicati alla condivisione, come la zona pranzo o la cucina. È invece consigliabile evitare l’uso del bianco totale, soprattutto nella sua versione più ottica e brillante. Questo colore riflette una grande quantità di luce e può generare quello che viene definito “abbagliamento cognitivo”, una condizione che rende più difficile rilassarsi e percepire l’ambiente come accogliente. Per creare un’atmosfera equilibrata e confortevole, è quindi preferibile affiancare al bianco altre tonalità più morbide e naturali. Connessione con la natura (Biofilia) La connessione con la natura, nota anche come biofilia, è un principio fondamentale per creare ambienti che favoriscano il benessere. Anche quando non è possibile introdurre elementi naturali vivi, esistono strategie che permettono comunque di evocare la presenza della natura negli spazi. Una di queste è l’uso della natura analoga: materiali e superfici che richiamano le caratteristiche del mondo naturale. Legni con venature a vista, pietre grezze o fibre naturali riescono a trasmettere sensazioni simili a quelle che si provano in un ambiente naturale, rendendo lo spazio più accogliente e rilassante. Un altro elemento importante è l’impiego dei frattali naturali, ovvero pattern che si ripetono secondo schemi armonici, come accade nelle foglie, nei rami degli alberi o nel movimento delle onde. Inseriti in tappeti, tessuti o carte da parati, questi motivi risultano particolarmente piacevoli per il cervello umano, che li riconosce e li elabora con facilità. Questa caratteristica contribuisce a ridurre lo stress e a favorire una sensazione di calma. Infine, anche la presenza dell’acqua può avere un effetto positivo sull’ambiente. Il suono delicato dell’acqua che scorre, ad esempio attraverso piccole fontane da interno, stimola il sistema parasimpatico, aiutando il corpo a rilassarsi e a recuperare uno stato di equilibrio. In questo modo lo spazio diventa non solo più armonioso, ma anche più favorevole al benessere psicofisico. Illuminazione La luce è il principale sincronizzatore del nostro orologio biologico. Al mattino, una luce fredda, superiore ai 5000 K, aiuta a bloccare la produzione di melatonina e stimola il rilascio di cortisolo, favorendo energia e attivazione. La sera, invece, è preferibile una luce calda, inferiore ai 2700 K, posizionata più in basso come quella di una abat-jour, per richiamare il tramonto e preparare gradualmente il corpo al sonno. Intervento di ristrutturazione dell’arch. Antonio Di Maro in Corso Vittorio Emanuele a Napoli Durante il lavoro, la luce naturale proveniente lateralmente riduce l’affaticamento degli occhi e migliora l’umore rispetto alla luce zenitale dall’alto. Inoltre, avere accesso a una vista esterna e poter osservare l’orizzonte aiuta a diminuire lo stress visivo e la cosiddetta miopia cognitiva. Percezione spaziale Il nostro cervello interpreta i volumi seguendo i seguenti criteri: soffitti alti (> 3 metri): stimolano libertà e il pensiero creativo, ideali per salotto o studio. soffitti bassi: favoriscono il senso di protezione e la concentrazione sui dettagli, ideali per camera da letto o angoli studio. Percezione geometrica Il nostro cervello interpreta le forme: contorni curvi VS angolari, le forme sinuose attivano il piacere (corteccia anteriore), mentre gli angoli acuti attivano la paura e la tensione (amigdala). Si consigliano tavoli tondi e divani avvolgenti. Acustica Il rumore attiva il micro-stress inconscio. Fonoassorbimento strategico: un ambiente ovattato abbassa immediatamente la pressione sanguigna. Si consiglia l’utilizzo di tende pesanti, tappeti e pannelli in legno per eliminare il riverbero e l’eco interna. Soundscapes (Paesaggi sonori): mascherare il rumore degli elettrodomestici con suoni naturali o “rumore rosa”. Contrasti termici e acustici: i soffioni a pioggia emettono un “rumore bianco” naturale che aiuta a isolarci dai pensieri intrusivi. Cucina Riduzione del carico cognitivo: per combattere lo stress visivo è consigliato l’uso di cucine con ante a scomparsa o scaffalature chiuse. Liberare spazio di calcolo nella corteccia prefrontale riducendo il “rumore visivo” rende l’atto del cucinare più rilassante. Camera da letto La camera da letto dovrebbe offrire al cervello i giusti segnali ambientali per favorire la produzione di melatonina e quindi un sonno profondo e rigenerante. È importante evitare la presenza di mensole o travi pesanti sopra la testa: anche se non ne siamo consapevoli, il cervello può percepirle come un potenziale pericolo di crollo, mantenendo uno stato di allerta che ostacola il riposo. Allo stesso modo, è fondamentale garantire un “buio biologico”: le piccole luci blu dei dispositivi elettronici, come televisori o caricabatterie, possono stimolare i fotorecettori della retina e interferire con i ritmi del sonno. Per questo motivo è preferibile schermare o nascondere le prese e le spie luminose, così da ottenere un’oscurità completa. Bagno e stimolazione del Nervo Vago Il bagno può essere trasformato in una “stazione di regolazione” del sistema nervoso parasimpatico: utilizzare colori terrosi invece del bianco clinico (che può risultare freddo e attivare l’allerta), l’uso di toni come il terracotta, il sabbia o il verde salvia richiama l’ambiente ancestrale in cui l’essere umano si sente protetto. Angoli di “Rifugio” (Nesting) Il cervello è alla costante ricerca di rifugi che offrano protezione alle spalle, ma con una buona visuale davanti (Prospect-Refuge Theory). Per per ridurre la micro-tensione muscolare quando siamo seduti in mezzo ad una stanza aperta è necessario posizionare una poltrona in un angolo con una parete solida alle spalle e una vista verso la finestra o la stanza, creando un senso di sicurezza immediato. Non solo spazi residenziali: il nuovo centro sportivo del Collège Notre-Dame Il Complexe Sportif et Culturel Collège Notre-Dame, progettato dallo studio ACDF Architecture a Montréal, nasce come spazio di incontro nel cuore del campus storico del collegio. Credit Adrien Williams Più che un semplice edificio sportivo, il progetto vuole esprimere la missione educativa della scuola, sviluppare mente, cuore e corpo, attraverso un’architettura capace di favorire relazioni, partecipazione e senso di appartenenza. La trasparenza del piano inferiore vetrato rende visibili le attività dall’esterno, trasformando lo sport e la cultura in un’esperienza condivisa e collettiva. Allo stesso tempo, l’edificio dialoga con la memoria del luogo: la base in pietra richiama i materiali storici del campus, mentre il tetto verde introduce una presenza contemporanea e sostenibile, visibile dalle aule. Credit Adrien Williams Per ACDF l’architettura non è solo forma, ma esperienza emotiva e accessibile. Attraverso equilibrio, chiarezza e attenzione al contesto, il progetto diventa uno spazio che accoglie, coinvolge e trasmette significato, rafforzando il legame tra persone, comunità e ambiente costruito. Consiglia questo approfondimento ai tuoi amici Commenta questo approfondimento